L’EURO SBAGLIATO E LA TIGRE DEL MEDITERRANEO

di GIANCARLO PAGLIARINI*

Il  Corriere della Sera di ieri ha pubblicato un fondo di  Michele Salvati col divertente titolo “Angela da Giussano” che merita un commento.

In premessa voglio sottolineare che Salvati è un signore molto per bene, onesto, a volte coraggioso, e che usa sempre la testa. E’ l’unico con cui anni fa ho potuto discutere in pubblico della proposta di separazione consensuale. Io dicevo che l’economia del Sud si sarebbe sviluppata solo in presenza di una forte svalutazione competitiva della moneta , lui diceva che questo avrebbe portato una dolorosissima inflazione, io dicevo che è vero ma che le due “materie prime” del Sud erano agricoltura e turismo e quindi la svalutazione avrebbe generato sviluppo,  e via dicendo. Insomma ricordo una discussione civile, razionale  e concreta invece delle solite  arrampicate sui vetri (da una parte e dall’altra!) finalizzate solo e sempre a “raccattare” qualche voto in più.

Il fondo di Salvati comincia con questa constatazione: “Che sarebbero insorti problemi dopo aver creato un’area valutaria comune tra economie assai diverse lo si doveva sapere…Gli Stati che la compongono sono soggetti a shock e a tendenze economiche molto differenti e avrebbero bisogno di politiche monetarie diverse, che la comune appartenenza all’Euro non consente”. Questo è un punto importantissimo. Ecco quello che scriveva  Luigi  Zingales sul Sole 24 Ore di Domenica 9 Maggio 2010 :  “La teoria economica suggerisce che per condividere la stessa moneta un’area geografica deve soddisfare due condizioni. La prima è che abbia un’economia relativamente omogenea, sottoposta agli stessi shock…. La seconda condizione, ancora più importante, è la mobilità interna. Se il Texas (economia tradizionalmente basata sul petrolio) riesce a convivere con la California (più basata sull’high tech) è perché i californiani si muovono facilmente in Texas e viceversa, tanto che Austin (Texas) è diventata una delle capitali dei personal computer. Lo stesso non vale per l’Europa. Non solo il Nord dell’Europa, basato principalmente sull’industria manifatturiera avanzata, è molto diverso economicamente dal Sud, basato sul turismo. Ma la mobilità è molto limitata. Quella poca che esiste è dal Sud verso il Nord, non viceversa.”  Prima di andare avanti è   importante  che sia ben chiaro questo ragionamento di pura teoria economica:   Finlandia e Grecia non hanno economie omogenee e tra di esse non vi è mobilità interna: quindi non dovrebbero avere una stessa moneta perché questa situazione irrazionale condannerebbe la Grecia al sottosviluppo, perché un’economia debole non può avere una moneta forte.  Ma le considerazioni tecniche (assenza di economie omogenee e di mobilità interna nelle due direzioni) che valgono  per Finlandia e Grecia sono valide  anche  per Veneto e Calabria, per Lombardia e Sicilia eccetera.  Su questo concetto avevo pubblicato nel 1997 un libretto intitolato “Per non morire d’Europa”. Chi fosse interessato deve solo chiedermelo (giancarlo.pagliarini@fastwebnet.it) e glielo girerò volentieri per mail.

A questo punto  le strade sarebbero due: o si corregge l’errore iniziale oppure  si fanno interventi di solidarietà verso le zone più arretrate.  Michele Salvati sceglie la seconda, e scrive che “Se i paesi della zona euro fossero regioni di uno Stato sovrano , le difficoltà in cui alcuni di essi incorrono nel finanziare i loro debiti pubblici non avrebbero ragion d’essere : nel suo insieme l’Eurozona sarebbe perfettamente in grado di finanziarli senza conseguenze negative sui mercati”. In sostanza questo è  quello che Tremonti ha predicato per anni con gli Eurobond ed è quello che Monti sta cercando di realizzare. Ma la signora Merkel-da-Giussano non vuole e non può : fare accettare all’opinione pubblica tedesca  continui aiuti e concessioni agli  Stati in difficoltà e sopravvivere politicamente sarebbe molto difficile. Salvati ricorda che nel Nord Italia sono “diffusi e alimentati ad arte nei confronti dei meridionali gli stessi sentimenti che nutrono i tedeschi verso gli italiani” ed auspica che la signora Merkel , che è il capo “della maggiore potenza europea , dovrebbe farsi guidare da obiettivi da grande statista, gli stessi che guidarono Helmut Kohl”, quando riuscì a riunificare la Germania “facendo leva su un fortissimo senso di nazione: e ciò nondimeno ci furono resistenze di fronte alla generosità del suo disegno”.

L’altra strada, quella della correzione del grave errore iniziale di mettere in piedi un’area valutaria comune tra economie assai diverse, non è considerata da Michele Salvati.  Si tratterebbe di concedere alle economie deboli (Grecia, Portogallo, Calabria, Campania ecc) la possibilità di beneficiare di una fortissima svalutazione competitiva in modo da rendere più aggressive ed attrattive  le loro economie ed i loro territori. Fino a pochi anni fa in  Lombardia, Veneto, Piemonte ecc questa amarissima medicina (ma è più giusto  chiamarla “questa autentica droga” )  ha funzionato. Il 31 gennaio alla presentazione organizzata dall’ISPI del libro “Euro, la moneta della discordia” di Giovanni Moro,  l’Ambasciatore Sergio Romano dopo aver ricordato che il motivo della scelta di far nascere l’Euro 1) era un motivo politico, non un motivo economico, e che 2)  l’obiettivo era l’europeizzazione della Germania, non la germanizzazione dell’Europa, rispondendo ad una domanda sul futuro della Grecia ha detto che l’uscita della Grecia dall’Euro avrebbe generato una situazione di caos assoluto, una situazione da  “day after” . E’ vero! Tuttavia io credo che faremmo meglio a prepararci perché  questo scenario sarà inevitabile e aggiungo  che per i cittadini greci “sarà meglio così”, perché un’economia debole non può avere una moneta forte.  In ogni caso la decisione dovrebbe essere dei cittadini, anche perché “sbagliando si impara”: a mio giudizio in Grecia (e non solo in Grecia) sulla moneta unico si dovrebbero fare referendum. In generale in Europa si dovrebbero fare più referendum. Non solo sulla moneta unica.  E si dovrebbe poter votare da casa, col computer. Prima o poi ci arriveremo:  vorrei proprio fare in tempo ad esserci ma purtroppo ho qualche dubbio: nella vecchia Europa l’opinione pubblica è conservatrice, non vuole  novità . Ha paura.

E’ stato scritto di tutto sulla “guerra delle monete” ed in particolare  sulla Cina  che è accusata di tenere  artificialmente basso il valore della sua moneta per aumentare le esportazioni.

Simon Johnson (un economista da 10 e lode) ha scritto che “Una autentica svalutazione farebbe miracoli per l’economia reale. La moribonda economia italiana rifiorirebbe a nuova vita se l’euro diminuisse del 30% , con adeguamento all’inflazione”  (il titolo era: “Alla UE conviene svalutare l’Euro”, sul Sole 24 Ore del 28 Novembre 2011) . Ma la Germania questo non l’accetterà mai: la lotta all’inflazione ormai è nel dna dei nostri concittadini europei che hanno la fortuna di vivere nella Repubblica Federale Tedesca.  Solo per la cronaca ricordiamo quello che è successo ai tempi della iperinflazione di Weimar” :  1 dollaro valeva, nel 1921, 65 marchi; nel 1922, 2.420 marchi; nel giugno 1923, 100.000 marchi; nel luglio 1923, 350.000 marchi; nell’agosto 1923, 4.600.000 marchi; nel settembre 1923, 100.000.000 di marchi; nell’ottobre 1923, 25.000.000.000 di marchi; nel novembre 1923, 4.200.000.000.000 di marchi. Il valore del Papiermark (marco di carta) che nel gennaio 1914 veniva cambiato a 4,2 per ogni dollaro statunitense raggiunse i 1.000.000 di marchi per dollaro in agosto e  4.200.000.000.000 per dollaro il 20 novembre 1923. Il 15 novembre 1923 un dollaro americano comprava 4200 miliardi di marchi, e per comperare un chilo di pane ci voleva più di un chilo di banconote. Il 1º gennaio 1923 il francobollo per una lettera costava 10 marchi, il 10 ottobre 2 milioni di marchi e il 1º dicembre (1923) 50 miliardi di marchi. Francobolli da 5 miliardi di marchi erano utilizzati per spedire le cartoline. La situazione si normalizzò solo nel gennaio 1924 quando fu introdotta – a partire dal 15 novembre 1923 – la nuova moneta, il Rentenmark, che sostituiva milioni dei vecchi biglietti di banca. Il taglio più alto di una banconota durante l’iperinflazione tedesca fu di 100 bilioni (100.000.000.000.000) di marchi.

L’articolo di Zingales citato in precedenza invece era intitolato  “Due Euro meglio che uno. Una moneta per il Nord e una per il Sud salverebbero l’Unione Europea”.

Discutiamone. Vediamo come la pensano i lettori dell’Indipendenza.

Per stimolare la discussione lasciatemi solo ricordare sei cose, tenendo presente che la cornice oggi è quella della forte contrazione economica dell’Eurozona e delle sue basi razionali che sono veramente molto deboli.

Primo:  il debito pubblico finanziario (bot, cct ecc)  della Repubblica italiana al 31 dicembre 1990 era di 663 Miliardi di Euro. Al 31 Dicembre 2010 eravamo arrivati a 1.843 miliardi. Quasi il triplo. Guardiamo il costo degli interessi passivi: nel 1990 avevamo pagato 71 miliardi di euro. Nel 2010 il debito si era quasi triplicato ma gli interessi passivi sono stati addirittura più bassi di quelli pagati nel 1990: infatti  il loro costo nel 2010 è stato di 68 miliardi. Il debito triplica e il costo degli interessi invece diminuisce. Miracolo? No, Euro. Ma la montagna di quattrini generata da questo “miracolo” invece di essere utilizzata per diminuire il debito pubblico è stata usata per aumentare le spese dello Stato, con continui omaggi al Dio-voto , della cui religione  e dei cui comandamenti  tutti i politici di professione della Repubblica italiana sono devotissimi osservanti. Tutti.

Secondo:  anni fa Milton Friedman (scomparso nel 2006,  Nobel per l’economia nel 1976 e definito l’anti-Keynes, per il suo rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell’economia) aveva suggerito all’onorevole  Antonio Martino di chiedere che la Banca d’Italia non gettasse via le matrici della lira, perchè a suo giudizio prima o poi ne avremmo avuto di nuovo bisogno.

Terzo: la “cultura” dell’UE è super centralista. Io invece penso che la struttura dell’UE dovrebbe imparare molto dalle province cinesi e dai cantoni svizzeri, che si fanno una sana, trasparente, razionale ed efficiente concorrenza in tutti i campi, compreso quello fiscale. Non dovremmo mai dimenticare  quello che Kenichi Ohmae scriveva nel 1994 in quel fantastico libro intitolato La fine dello Stato-nazione : “I governi nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere , anziché come opportunità da sfruttare. Non si preoccupano di come fare per aiutare le aree più fiorenti a progredire ulteriormente , bensì pensano a come spillarne denaro per finanziare il minimo civile. Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente diversi .  E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti “deformanti” prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei confini nazionali. In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare.  Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento del controllo centrale , anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone nel processo di crescita.”

Quarto: secondo il World Gold Council nel terzo trimestre del 2011 le banche centrali hanno comperato 148,4 tonnellate di oro: il record degli acquisti negli ultimi 40 anni. Le autorità monetarie sono le prime a non credere nella salute delle monete da loro governate?

Quinto: in Settembre 2011 UBS ha pubblicato uno studio sul “costo” dell’uscita dall’euro per ogni singolo cittadino di uno Stato con economia debole e di uno Stato con economia forte, da tripla A.

Ecco i risultati:

a) Costi di uscita per i cittadini di una Stato con  economia  debole (la Grecia, per esempio) . I costi per un’economia debole dell’uscita dall’Euro sono enormi. La svalutazione non sarebbe in grado di offrire supporto all’economia, e sarebbe accompagnata dal collasso del commercio con l’estero, crisi del settore industriale e del settore bancario, e default del debito sovrano. Il danno effettivo pro-capite sarebbe tra i 9.500 e gli 11.500 euro a cittadino per il primo anno, e tra i 3.000 e i 4.000 Euro negli anni seguenti. Solo nel primo anno, andrebbe “bruciato” tra il 40% e il 50% del PIL”. Ecco un  primo commento a caldo: ma  quei  cittadini greci che sono in bolletta e non hanno il becco di un euro come fanno a subire un danno tra i 9.500 e gli 11.500 euro? Con cosa lo pagano? Diciamo che questo è il bello della statistica

b) I costi di uscita per un economia  forte (la Germania, per esempio).  “Anche un’economia forte, come la Germania, non potrebbe sperare in un uscita indolore dall’euro. Le conseguenze sarebbero “solo” il crollo del commercio internazionale, crisi del settore industriale e necessità di ricapitalizzare il sistema bancario. In termini di costi, questo vorrebbe dire tra i 3.500 e 4.500 euro a cittadino, per un valore complessivo pari al 20-25% del PIL. Ai cittadini tedeschi costerebbe molto meno “salvare” Grecia, Irlanda e Portogallo, che costerebbe circa 1.000 Euro a testa”. Ecco un’altro commento a caldo: 1.000 euro a testa per un anno si può fare; per due anni anche; ma  per tre, per quattro, per cinque .. per l’eternità?  Diventerebbe un peccato di egoismo: li manteniamo a vita così  non si sviluppano e non diventano  pericolosi concorrenti? Personalmente continuo a pensare che per le economie deboli la “droga” della svalutazione competitiva sarebbe necessaria.

Sesto: Lo studio di UBS prevede che “la svalutazione non sarebbe in grado di offrire supporto all’economia”. Invece  Giuseppe Turani in un libro del lontano 1996 (I sogni del grande Nord, editore il Mulino) molto critico verso la Lega Nord descriveva in questo modo il “Paradosso Bossi” (pagina 114) “…il Sud potrebbe risorgere a nuova vita. E’ chiaro infatti che in caso di creazione di due monete, se quella del Nord si rivaluta fortemente, quella del sud scende, precipita, si svaluta in modo spaventoso. Ma a questo punto il Sud si trova in condizioni fantastiche per cominciare a esportare. Anche gli imprenditori del Nord possono trovare conveniente far produrre le loro merci nel Sud, dove pagano in moneta svalutatissima. Insomma, il Sud si trasforma per incanto in una sorta di Tigre del Mediterraneo, la sua economia comincia a crescere a ritmi spaventosi mentre l’economia del Nord si affloscia ed entra in una crisi mortale” Insomma, concludeva Turani, bisogna stare attenti a giocare con le monete.

“Giocare” no, ma ragionare anche su queste cose non sarebbe male

*Segretario dell’Unione Federalista

 

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4 Comments

  1. migotto sandro marco says:

    domanda ad un tecnico come il Dott. Pagliarini. E se il nord si agganciasse all’Euro forte (e ne ha tutti i requisiti) ed il Sud al secondo euro non si sancirebbe di fatto l’indipendenza?. E’ ovvio, se e’ vero il ragionamento del dott. Pagliarini che al il sud ne beneficerebbe (svalutazione della moneta, competitivita’ delle azienze etc).

  2. “Due Euro meglio che uno. Una moneta per il Nord e una per il Sud salverebbero l’Unione Europea”

    L’Euro ha senso in quanto moneta unica. Se si dividesse in due valute, finirebbe che in Europa avremmo l’Euro Nord, l’Euro Sud, la Sterlina, il Franco Svizzero, le monete scandinave e quelle dell’est: tanto vale tornare alle monete nazionali.

  3. lorenzo canepa says:

    come sempre Pagliarini spiega chiaramente i suoi concetti Forza Pagliarini i vechi leghisti sono sempre con te!.

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