Liberismo e marxismo, l’unione fa la disfatta

conoscenza rende liberidi SERGIO TERZAGHI –  La concezione dell’uomo come “animale-essere economico” accomuna liberisti e marxisti. Sin dalle origini, liberismo e marxismo rappresentano due poli opposti di uno stesso sistema di valori economici: il primo difende unicamente gli interessi di colui che assume i rischi dell’impresa, il secondo invece cerca di essere il paladino di coloro che, prestando la loro opera lavorativa, permettono all’imprenditore di ottenere profitto. Liberisti e marxisti, in accordo tra loro, hanno conferito all’economia la funzione primaria e determinante nella società. La storia ci ha consegnato, però, un marxismo morente e un liberalismo sempre più trionfante ma, al contempo, degenarato, con l’avvento della globalizzazione, in un turbo capitalismo privo di regole.

Questo capitalismo d’oggi, che taluni vorrebbero ancor più ”anarchico”, non si presenta più come un’ideologia, ma come un sistema mondiale di produzione delle merci che si serve della libera circolazione degli individui. Inoltre, “l’anarco capitalismo” insiste affinché l’economico continui a sottrarsi
dalla tutela del politico, poiché vorrebbe che la politica venisse gestita solo da tecnici non scelti o eletti dal popolo, ma selezionati in seguito a giochi di potere. Perseguendo l’ottica dei libertarians, andrebbe garantita un’immigrazione costante e senza regole, perché gli immigrati servono alla produzione industriale e costano molto meno dei nostri lavoratori.

L’alternativa all’immigrazione, che i “turbo capitalisti” auspicano, consiste nella delocalizzazione della produzione: la “democrazia” del mercato insegna come sia più redditizio produrre in Cina o in Turchia piuttosto che in Padania. Inoltre, secondo i sostenitori del nuovo corso “ultraliberale” andrebbero eliminate tutte le imposte, considerate un’estorsione, affinché le imprese e i più ricchi, ne possano trarre giovamento. Pazienza, se tutto ciò, in barba al popolo, portasse allo smantellamento dello stato social-previdenziale. Invero, in un’ottica autonomista, tutte le imposte andrebbero localizzate secondo le regole del Federalismo fiscale al fine di migliorare il servizio pubblico che dovrà essere gratuito e accessibile a tutti.

Alcune imposte, andrebbero eliminate o ridotte qualora le entrate fossero sufficienti a garantire servizi pubblici più che dignitosi. Anche sulla questione dei dazi, i sostenitori del capitalismo senza regole pongono in essere un’autentica levata di scudi affinché la proposta venga cassata. I cosiddetti libertari insistono nel propagandare la loro avversione all’introduzione di forme protezionistiche, contraria a quanto dettato dal mercato globale e imposto dal Wto. e dall’Unione europea.

Invero, insistere sui dazi ha un serio fondamento poiché, oltre a tutelare imprese e lavoratori, l’importazione ha un senso solo se riguarda beni di consumo estranei alla produzione del Paese. Ma v’è di più. Per Adam Smith, il mercante non poteva avere patria poiché agiva, mosso da una mano invisibile, solo per il proprio interesse. È quindi di tutta evidenza come nella società individualista-libertaria esista solo la dimensione del singolo. L’anarco-capitalismo
promette una società in cui, partendo tutti dallo stesso livello, prenderebbe corpo una selezione meritocratica dei migliori.

Tutto ciò è un falso mito. In realtà, le persone, intente a farsi la guerra l’una con l’altra, dimenticano la loro identità, la loro appartenenza a una comunità, si arrogano infiniti diritti ma scordano di avere anche doveri. Pertanto, le false idee di libertà e di uguaglianza, su cui si fondano le società cosiddette meritocratiche, hanno spogliato le persone dalle rispettive appartenenze: nazioni, regioni, popoli, culture tendono a essere negate o squalificate poiché l’interesse del singolo deve superare quello della comunità.

Non a caso, il pensiero unico non propone modelli educativi ma invita a disconoscere le differenze socio-culturali esistenti tra i popoli che, invero, rappresentano la bellezza e la ricchezza del mondo. Anche lo “stato di diritto” contemporaneo va in questa direzione: alcuni magistrati applicano
leggi liberali che, ironia della sorte, negano proprio la libertà di opinione. Oggigiorno la cittadinanza ha persino avversione per gli strumenti con cui può esercitare un’azione politica diretta: l’abuso dei referendum ne ha svilito il significato.

Gli attori di ciò, esempio tipico di libertarismo, bramano all’idea della creazione degli Stati Uniti d’Europa. Per creare una vera Europa dei popoli e dei regionalismi, un’Europa libera e dignitosa, in realtà, è necessario ricostruire il legame, la socialità, che mette in relazione gli appartenenti a una comunità umana. La comunità stessa può diventare un agente educativo in modo che i cittadini, come se abitassero in un luogo salubre, traggano giovamento da ogni suo aspetto.

Educare non significa costrizione, ma condurre fuori, nel mondo. L’educazione è importante soprattutto perché l’uomo che è un essere politico-sociale, non economico, deve vivere insieme ad altri, costruendo con essi un sistema di relazioni. Non potrebbe esistere la politica intesa come spazio di intelligenza
collettivo, come vivere comunitario, se gli uomini non comunicassero e solidarizzassero fra loro. Una solidarietà intesa come rapporto di disponibilità, di donazione che non può essere legato a regole economiche o d’interesse.

Questo il punto di partenza di un itinerario davvero percorribile, che può trovare consenso nella società civile. Ricostruito il legame sociale, i popoli
torneranno a chiedere a gran voce il proprio riconoscimento politico e giuridico: solo così si potranno unire in un patto federale, vero simbolo di democrazia poiché sintesi di decisione popolare e autentica libertà. Altrimenti, ci fermeremmo all’abuso di concetti quali libertà, uguaglianza e fraternità che accomunano i vincitori d’oggi e gli sconfitti di ieri: “anarco capitalisti” e comunisti.

(da Il Federalismo)

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