Liberiamo Milano, matrona imbacuccata

Milano islam

di ROMANO BRACALINI –    Sanno sempre dove andare. Scelgono i luoghi con fiuto infallibile e sono sempre i quartieri più poveri e degradati della periferia, o anche quelli più abbarbicati al centro, ma come sacche di povertà rimaste intrappolate nel cemento, a nord della stazione centrale, tra Gioia e via Zuretti, verso la Martesana, oppure all’Isola, sopra la stazione Garibaldi, o su verso viale Monza, o l’impraticabile viale Padova, invasa dall’arabo, dove la sorveglianza è più che altro platonica, e le difficoltà dell’esistenza più visibili e manifeste. È qui, dove lo spirito di resistenza e la protesta cozzano contro il muro dell’indifferenza generale, che gli abitanti assediati non trovano più altro rimedio che barricarsi, chiudersi per non vedere il compiersi quotidiano dello scempio, attraversare le strade ingombre di lerciume a capo chino per non cogliere il ghigno di sfida di un nordafricano.

In piazzale Selinunte, a due passi dalle residenze borghesi e ben protette di San Siro, ma lontana mille miglia da esse, cambia anche l’odore oltre al paesaggio. Sotto due alberi striminziti una poltrona sfondata, due sedie, scatoloni e l’infinita gamma della spazzatura che è lo scenario naturale della miseria e dell’abbandono, il folklore a buon mercato dell’incuria e della barbarie che, grazie all’immigrazione dal Terzo Mondo, ha ripreso lena sopra ogni regola civile di convivenza. Ed ecco poco distante l’auto dormitorio di un immigrato, un sintomo di squallore, e nemmeno il più grave, che non viene nemmeno più rilevato. Il vigile urbano passa e sorride alla matrona islamica imbacuccata. Qui il ricambio delle abitudini e delle botteghe è stato rapido. Le macellerie “elal” si sono moltiplicate a dismisura e stanno aperte anche la domenica. Non vendono carne di maiale, ma le polpettine speziate marocchine sì; ma montoni sgozzati sì, ma non si sa dove avviene il rito crudele dell’animale morto per dissanguamento, se nel retrobottega e nel cortile di casa, dato che è un reato perseguibile per legge; ma neppure gli animalisti si curano di saperlo.

Tutto il giorno a ciondolare, sono giovani immigrati maghrebini che soltanto un buontempone a cui va di scherzare chiamerebbe una “risorsa”; non hanno un lavoro e non lo cercano; stanno lì a bighellonare, a chiacchierare con ampi gesti delle mani, alla maniera dei venditori di tappeti arabi che decantano la merce stesa sulle cacche di cammello; ma alla catena di montaggio non ce li trovi nemmeno se li fucili. Arrivano da Casablanca, dai villaggi luridi dell’Atlante, arrivano dove li chiama il compare secondo il vecchio costume di complicità e di protezioni che rende scaltra la miseria.
Urlano in mezzo alla piazza, forse disputano sulle dosi da spacciare, sui luoghi da presidiare: eroina, metadone e il farmacista ringrazia il cielo perché è tanto che non lo rapinano. Nella piazza i marocchini passano la giornata senza far nulla, i calli alle mani non sanno cosa sono, trafficano la sera, senza faticare troppo. Nei loro occhi febbrili, se provi a incrociarli solo per curiosità o per caso, cogli l’ostilità che è già una forma d’odio, un vago segnale di prepotenza e di fastidio per il milanese che non si decide a sloggiare da questo quartiere depredato e ridotto un letamaio, come nei loro paesi, a semenzaio di delinquenza importata, qui dove si sente più spesso parlare arabo e il milanese è una lingua straniera, anche nelle botteghe e negli spacci alimentari, e ovviamente nella macelleria di Emad l’egiziano «con la carne che è una delizia» secondo il confortante giudizio del cronista del Corriere . Perfino la buona borghesia lombarda, anche senza apprezzare la carne di Emad l’egiziano, forse qualche dubbio comincia a nutrirlo. Piazzale Selinunte è un modello di società multirazziale che i condomini di via Spiga o via Bigli, se si tolgono i camerieri negri in livrea e le “tate” filippine o peruviane, non gradirebbero ed è un rischio che fortunatamente non corrono.

Nei quartieri degradati, dove si misura la pazienza degli abitanti nella prospettiva della nuova società multirazziale che nessuno vuole a cominciare da quelli che senza colpa la subiscono, s’è perso già l’antico costume milanese di bonomia e cortesia giacché l’uno e l’altro non sono ricambiati dai maghrebini, dai turchi, dai clandestini con soggiorno assicurato di piazzale Selinunte. S’è instaurato un clima di reciproca diffidenza che potrebbe sfociare nello scontro aperto da un momento all’altro e il bello è che sono questi stranieri parassiti e indesiderabili a credere di aver ragione e di essere nel diritto di spadroneggiare, intimidire, spacciare senza rendere conto a nessuno. La paura si taglia col coltello.

L’edicolante, interrogato dal Corriere , dice che «l’atteggiamento aggressivo è presente sia da una parte che dall’altra. Anche se forse sono gli stranieri a non tentare il primo approccio». Forse! Mette in vista quattro giornali in lingua araba che vende ogni giorno e forse non vuol avere noie dicendo che gli abitanti hanno qualche diritto di lamentarsi, se siamo ancora padroni in casa nostra. L’esproprio prosegue anche nell’insegna di un locale di karaoke: “Red Sea“, Mar Rosso, come usava nelle colonie africane intitolare
ristoranti e caffè con nomi italiani. Il riflesso psicologico è lo stesso. Il colonialismo europeo conquistava gli imperi e imponeva una forma di diritto con la forza delle armi. Questi arrivano in ciabatte, portano miseria e abitudini tribali. Difficile attraversare la piazza senza dover scomodare l’innato senso di civiltà e cortesia dei giovani marocchini, iscritti nelle liste di disoccupazione e da una vita in cerca di lavoro, ma senza fretta, e infatti nessuno si muove per far passare l’anziana signora che ricambia uno sguardo di disprezzo.

È già tanto che non ci sputino addosso, dice la gente. È già capitato, capiterà ancora. Si convive nella stessa casa separati da un muro. L’assegnazione dell’Aler fatta in base a un criterio ispirato “all’integrazione”, quando non premia l’immigrato di recente venuta, favorisce lo scontro e l’incomprensione. Nemmeno don Rigoldi, col fervore cattolico della fratellanza universale e l’amore sviscerato
per i poveri e gli immigrati, è riuscito a mettere pace e a buttar giù il muro che separa gli uni e gli altri. E come avrebbe potuto? L’integrazione è una chimera, peggio: una menzogna. Lo vadano a chiedere ai musulmani se vogliono integrarsi? Gli italiani di piazza Selinunte non li vogliono, i musulmani (marocchini, egiziani, turchi) stanno per conto loro, anche se nessuno li ha chiamati e pochi sono in regola con i documenti.

Dalle loro case, affollate come autobus all’ora di punta e ridotte a latrine, sale l’odore dolciastro dei cibi speziati, al curry, al cumino, padellate di cipolle, aglio, riso con montone sacrificato all’uso barbaro; il profumo del tè alla menta consumato a tutte le ore e non si capisce, se non bevono alcol come dicono, perché mai hanno tutti quelle pance orribili gonfie come otri, come le loro donne anche giovani che passano solenni coperte dalla testa ai piedi.

E se qualche milanese avesse voglia di farsi la “cassoela” deve aspettarsi che un musulmano si lamenti, salga le scale e ti prenda a male parole fino alle minacce perché per lui mangiare maiale è peccato, e chi se ne frega, a te invece piace e fai bene a farlo. Almeno finché trovi le costine di maiale.

(da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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