LIBERTA’ ECONOMICA: LA CONFEDERAZIONE NON CAMBIA STRADA

di CHIARA M. BATTISTONI

Ne ho già fatto cenno due settimane fa; ogni anno la Heritage Foundation pubblica l’Economic Freedom Index, l’indice che misura la libertà economica di un paese; tradotto in maniera un po’ semplicistica significa misurare “quanto Stato” c’è nell’economia di ogni singolo Paese; tanto maggiore è l’ingerenza dello Stato nella vita del paese tanto più il paese non è economicamente libero.

L’indice della Heritage propone un set di criteri oggettivi per misurare i dieci ambiti in cui è stata scomposta la libertà economica. Per ogni settore, definito come libertà specifica, è disponibile una serie di variabili complesse la cui misura contribuisce al punteggio complessivo. Ognuna delle dieci libertà ha il medesimo peso; l’indice finale è il risultato della media dei risultati ottenuti nei dieci ambiti, misurati considerando tutte le informazioni disponibili alla fine del primo semestre dell’anno precedente (per l’edizione 2012, al 30 giugno 2011). Negli ultimi anni l’edizione online permette anche di sviluppare confronti immediati tra i paesi. Sono liberi i paesi che totalizzano un punteggio compreso tra 80 e 100; sono sostanzialmente liberi quelli che si collocano nell’intervallo 70 – 79,9; moderatamente liberi quelli con punteggio compreso tra 60 e 69,9. Sono prevalentemente non liberi i paesi con punteggio compreso tra 50 e 59,9; repressi nelle libertà i paesi con punteggio tra 0 e 49,9 (20 paesi).

Ebbene, come avete già avuto occasione di leggere, l’Italia ha totalizzato un punteggio di 58,8, inferiore addirittura alla media mondiale pari a 59,9, quasi trenta punti meno delle economie libere. Le labilità sono, purtroppo, quelle di sempre: spesa pubblica (siamo 164esimi al mondo), pressione fiscale (169esimi) misurata individuando le tasse sul redito individuale, sul reddito d’impresa, la pressione fiscale complessiva rispetto al Pil; libertà del lavoro (153esimi), quest’ultima disponibile dal 2007 e concentrata sulla misura del salario minimo, della rigidezza dell’orario, della difficoltà di licenziare e del costo del licenziamento di persone in esubero.

Sono proprio queste le criticità su cui i provvedimenti del governo Monti dovrebbero intervenire; sappiamo ancora poco su ciò che si farà per la spesa pubblica, si può essere più o meno critici sulle azioni individuate finora ma almeno la strada, quella dell’immediato, pare tracciata con lucidità; agire là dove si annidano i ritardi drammatici del Paese, che ci costano in sostenibilità del sistema e competitività complessiva.

Chi prosegue con fermezza sulla strada della libertà economica è la Confederazione Elvetica; l’Index 2012 la colloca al quinto posto al mondo, con un punteggio complessivo di 81,1 frutto delle eccellenze nelle variabili che individuano i diritti di proprietà, la libertà dalla corruzione, la libertà del commercio e quella finanziaria. Molto interessante, invece, la prestazione nell’ambito “fiscal freedom” quella che individua la pressione fiscale, che pone la Svizzera al 142esimo posto. Tra tutti i settori analizzati è questo il risultato peggiore, frutto però della struttura del sistema fiscale svizzero che non può prescindere dal proprio federalismo. La pressione fiscale complessiva a cui sono sottoposti i cittadini svizzeri è del 30,3 per cento; percentuale non particolarmente bassa, in linea con molti altri paesi europei su cui però il cittadino, grazie a referendum e iniziative popolari, ha l’ultima parola.

La letteratura (compresa quella divulgativa, come l’interessante “Il sistema fiscale svizzero”, utilizzato nelle scuole elvetiche) considera il sistema fiscale svizzero un sistema storico, sviluppato cioè nel tempo senza una vera e propria pianificazione; non potrebbe essere altrimenti, vista l’agilità e il dinamismo che caratterizza i sistemi federali, concepiti per cambiare nel tempo in funzione delle trasformazioni dei propri cittadini.

Poiché non esiste autonomia funzionale senza autonomia impositiva, ognuno dei tre livelli amministrativi definisce tasse e imposte. Accade così che ogni Cantone, che è Stato a tutti gli effetti, ha una legislazione tributaria autonoma che tassa reddito, persone fisiche, proprietà, successioni, utili da capitale, immobili; i Comuni, a loro volta, possono prelevare liberamente imposte comunali, imporre supplementi sulle tasse cantonali (i cosiddetti moltiplicatori); infine la Confederazione impone tasse di bollo, imposte speciali di consumo, imposta sul valore aggiunto (l’Iva introdotta solo nel 1993 con votazione popolare, in sostituzione dell’”imposta sulla cifra d’affari”) oltre a tassare a sua volta il reddito.

Ripercorrere la storia del sistema fiscale elvetico significa ripercorre la storia della Confederazione ed educare alla fiscalità significa educare al federalismo; qui il cittadino è sì contribuente ma è prima di tutto decisore finale. La Costituzione, infatti, è strumento di orientamento delle generazioni, come tale soggetta a modifiche e trasformazioni in funzione dell’evoluzione dei tempi.

La sovranità fiscale di cui godono Confederazione, Cantoni e Comuni è concepita in modo che i tre enti non si ostacolino, senza per questo gravare oltremodo sui contribuenti. Al tempo stesso il sistema così strutturato fa sì che Cantoni e Comuni siano in concorrenza tra loro; ai Comuni, poi, sono assegnate funzioni impegnative come la gestione della scuola elementare, l’assistenza sociale e una parte della sanità; nonostante il sostegno della Confederazione, i Comuni hanno bisogno di risorse per queste attività da reperire anche attraverso le imposte.

Ciò che rende il sistema fiscale svizzero davvero originale, però, è la centralità del cittadino, al quale è affidata l’ultima parola; centralità che nella Costituzione si concretizza in articoli specifici. Innanzitutto l’articolo 8, che ribadisce il principio dell’uguaglianza giuridica, che nel diritto fiscale si sostanzia come principio dell’imposizione secondo la capacità economica; poi il diritto alla libertà economica, richiamato da ben tre articoli (27, 94 e 107), secondo cui “le prescrizioni e le misure di diritto fiscale non devono pregiudicare la libertà economica”, invitando dunque i Cantoni a non introdurre misure o speciali imposte sul commercio che possano tradursi in inibitori della competitività. L’articolo 26, invece, ricorda il principio di garanzia della proprietà che costituisce a tutti gli effetti un limite all’imposizione; l’articolo 15, sulla libertà di credo e di coscienza, fa sì che non possano essere riscosse “imposte di culto da persone fisiche che non fanno parte della comunità religiosa in questione”; c’è poi il divieto della doppia imposizione intercantonale, frutto dell’articolo 24 della Costituzione che stabilisce la libertà di domicilio; una persona che risiede in un Cantone e lavora in un altro non può essere tassato per il medesimo oggetto fiscale tanto dall’uno che dall’altro Cantone. Infine, c’è il divieto di concedere privilegi fiscali, regolato per lo più da accordi intercantonali.

Sulla base di questi principi, ogni ente preleva le imposte e le trattiene sul proprio territorio, inviando al livello superiore solo quanto dovuto e richiesto; il flusso fiscale, cioè, è strutturato proprio come il sistema di amministrazione: dal livello comunale a quello confederale, lasciando che ogni ente sia responsabile di quanto raccolto sul territorio di competenza. Referendum obbligatori (nel caso di modifiche costituzionali) e referendum facoltativi nella maggior parte dei Cantoni consentono al cittadino di intervenire direttamente nelle scelte fatte dai propri eletti.

Come vedete si tratta di un sistema relativamente semplice nella struttura, complesso nel funzionamento che esige consapevolezza e responsabilità da parte di tutti, enti e cittadini; il federalismo, forse più di altre forme di governo, non ammette superficialità e ignoranza, pena la non sostenibilità dell’intero organismo.

 

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2 Comments

  1. rosario says:

    Se vogliamo un sistema cosidetto federale per l’Italia, l’unica via è una confederazione di stati indipendenti. Cosicchè la pletora di parassiti pubblici sia sovrastanti che quelli che li contornano muoia per inedia.
    Stati indipendenti come le attuali regioni o ritorno a precedenti confini che possono consorziarsi tra di loro.
    Ognuno nella specificità si sappia amministrarsi e che stavano non ci saranno contributi dal governo confederale.
    A livello centrale ci sarà solo un prelievo sulle imposte già riscosse a livello di stati e stop. Il governo confederale non potrà mai imporre tasse, solo amalganare i sistemi tributari onde rendere i cittadini uguali ed avere opportunità di intraprendere dove esisterebbero certe condizioni che facilitano investimenti. Le risorse prelevate devono avere un corrispettivo in servizi già predefinito.
    Nessun canditato a quella sorta di parlamento federale può candidarsi senza aver a suo tempo servito nel parlamento del proprio stato. Almeno certi personaggi spuntati dal nulla vadano prima a farsi la gavetta…. mi fermo qui non voglio tediare a lungo

  2. Giacomo says:

    Non dobbiamo contrapporre federalismo e indipendentismo. Occorre ottenere l’indipendenza dall’italia allo scopo di costruire uno o più stati indipendenti basati su ordinamenti federali. Dal basso, sotto il controllo dei Cittadini. L’errore peggiore che potremmo fare è credere in una nuova satrapia stile bossi che guidi dall’alto un popolo passivo e inerte.

    Cittadini sovrani, sull’esempio Elvetico.

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