Indipendentisti libertari e libertari indipendentisti: ecco la via giusta

di STEFANO MAGNI

Perché gli indipendentisti dovrebbero essere libertari e i libertari indipendentisti? La prima parte di questa domanda non è affatto scontata. Quanti indipendentisti odiano i libertari? Tanti, dalle nostre parti e in tutta Europa. I curdi del Pkk sono dichiaratamente comunisti. I baschi sono stati filo-comunisti e in parte lo sono tuttora. L’Ira non è altrettanto di sinistra, ma in ogni caso non si identificherebbe mai nelle idee di chi vuole eliminare lo Stato per lasciar libero il mercato. Fra i movimenti più moderati, sia i catalani che gli scozzesi non sono libertari. Potremmo definirli social-democratici, se volessimo classificarli in base alle loro idee sull’economia. Quelli del Parti Québecois sono ancora più a sinistra. I bavaresi sono tradizionalisti cattolici. La Lega Nord si è affermata come partito rilevante quando aveva una forte connotazione libertaria, nei primi anni ’90. Ma poco dopo è diventata molto statalista.

Mentre è molto facile trovare un libertario favorevole al diritto di secessione (quasi tutti lo sono), un movimento che voglia l’indipendenza della propria regione e, al tempo stesso, sia di idee libertarie è una vera rarità. Se parlo con un indipendentista, talvolta sento dei discorsi sovrapponibili a quelli di un no global: contro il capitalismo, contro la globalizzazione, per il ritorno ad un’economia basata sulla produzione locale, spesso e volentieri si dichiara nemico degli Stati Uniti (soprattutto perché incarnano il modello capitalista, più ancora che per la loro politica estera), parla male dei “sionisti” (anche qui: non tanto quelli di Israele, ma quelli che sarebbero “dietro alla grande finanza”) e teme “poteri forti” economici internazionali più ancora che il governo nazionale da cui vorrebbe secedere. Ma un indipendentista deve essere necessariamente così incompatibile con le idee libertarie e liberali? Tutt’altro. Anzi, le caratteristiche che ho appena elencato, sono proprio quelle che relegano i movimenti indipendentisti a frange estremiste e li allontanano dalla massa delle persone che lavorano e vogliono semplicemente vivere una vita normale (e lontana da ogni fanatismo politico).

Sul piano politico, la promessa di una maggiore libertà è il miglior “collante” sinora sperimentato per un movimento indipendentista. Perché la libertà riguarda tutti. Qualsiasi altra ideologia causa divisioni e spesso anche derive violente. Pensiamo al secessionismo fondato sull’etnia: se voglio creare una patria per il mio popolo e solo per il mio popolo, un uomo che ci è nato e cresciuto, ma appartiene ad un’altra etnia, diverrebbe immediatamente un “corpo estraneo”. In caso di secessione, si ritroverebbe discriminato, pur non essendo personalmente responsabile delle colpe dell’ex governo centrale. Per motivi di… nascita, nell’etnia sbagliata, verrebbe additato come colpevole di crimini storici, mai vissuti da lui o dall’intera sua generazione. A questo punto potrebbe reagire con la violenza, o subirla. Oppure potrebbe scappare e privare il nuovo Paese del suo valore umano. La libertà, al contrario, non crea “corpi estranei”. L’unica condizione del contratto sociale è il rispetto dei diritti individuali, indipendentemente dal sesso, dalla religione o dall’etnia di appartenenza. Un movimento indipendentista fondato sull’etnia non può che attirare solo quell’etnia e pochi elementi “disertori” del popolo dominante. Un movimento indipendentista fondato sulla libertà individuale, al contrario, non crea alcuna discriminazione, né attrito, fra popoli. Perché il suo scopo (liberarsi dallo Stato centrale) è trasversale, mira alla lotta contro un sistema e non contro una popolazione.

Ci sono altri motivi, molto pratici, per cui un movimento indipendentista dovrebbe adottare una filosofia libertaria.

Il primo è l’attuale congiuntura storica. Lo Stato nazionale europeo sta fallendo per il suo eccesso di socialismo. Ha speso troppo, si è intromesso eccessivamente nelle vite dei suoi cittadini, ha scritto un numero inconcepibile di leggi, si è indebitato oltre ogni limite e per questo sta perdendo di credibilità. La crisi dei peggiori Stati europei (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ma altri potrebbero seguire) è prima di tutto dovuta all’agonia dello Stato Sociale. In Italia non vi è alcun dubbio che la nostra sofferenza è dovuta ad un sistema centralista, allo strapotere della politica, ad una tassazione oppressiva, ad una regolamentazione “bizantina” e, infine e in fondo, ad una cultura fondata sull’invidia sociale. Liberarsi da un sistema simile vuol dire, prima di tutto, staccare la spina al governo centrale. Fuggire da Roma. Ma non certo per replicare lo stesso sistema e la stessa cultura a livello locale. Per sanare il problema alla radice, sarebbe meglio creare un nuovo Stato molto più libero rispetto a quello da cui si è appena fuggiti. E per libero, intendo: meno tasse, meno spesa, più libertà di mercato, una moneta libera dalla politica, più libertà dei suoi territori di essere autonomi e responsabili.

Gli esempi sono lì da vedere: gli Stati più piccoli tendono ad essere più competitivi, dinamici e ricchi. Pensiamo a Hong Kong (finché avrà la sua semi-indipendenza), a Singapore, alla Svizzera e al Liechtenstein. Oltre alle ridotte dimensioni territoriali c’è un’altra caratteristica che li accomuna: sono tutti Stati estremamente liberisti e aperti al mondo (globalizzati), dove è possibile fare business con poca burocrazia e pochissime tasse. L’Estonia è riuscita ad uscire dalla sua povertà sovietica, in appena 15 anni, grazie a riforme che hanno decisamente ridimensionato il peso dello Stato sui cittadini e l’economia.

Non è scontato che uno Stato piccolo sia anche libero. Ma le dimensioni contano: solo uno Stato grande e ricco di risorse nel proprio territorio può pensare di isolarsi in una “beata” autarchia e di organizzarsi in un sistema collettivista. E, nonostante tutto, il modello non funziona neppure negli Stati più colossali: il crollo dell’Unione Sovietica serva di esempio. Le piccole dimensioni inducono allo scambio: si deve ottenere tutto ciò di cui non si dispone sul proprio territorio. E (viste le ridotte risorse umane) lo si deve necessariamente fare senza ricorrere alla violenza. Questo è il mercato. Un indipendentista collettivista e autarchico è dunque una contraddizione vivente. Vuole uno Stato piccolo, ma non considera che, senza libertà di scambio, senza globalizzazione, la sua creatura non potrebbe sopravvivere.

Queste sono le ragioni per cui un indipendentista dovrebbe essere libertario. Ma occorre spendere anche due parole sulla necessità, per un libertario, di abbracciare la causa secessionista. Un amante della libertà difficilmente si riconosce in un popolo, o in un’appartenenza nazionale, regionale o locale. La libertà è universale. Ciò non toglie che lo Stato unitario in cui viviamo (e non solo in Italia) è difficilmente riformabile se non si spezza la sua unitarietà. Proprio perché lo Stato Sociale si fonda sulla giustificazione della redistribuzione (dai ricchi ai poveri in teoria), inevitabilmente ci saranno regioni più produttive che dovranno mantenere di peso quelle più povere. Non solo in Italia, ma ovunque. L’unico modo serio per porre fine allo Stato Sociale è quello di spezzarlo territorialmente, appoggiando le aspirazioni di quelle regioni più produttive che non vogliono più “redistribuire” le loro ricchezze. Non ci sono altri metodi altrettanto efficaci: il federalismo può benissimo essere usato come copertura di altre politiche centraliste, il costituzionalismo può esser sempre violato dai suoi stessi autori, il controllo democratico, come dimostra la storia delle socialdemocrazie europee, può portare ad un ulteriore incremento dei poteri dello Stato centrale, a cui i cittadini/elettori chiedono sempre più privilegi.

Molti liberali italiani chiedono di dare ancor più potere all’Unione Europea, convinti che Bruxelles sia più libera di Roma. Ma anche questa è una grave contraddizione: lungi dal liberarci dalla nostra classe politica, la manderemmo ai piani alti dell’Europa, conferendole ancor più potere e permettendole di nascondere (se non altro per la distanza) le sue malefatte. La frammentazione territoriale, fino all’unità più piccola, è l’unico realistico scenario a cui un libertario possa aspirare. Farsi distrarre da altri modelli di riforma sarebbe solo una perdita di tempo. Paesi vicinissimi a noi, liberi, piccoli e ricchi, quali la Svizzera e il Liechtenstein, sono lì ad indicarci la via.

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49 Comments

  1. Aquele Abraço says:

    Tanto per fare un po’ di chiarezza:
    Nella lingua italiana liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall’economia (perciò un’economia liberista è un’economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il secondo è un’ideologia politica che sostiene l’esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all’individuo e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale).
    In sostanza, sul piano politico l’evoluzione del liberalismo ha portato alle liberaldemocrazie (diritti civili, stato di diritto, costituzioni)
    Ma per le ideologie di sinistra l’eguaglianza formale proclamata dai liberali non ha senso finché permangono enormi disuguaglianze economiche.
    L’impulso delle idee sociali ha portato al compromesso delle socialdemocrazie.
    Il termine libertario è in diretta contrapposizione al termine liberale ed è, nell’uso politico, un sinonimo di anarchismo.
    Nella pratica libertaria (o comunista libertaria) si prospetta l’abolizione dello Stato, della proprietà, della religione e della famiglia.
    Dunque, se ho ben inteso il senso dell’articolo, visto che il liberalismo ormai è il presupposto di tutte le attuali visioni politiche, la vera dicotomia tra gli indipendentisti è tra quelli liberisti (in senso economico) orientati a destra, vere rarità secondo l’autore e tra quelli orientati più o meno a sinistra che sarebbero la maggioranza.
    In conclusione il termine “libertario” usato in questa situazione è errato e fuorviante.

    • Leonardo says:

      Liberismo è un’invenzione solo italiana! Tipica di chi ha già stuprato il liberalismo

      • dante says:

        Von Hayek dice che si sono chiamati Libertarian perchè erano già liberal nel senso di Liberali in Europa. (avevano già realizzato cioè le aspirazione Liberali dei liberali in Europa).
        Inoltre i Liberali in Italia, e in Germania pure, erano movimenti che aspiravano anche all’ unità nazionale.

        • dante says:

          Fra l’altro ho avuto la tressera del PLI per qualche mese e ho lasciato pur essendo Liberale libertario o liberista (tutto quello che volete) perchè no sopportavo più il loro nazionalismo e l’inno Italiano a tutte le riunioni La bandiera è orgogliosamente parte del simbolo del PLI

    • LucaF. says:

      @ Aquele Abraço
      L’autore dell’articolo fa riferimento col termine libertario al filone d’ambito anglosassone anarcocapitalista il quale difende i diritti naturali degli individui, in primo luogo la proprietà privata e il libero mercato.
      Il termine ‘libertario’ usato nell’articolo è dunque corretto e pertinente.
      E’ lei che non ne ha inteso il senso se associa il libertarismo all’anarco-comunismo.

      • Aquele Abraço says:

        Dal contesto s’intuisce l’intenzione dell’autore, ma siccome siamo in Itaglia e quì imperversano nelle piazze libertari del filone anarco-comunista di estrema sinistra e contrari alla globalizzazione piuttosto che quelli del filone anarcocapitalista, mi sembrava opportuno sollevare la questione, ai fini di una maggior chiarezza.

  2. lion says:

    Nel mondo non sis un solo movimento indipendentista che si dichiari libertario nel senso in cui lo intendete voi. I baschi sono libertari nel senso di anarchici anticapitalisti. Basta ciurlare nel manico.

    • Aquele Abraço says:

      Beh, sarebbe da meravigliarsi del contrario, dopo la dura repressione franchista che hanno subito.
      Il franchismo è stato una degenerazione dello Stato liberale verso il nazionalismo estremo.
      Come in tutte le dittature militari di destra o sinistra, non si riconoscono più i diritti civili degli individui che diventano pedine succubi e funzionali allo Stato nazione.
      Tuttavia, avendo scelto un’economia autarchica, oltre che antiliberale il franchismo è stato anche antiliberista (in senso economico).

  3. CARLO BUTTI says:

    Finalmente un articolo ben scritto e ben argomentato sulle ragioni del secessionismo come grimaldello per la costruzione di una società libertaria, ovverossoa per il superamento dello Stato. Rimango antiterritorialista e quindi assai scettico sulla bontà della secessione, anche soltanto come mezzo(credoche per nessun vero libertario possa considerarla il fine ultimo della sua battaglia), ma riconosco l’intelligenza e la fondatezza di molte osservazioni. I miei più vivi complimenti.

  4. dante says:

    Un gran bell’articolo che sarebbe da condividere completamente. Purtroppo, molti vorrebbero una Padania copia dell’Italia, magari capovolgendo la situazione, altri vorrebbero la Repubblica popolare di Padania. Altri ancora nessun Idea chiara. Ma la logica di Stefano Magni non lascia spazi ad alttro se non sarà come illustrato non sopravviverà. Abortirà. (se mai sarà naturalmente).

  5. Luca says:

    Io sono liberale ma non libertario: sinceramente mi lasciano non poco amaro in bocca coloro che vorrebbero l’indipendenza solo per ragioni economiche e di libertà personale, dimenticando completamente le questioni identitarie. Non posso abbracciare questo loro modo di ragionare, ma posso mettere momentaneamente da parte questa differenza di opinioni. Penso che la strategia migliore per i movimenti indipendentisti sia quella di concentrarsi appunto sul diritto all’autodeterminazione senza mettere troppo in risalto le altre questioni politiche, che potranno successivamente essere regolate una volta raggiunta l’indipendenza.

  6. Flavio Poli UPA says:

    Credo che uno dei motivi per cui un indipendentista non é libertario, sia da ricercarsi nella fase di contrapposizione allo stato. Un indipendentista, almeno nella fase iniziale, é concentrato principalmente a liberarsi dalla condizione di sudditanza e, forse inconsciamente, si oppone alla struttura politico-economica dello stato dal quale vuole staccarsi. Lo fa per come concetto di una diversità estrema. In una fase successiva poi, penso che l’idea libertaria sia una strada che verrà di conseguenza presa in seria considerazione, anche in funzione della tradizione delle comunità del territorio liberato.

  7. Paolo L Bernardini says:

    Ottimo articolo.

  8. Giancarlo says:

    Bene, quindi la possibile platea di indipendentisti si restringe ancora. Da una parte avete la truppa, in gran parte ex- o post-leghista, quindi per lo più etnoidentitaria, celto-buffona e comunque di base conservatrice per idee e carattere, ma in senso moltissimo democristiano (Csu bavarese) e quasi niente libertario. La Svizzera gli serve solo per urlare “Meno tasse!” ed eventualmente per portarci capitali (più che altro non per impiantare imprese ma per darli alle banche perché facciano trading e gli facciano incassare cedole). Però del suo sistema istituzionale e del suo particolare rapporto tra stato e cittadini non gliene potrebbe fregare di meno. La libertà per la truppa continua a essere solo e solamente un fatto economico. Credo che, appunto, la Baviera per loro sia un modello molto più attraente. Dall’altra parte avete tutti quelli orientati “a sinistra”, diciamo così per brevità e comodo, tra i quali c’è molta gente che vorrebbe non dico l’indipendentismo, ma il federalismo vero sì, che però di fronte al panorama offerto dalla truppa viene presa dal più cupo sconforto. E, sempre “a sinistra”, il traduttore automatico traduce libertarianismo in Tea Party de noantri. A proposito, che ne pensano i libertari dell’ultimissima perla leghista, che ripropone il carcere per i giornalisti rei di diffamazione?

    • Culitto Salvatore says:

      l’unica cosa su cui sono d’accordo con la lega è proprio il carcere per i giornalisti, ma non lo darei solo per diffamazione, anche per qualsiasi altra cosa, sono giornalisti e vanno messi in carcere in quanto tali, fanno informazione disinformazione diffamazione propaganda…chi se ne frega sono giornalisti e come tali dovrebbero stare in carcere, tanto la c’è la TV, la libera uscita le sbarre pieghevoli….(oltre ad un indennità giornaliera e i contributi per la pensione, meglio che lavorare in fabbrica)

    • Aquele Abraço says:

      Ogni professione ha dei principi deontologici, ma sembra che quelli di non diffamare, non ingannare, non mentire e simili non siano molto sentiti e applicati da certi media sensazionalistici e interessati solo all’audience o, peggio, asserviti alla politica di cui assecondano le peggiori inclinazioni.
      Libertà non vuol dire licenza di uccidere!

  9. Congratulazioni all’autore per le idee esposte e per il modo estremamente chiaro in cui le ha presentate.

  10. Ciò che scrive Magni mi è da sempre chiarissimo e concordo dalla prima all’ultima parola.
    C’è solo un MA.

    Per ottenere l’indipendenza è necessaria una massa critica di persone notevole e fare affidamento solo sui libertari come me non la si otterrà mai!

    Una volta ottenuta l’indipendenza col contributo di statalisti e libertari la lotta sarà solo tra statalisti, come la Lega attuale, e libertari che attualmente sono dispersi in varie fazioni politiche.
    Finalmente saremo liberati dai centralisti-dirigisti i cui eponimi si chiamano Alemanno, Diliberto, ecc.

  11. Nibbio says:

    Non è altro che un ossimoro !

    Nell’attuale situazione interna italiana e bel contesto internazionale proporre al Nord i modelli di Berna e Vaduz è una pura forma di masturbazione mentale, pericolosa e dannosa per chi pensa con oggettività e buon senso al futuro della nostra gente !

    Bisogna tenere i piedi per terra e la testa sulle spalle, non nelle nuvole !

    • lorenzo says:

      Magni ha espresso un punto di vista concreto, tu non hai proposto niente. Dire che “bisogna tenere i piedi per terra e la testa sulle spalle” è come dire bla bla bla bla…

      • Nibbio says:

        Oh Lorenzo, sopraffino cervello di cotoletta, io non scrivo articoli farneticanti per il gusto di sentirmi ideologo di qualcosa !

        Oh Lorenzo, cervello sottratto alla “rustisciada” perché già puzzolente, cosa hai invece proposto !

        Cerca di tenere i piedi per terra, la testa sulle spalle ed i co….ni, se li hai, al posto giusto, non in testa come ora !

        • lorenzo says:

          vedo che continui a portare argomenti concreti e intelligenti… vai avanti ti prego, in fondo i commenti agli articoli sono utili perchè danno qualche attimo di “significato” anche ai disperati come te…

  12. joseph says:

    Singapore, Svizzera e Liechtenstein, non sono un’esempio molto calzante (avrei capito olanda o belgio…) la forza di questi paesi non sta affatto nel loro dinamismo o nella loro competitività… sono “ricchi” semplicemente perchè sono degli stati che sfruttano delle loro particolarità giuridiche e delle contingenze demografiche, in parole povera hanno una popolazone relativamente bassa quindi hanno la possibilità di mantenere una tassazione bassa e sanno attrarre per motivi fiscali molti capitali (sporchi) di fatto sono i riciclatori mondiali dell’evasione fiscale di altri paesi se non addirittura di capitali sporchi

    • lorenzo says:

      Preferisci il sistema giuridico italiano a quell di Liechtenstein e Svizzera..??

    • Caber says:

      non si capisce in questo discorso che connessione ci sia tra popolazione bassa e tassazione bassa… ma se ci fosse allora ben vengano gli stati a popolazione bassa!

      • joseph says:

        se uno stato ha una bassa popolazione deve erogare servizi minori e soprattutto ha apparati di stato meno costosi etc etc quindi verosimilmente tassa di meno

        • lorenzo says:

          e come mai negli Stati Uniti (300 milioni di abitanti), la tassazione è molto più bassa che in Italia (60 milioni di abitanti) ?

    • Paolo L Bernardini says:

      Mai stato a Singapore?

    • fabrizioC says:

      scusa, ma mi sembra il solito cliche’: i soldi delle banche non sono mica del governo, non sono usati per pagare il debito pubblico, le strade, il sociale. sono dei correntisti punto e basta. La Svizzera e’ quello che e’ proprio perche’ e’ come descrive l’articolo: democrazia diretta, suddivisione in 26 (!) cantoni (per inciso, se non ricordo male, a bloccare i Gheddafi in Europa e’ stato il ministro degli esteri di Neuchatel , un cantone di 100000 abitanti, e il governo centrale non ha potuto dire niente),
      i politici sono solo dei propositori /segretari delle decisioni del popolo., etcetc…

      Fab

    • Giacomo says:

      ma che cosa scrivi? Se c’è un dibattito che infiamma gli svizzeri di questi tempi è proprio quello sulla sovrappopolazione del loro paese che ha ormai una densità demografica eccessiva.

      • joseph says:

        tu confondi le pere con le mele….la denistà demografica nn centra nulla con la popolazione, gli usa hanno una bassissima denistà demografica ma sono uno dei paesi più popolosi al mondo…

  13. Alberto Pento says:

    La lebartà omana de on omo no la pol existare fora de la so omanetà e ke fa la so omanetà xe anca la comonetà omana a cu l’ono ‘partien: fameja, vilajo, çità, etnia, nasion, nasion-stato.
    L’omo l’è si ono ma lè anca comonetà.
    N’omo sensa comonetà lè n’omo sensa senso, sensa diman, sensa amor, sensa speransa, sensa valor, n’omo kel pol coparse da la desperasion.

    • Alberto le tue sono parole al vento, non ho capito una mazza di ciò che hai scritto.
      Col massimo rispetto.

      • Crisvi says:

        😉

        Parole al vento ( poesia di Crisvi )

        Parole al vento, che salgono sulle note del tormento.
        Retaggi insani che paiono un lamento
        e s’insinuano nella mente dello stolto in un subitaneo momento.

        Schiave di viltà e presunzioni, avvolgono l’improba esistenza
        per fuggir con insana persistenza.
        Corri stolto, fuggi da te stesso e con le parole al vento,
        continua nell’inutilità del tuo mentale rincorrere alla vita opponendo.

        nè dolcezze, nè ristoro,
        forse un futile lavoro
        nulla nella vita t’appaga, se nell’odio affoghi il tuo pensiero,
        scordando sempiterno d’essere un uomo vero !

      • Aquele Abraço says:

        El se ostina a usar na grafia e na gramàdega veneta tuta sua, a ghe vol tanta bona vołontà par leser i so comenti.

  14. Alberto Pento says:

    L’autore scrive:

    Un amante della libertà difficilmente si riconosce in un popolo, o in un’appartenenza nazionale, regionale o locale. La libertà è universale.

    Mi no sento ke ghe sipia na encoerensa e na contradision tra la lebarta ogneversal e la ‘partenensa natural e lebara a na comonetà omana (fameja, vilajo, borgo, çità, etnia, nasion).

    • Alberto Pento says:

      La lebartà omana de on omo no la pol existare fora de la so omanetà e ke fa la so omanetà xe anca la comonetà omana a cu l’omo el ‘partien: fameja, vilajo, çità, etnia, nasion, nasion-stato.
      L’omo l’è si ono ma lè anca comonetà.
      N’omo sensa comonetà lè n’omo sensa senso, sensa diman, sensa amor, sensa speransa, sensa valor, n’omo kel pol coparse da la desperasion.

      Non è molto diverso l’uomo di oggi da quello di ieri, del Paleolitico nomadico quando viveva in clan esogamici composti da 20/30 membri.

      Lora l’omo e la so comonetà li jera n’onetà, la lebartà de ogni omo la se esplecava rento la lebartà del clan, de tuta la comonetà; no ghe jera contradision tra l’ognolo e st’altri del clan.
      Anca el teretoro so cu viveva el clan el jera parte eintima de sta onedà: omo, clan, teretoro.

      La libertà del singolo non è in contraddizione o in contrapposizione con la liberta della comunità di appartenenza se il singolo ama la sua comunità e se questa lo ricambia.

      Ła barca dea luna.

      Co jèra i ani de na ‘olta e l’omo magnawa co łe sàte e crùo,
      col raposava par tera, co fà i bò e łe cavrète,
      nol ghéa mia ori de luxe;
      nol ghéa łùmere de łúa, de łípa, de łégna
      o de séwo de mascio, siero de àve, pégołe de péso,
      el ghéa sol ke a luna, łène, sełène łe stèłe.

      Al dì, ghèra ‘l sol,
      de note, ‘a luna e so sorestéłe
      a verxarghe i pàsi so ła tèra
      e a scaldarghe ‘l còr;
      De note, tuti stéa siti, ténti e stréti,
      siti, cofà on gnàro de pìtarełi!

      In tel gran mar adhuro, ke łè ‘l volto del siel,
      ła luna, da bàła, se fea falçeto e bàrca,
      nàndo piànéto, łongo ła gròpa de ła nòte mòra,
      co i so sixi, frimi e strighi
      e co riwawa matìn, spontàwa‘l sol,
      ciàpando ‘l so posto.

      Cusì, ànca ancò, ła łuna s-ciàra de nòte ła tèra
      fa vegnèr su łe vèrxe, montàr l’àcoa nel màr
      e co xe ora ànca l’òrdre de łe dòne;
      ła matìna, ła déxmonta da ła bàrca e ła se fà falçeto e kùna;
      fàlçeto pa’ l’erba de łe cavrète
      e kùna pa’ dondołàr e scorłàr i piùtarełi.

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