L’Europa è morta nel 1918

europa 3di PAOLO GULISANO* – Europa unita è la più importante novità geopolitica degli ultimi anni, ma al di là degli slogan e dei facili euroentusiasmi recenti, cosa sanno esattamente i nostri concitta-dini della storia del nostro Continente? I dibattiti politici o le questioni economico-commerciali non sfiorano nemmeno il nocciolo della questione: cos’è l’Europa, qual è la sua identità e perché si deve unire. Il grande scrittore anglo-francese Hilai-re Belloc scriveva ottant’anni fa che «la Fede è l’Europa, e l’Europa la Fede»: i burocrati di Strasburgo hanno voluto ignorare questa ineludibile realtà, e i risultati – tristemente – si vedono.
Ne parliamo con un intellettuale fuori degli schemi e un appassionato euro-peo, il professor Adolfo Morganti, sanmarinese, saggista, presidente dell’as-sociazione Paneuropa di San Marino, che ha appena dato alle stampe l’agile
volume La costruzione dell’Europa unita: Storia, radici, prospettive (Edizioni Il Cerchio di Rimini).
Professor Morganti, a distanza di un anno dall’allargamento dell’Unio-ne europea il bilancio sembra scorag-giante: il progetto di riunificazione non sembra incontrare troppi entu-siasmi: la ricomposizione del mosai-co europeo ha trovato molti ostacoli, ma anche molti nemici, più o meno espliciti. Chi sono i grandi avversari dell’Europa?
«A volte gli europei stessi, a volte i nostri storici “amici” transatlantici. Il risultato dei referendum popolari francese e belga, che hanno bocciato frago-rosamente il Trattato costituzionale eu-ropeo, è stato infatti il segno più eloquente della scollatura tra le élites par-titiche e burocratiche dell’Ue e i popoli europei. Di questa scollatura portano le responsabilità più pesanti i politici eu-ropei, che non sono stati affatto capaci di far capire l’Unione europea a buona parte dei popoli d’Europa.

Un’intera classe politica comunitaria sta denunciando il proprio fallimento, anche se non credo saranno disponibili a pren-derne atto ed a scomparire, e questo fallimento è dato esattamente dalla loro residua adesione ad ideologie illuministiche e socialiste, i cui il XX secolo ha mostrato tutta la pericolosità ed i falli-menti. In altre parole, sono l’astrattezza liberalmassonica e le pretese neototali-tarie del socialismo europeo a preten-dere di imporre un superstato europeo ignaro di sé e senza radici ai cittadini europei. E mi sembra ovvio che questi non ci stiano.
Parallelamente l’Europa ha tanti nemici esterni, il primo fra questi sono gli Usa, che ovviamente non sono affatto contenti di veder sorgere una potenza politica unitaria in Europa, e fanno di tutto (apertamente e persino “correttamente”, almeno dal lo-ro punto di vista) per impedirne la genesi (l’Ue è oggi infatti un gigante economico, un nano politico ed una nullità militare); questa strategia viene attualmente promossa da agenti esterni all’Europa ma interni all’Ue come l’azione del governo inglese, di cui ultimamente persino un politico di sinistra come Giorgio Napoletano ha stigmatizzato ripetutamente la protervia. Nihil sub sole novi».
Nel suo volume lei riesce mirabil-mente a sintetizzare le tappe fonda-mentali della storia europea. Colpisce particolarmente il giudizio sulla Prima Guerra Mondiale, vera “finis Euro-pae”. Perché l’Europa doveva morire?

«L’Europa che venne distrutta nel 1918 era quanto resisteva del vecchio ordine pre-nazionalista e pre-giacobi-no. Un’Europa di secolari costruzioni politiche multinazionali ed imperiali: accanto alla distruzione dell’Impero d’Austria-Ungheria, che con l’Impera-tore Carlo I, Beato per la Chiesa Catto-lica, avanzava rapidamente nel cam-mino di una piena riscoperta delle radici spirituali del Sacro Romano Im-pero, la fine della 1° Guerra Mondiale vide la distruzione degli ultimi due
Imperi multinazionali comunque orbi-tanti nello spazio europeo: l’Impero Russo e l’Impero Ottomano. L’Europa imperiale doveva morire a causa delle sue radici spirituali, e lasciare spazio al tempo delle ideologie liberali e marxiste, al totalitarismo nazionalista. Il bi-lancio del XX secolo è d’altronde il bilancio del fallimento di questa uto-pia secolarizzata nei suoi due aspetti, giacobino-massonico e marxista».
Euroscetticismo: un atteggiamento che sembra in crescita. Come fare a superarlo, e a far amare l’Europa come vera, grande Patria?
«Credo che il termine centrale sia ap-punto “amare”. Il crescente distacco tra gli europei e un certo modello di costru-zione comunitaria dimostra ad abun-dantiam che non è possibile costruire un’Europa unita politicamente e social-mente senza ridarle coscienza della pro-pria identità profonda. Le costruzioni politiche astratte, imposte da lobbies e burocrazie, impregnate di radicalismo di massa e/o di neototalitarismo sociali-sta, rappresentano d’altronde l’antitesi del rispetto di ogni identità concreta. Lo scacco referendario del Trattato Costitu-zionale Europeo dimostra come non si possa che ripartire dalla concretezza della storia e delle identità del continen-te per dare ai popoli europei la coscien-za di tornare a casa. In modo singolare l’attualità ridona concretezza ad un so-gno antico: l’Europa smetterà di essere un nano politico solamente se saprà riassumere su di sé la propria antica eredità imperiale».

È possibile coniugare una grande visione dell’Europa con quella locali-sta, delle “piccole patrie”? Un’Europa dei popoli anziché degli Stati? «Torniamo al modello costituito dalla secolare costruzione dell’Europa im-periale. Fino alla rivoluzione francese nello spazio politico europeo hanno convissuto per secoli, all’interno dello stesso spazio giuridico, politico e soprattutto culturale e spirituale forme di organizzazione politica diverse (monarchie, aristocrazie e democra-zie) e di dimensioni quanto mai etero-genee (dai liberi comuni eretti in Res Publica alle grandi monarchie precur-sore delle identità nazionali maggiori del nostro continente (ad esempio, quella francese). La cifra essenziale dell’ordinamento imperiale, da Roma
antica fino al 1918 è appunto lo sforzo inesausto di far convivere la diversità nell’unità, o meglio nell’universalità.

Ne consegue che la capacità di artico-lare progetti di convivenza politica multinazionale è la miglior garanzia per la tutela e lo sviluppo delle identità locali. Di sfuggita, non si può non notare come la radicale incomprensio-ne del valore dell’universalità imperiale medievale rappresenta – da sempre – il limite più profondo di ogni ideologia o neospiritualismo neo-pa-gano, in ciò figli primogeniti del clima nazionalistico ottocentesco».
Lei parla giustamente di “identità europea”, ma la Turchia cosa c’entra?
«È fin troppo facile dire che non c’entra nulla. Il problema è un altro. I sostenitori dell’ingresso della Turchia nell’Ue non hanno nessuna difficoltà a prescindere da ogni discorso identitario europeo. Al contrario, ne sono i principali nemici: tutti ricordiamo la battuta di quel noto fondamentalista protestante di George Bush II che invitata l’Ue ad accogliere al proprio interno la Turchia dando così prova di non essere “un club cristiano”: curiosa forma di ipocrisia tipicamente protestante quella di farsi bandiera di ogni forma di moralismo pseudoreligio-so in casa propria per poi invitare gli altri a dar prova di non essere ciò che si è. Ma non bisogna stupirsene: ritengo logico che gli Usa facciano di tutto per impedire la nascita di un’Europa coesa politica-mente e militarmente; mi stupisce di più l’atteggiamento servile di alcuni governi europei, e non parlo solamente dell’In-ghilterra. Gli Usa e i circoli mondialisti fanno apertamente il tifo per l’ingresso della Turchia nell’Ue mentre hanno fatto di tutto per creare difficoltà alla Croazia.

Ma il fine di questo pressing non è affatto quello di imbarcare in Europa un gover-no islamico: la Turchia è infatti l’unico caso in cui un’oligarchia di militari mas-soni (questo erano i “giovani turchi”) abbia non solo fatto un colpo di stato agli inizi del ’900, ma anche cercato di im-piantarvi artificialmente l’identità tra na-zione, lingua e razza (da qui il genocidio degli armeni) e per far questo abbia combattuto in termini indegni e disgu-stosi ogni testimonianza esteriore della
religione del popolo, quella islamica. Il governo turco è stato ed è uno dei peg-giori nemici non solo dell’Islam, ma di ogni esperienza religiosa, come la Chiesa cattolica ancor oggi è costretta ad assag-giare sulla propria pelle. Gli Usa voglio-no a tutti i costi la Turchia nell’Ue per imbarcarvi uno stato ad esso succube, che grazie alla propria demografia ed alle proprie condizioni economiche de-vasti la politica economica ed agricola dell’Ue e trasformi l’Europa in un vassal-lo della propria politica estera pseu-doimperiale, ancor più di quanto già oggi non sia. Tutti buoni motivi per non voler la Turchia in Europa».

(da “Il Federalsimo” del 9 gennaio 2006, direttore responsaile Stefania Piazzo)

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