Lettera di un frontaliere alla politica

frontalieri“Prima di entrare nel merito della questione conviene fare delle premesse. La condizione dei frontalieri è territoriale: vi è la presenza della frontiera, dunque di una delicata realtà, che viene subordinata ad accordi presi tra due Stati, a loro volta influenzati da diversi pensieri culturali. Inoltre, vi è anche una struttura economica, politica e culturale che di prepotenza definisce e interagisce sulle aspettative di vita degli abitanti, determinandone il modello di sviluppo e di gestione territoriale. Una condizione, evidentemente ibrida, vicina al modello capitalista liberale che, giustificando una ridotta presenza fiscale dello stato, ne risponde con l’aumento della tassazione nelle tasche dei cittadini attraverso una maggiore disponibilità di consumo. Questa realtà ibrida ha la sua più efficace espressione nell’istituzione delle Regioni autonome che, per ragioni storiche-politiche e territoriali di frontiera, hanno potuto godere di questo modello e devo dire che se penso al Trentino alto Adige questo è avvenuto con ottimo risultato.

I nostri frontalieri fino ad oggi hanno vissuto questa condizione “liberista”, ma dal 2018 in poi gli si impone un altro regime fiscale. Ma nulla si dice su come il territorio potrà reagire a questo nuovo modello, con quali strumenti e quali opportunità.

Nulla si dice sull’umiliazione che inevitabilmente subirà il mondo del lavoro, quando si imporrà, attraverso una nuova tassazione, una decrescita del valore della formazione professionale. Si perché di questo che stiamo parlando: vedere 10-20 anni e di esperienza lavorativa e, di conseguenza crescita salariale, andare in fumo. Per molti casi, questa riduzione annuale progressiva coincide con un’ulteriore decurtazione del salario per gli aggiuntivi costi dell’invecchiamento del lavoratore.
Nulla si dice sull’alternativa alla riduzione del potere d’acquisto che influirà massicciamente
sulle attività commerciali, sulle imprese artigiane e sui servizi alla persona privati dove lo Stato, in questi territori, è assente. Oltre che un disagio economico/occupazionale vivremo un degrado ambientale: edifici che subiranno un veloce degrado visto la mancanza di risorse per una loro manutenzione: penso principalmente ai nostri delicati centri storici che avranno meno magnati che potranno investire sulla loro conservazione.
Nulla si dice sulla possibile di riduzione del tasso di scolarità universitaria, realtà che incide sulle famiglie cifre importanti visto la lontananza dei centri universitari e la non eccezionale realtà di cui vivono i nostri servizi di trasporto, difficoltà che impone soluzioni di alloggio metropolitane costosissime.
Nulla si dice come lo Stato pensa d’intervenire, in questi abbandonati territori, al servizio della persona
; penso ad anziani, diversamente abili, infanzia ecc., oggi prevalentemente risolte con decisioni familiari di mono-reddito, soluzione rischiosa che molto spesso non lascia alternative.

Dunque è difficile pensare di credere che la soluzione a questa condizione territoriale sia garantire il solo ristorno dei frontalieri, quel 38.8% dell’imposta alla fonte che vorrebbe essere ridotto dalla Svizzera al 10%; questi valori sono una minima parte del valore in gioco che mantiene in equilibrio questo sistema economico. I frontalieri, consapevoli del loro ruolo economico, sarebbero probabilmente disposti ad integrare loro questa minima differenza che inciderebbe dai 200 a 50 franchi per salariato, invece di allontanare da questo territorio cifre di migliaia di euro su cui nessuno vuole esprimersi concretamente per paura di esporsi politicamente.

Ben vengano dunque considerazioni politiche che si concentrano sul problema partendo dalla delicatezza insita di questi territori; ben vengano discussioni che evitano di banalizzare soluzioni di equità fiscali a discapito del delicato equilibrio territoriale. Ma questo è molto difficile farlo capire ai politici romani: diventa pertanto opportuno che i parlamentari locali si uniscano lasciando da parte le palle ‘di chi ha detto e di chi ha fatto’, e definiscano una strategia comune per difendere il territorio: il nostro bene comune”.

Si chiude così la lettera del lavoratore italiano impiegato in Canton Ticino.

(Tratto da http://www.lostivalepensante.it/)

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