L’Europa nella profezia di 120 anni fa. Medioevo senza Rinascimento

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di ROMANO BRACALINI – Alla fine dell’Ottocento uno studioso francese, Alfred Fouillèe, scrisse un libro tradotto in Italia col titolo,”Temperamento e carattere”, nel quale si chiedeva come sarebbe stata l’Europa tra cento, duecento anni, e si provava a rispondere a questo arduo e affascinante quesito che assilla ogni generazione. E’ probabile che ai suoi tempi la profezia sarà sembrata pura fantascienza, frutto di una fervida e catastrofica immaginazione; ed è probabile che lui per primo si sarebbe meravigliato dell’esattezza delle sue previsioni.

Ha ragione il vecchio Joseph de Maistre: non c’è viaggio più istruttivo e avvincente di quello compiuto nella propria stanza. Stavo per l’appunto rileggendo vecchie carte d’archivio quando, del tutto casualmente, mi sono caduti gli occhi sulla recensione del libro in questione apparsa su un vecchio settimanale milanese,”La Tribuna”, del 4 agosto 1895, ossia oltre 120 anni fa. Un capitolo di Jules Verne non mi avrebbe altrettanto affascinato e atterrito. Ma Fouillèe, al contrario di Verne, non concedeva nulla alla fantasia romanzesca basandosi unicamente su deduzioni scientifiche, storiche, etnografiche. Egli partiva dalla constatazione che dopo la scoperta dell’America la crescente facilità di rapporti tra popoli diversi aveva accorciato le distanze, così che il pianeta pareva d’un tratto rimpicciolito.

Ciò che separava i popoli e le razze e impediva loro di venire a contatto e di urtarsi, non erano gli spazi ma le distanze difficili da percorrere. Un tempo, spiegava l’autore, abitavamo come in un grande parco ,in un grande bosco, disseminato di villaggi, quasi senza alcun contatto fra loro. Oggi, invece, abitiamo in un grande casamento moderno, dove tutti sono vicini, si vedono, si incrociano, si toccano. Quando le razze si incontrano, profetizzava Fouillèe, ”succedono gli urti”. Oggi che i deserti e le montagne non esistono più, o meglio non sono più una barriera, perché ci sono le ferrovie e i trafori, e i mari sono solcati da vapori rapidissimi, sono le masse intere che “vengono a continui e spesso pericolosi contatti”.

Negli ultimi quattro secoli la razza bianca ha conquistato il mondo e per meglio sfruttarlo vi costruì strade e ponti,lo coprì di ferrovie e di vaporiere,perforò i monti,scavalcò i fiumi,tagliò gli istmi:e l’aprì,non solo a se stessa,ma anche agli altri abitanti del pianeta.Così che le altre razze,dilatandosi a poco a poco,si sarebbero mosse per quelle medesime strade.La razza bianca ha inventato le armi moderne,mezzi d’attacco e di difesa, macchine meravigliose. Armi e macchine, diceva l’autore, di cui anche gli altri popoli si sarebbero impadroniti, sebbene non con la stessa perizia e consapevolezza.

L’Europa restava il centro del mondo e fonte di ogni invenzione moderna. Ma le altre razze avevano su quella bianca altri vantaggi: il numero, la sobrietà, la prolificità. ”Dove un operaio negro o cinese viene a far concorrenza all’operaio bianco, è quest’ultimo che soccombe”. (il linguaggio dell’epoca non risente ancora del politically correct).

Un altro scrittore francese, Paul Bourget, descrivendo le regioni dell’Ovest americano, aveva scritto: ”L’operaio a cinque cents vince dappertutto l’operaio a cinque dollari”. La prolificità dei popoli africani e asiatici era (come oggi) inversamente proporzionale alla loro capacità di produrre le risorse necessarie e di provvedere a se stessi. ”I cinesi sono 400 milioni,fra cent’anni saranno 800 milioni”.(Previsione sbagliata per difetto, essendo oggi i cinesi un miliardo e 300 mila). Quanto alla popolazione nera se cessassero le guerre intestine, si raddoppierebbe in quarant’anni; e che dire di queste formidabili ondate che s’avanzano sulla superficie del globo? Dove andranno tutte queste genti? Dove corrono? Essi ci verranno a sopraffare, per le strade che noi stessi abbiamo costruito, per le rotte che noi stessi abbiamo tracciato. Essi vengono a conquistarci con le stesse armi che noi abbiamo inventato e costruito.”L’isola bianca, l’Europa, sarà fatalmente battuta, ingoiata dalla marea gialla e nera.

Verrà il giorno in cui l’Europa diventerà prima gialla e poi negra; con questa differenza: che il “barbaro” era – a rigore – della stessa razza del latino e del greco. Invece tra noi e i nostri futuri conquistatori non c’è nessuna parentela: il loro impero non sarà una barbarie transitoria, educabile, come quella delle stirpi germaniche nel Medioevo, sarà una tenebre buia”. Così nel declino profetizzato dell’Europa, Fouillè vedeva un ritorno alla barbarie e alle tribù. Un Medioevo senza Rinascimento. Quello che noi stiamo vedendo è solo l’inizio.

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