Il programma di Letta: consolidamento dei privilegi e decrescita

di GIOVANNI BIRINDELLI

Nel suo discorso alla Camera il neopremier Enrico Letta ha affermato di volersi rivolgere al parlamento e al paese col «linguaggio “sovversivo” della verità» e ha lanciato la sfida di un’«autorevolezza del potere [che] … sceglie sempre e solo la verità e ha il coraggio e la pazienza di raccontarla ai cittadini, anche se dolorosa o brutale». Questa sfida Letta la ha persa in partenza.

Innanzitutto è necessario premettere (ed è scandaloso che ci sia bisogno di farlo) che in politica e in economia la “verità” non esiste. Quelle che nel suo discorso Letta ha indicato come le cause principali della crisi economica (per esempio il fatto che l’unione politica e quella bancaria non si siano accompagnate all’unione monetaria) non sono “verità” ma solo ipotesi che, quando sono argomentate (cosa che nel suo discorso non è avvenuto neanche in minima parte), diventano teorie.

La validità di queste e altre ipotesi che egli ha fatto nel suo discorso è misurata da una sola cosa: la coerenza. La coerenza nell’idea di legge (e quindi di uguaglianza davanti alla legge); la coerenza fra legge ed economia; quella fra macroeconomia e microeconomia; quella fra le regole che limitano i comportamenti dello Stato e le regole che limitano i comportamenti degli individui. In breve, la coerenza delle idee. In politica e in economia (ma più in generale nelle scienze sociali) la coerenza è quanto di più vicino ci sia alla dimostrazione scientifica. Per esempio, se in una parte del discorso si afferma che non saranno tollerate «sacche di privilegio» e in un’altra si tollerano implicitamente, si promuovono esplicitamente e perfino si esaltano particolari privilegi, allora quel discorso non solo perde ogni validità ma non esige nemmeno rispetto intellettuale: diventa semplice propaganda, venduta come «verità di cui non bisogna aver paura».

La riserva frazionaria, la stampa di moneta, il corso forzoso, la redistribuzione delle risorse e più in generale l’interventismo economico dello Stato in ogni sua forma sono privilegi, cioè «leggi speciali fatte per uno o per pochi; indi vantaggi concessi a uno solo o a più, e di cui si gode a esclusione degli altri contro il diritto comune» (etimo.it). Quando Letta afferma che le «premesse economiche» da cui partirà l’azione del suo governo «sono quelle dell’Euro e della Banca Centrale Europea» egli sta dicendo che le premesse economiche da cui partirà l’azione del suo governo sono privilegi quali il corso forzoso e la stampa di moneta che lo Stato ha concesso a se stesso e alla banca centrale: perché un gioielliere che sostituisce una moneta d’oro al 100% con una moneta che è d’oro al 50% sta commettendo il crimine della contraffazione mentre una banca centrale che stampando moneta ne riduce il potere d’acquisto no? Quando, parlando di «unione bancaria», Letta auspica il consolidamento e l’uniformazione delle regole che riguardano il contemporaneo sistema bancario, egli implicitamente sta avallando il privilegio della riserva frazionaria su cui quel sistema è basato: perché un garagista che affitta ad altri l’automobile che Letta ha parcheggiato nel suo garage commette il crimine dell’appropriazione indebita mentre una banca che presta ad altri il denaro depositato presso i suoi sportelli dai correntisti no?

Ecco così che le «sacche di privilegio» che Letta afferma che non devono essere tollerate diventano la base della sua azione di governo. E sono proprio i privilegi in generale, e in particolare queste «sacche di privilegio» che Letta ha posto alla base della sua azione di governo, che sono la causa principale della crisi: come dice Huerta de Soto in Money, Bank Credit and Economic Cycles, «le crisi economiche [cicliche] non sono un inevitabile prodotto delle economie di mercato ma, al contrario, risultano dal privilegio che gli Stati hanno concesso alle banche, permettendo loro, in relazione ai depositi monetari dei correntisti, di agire al di fuori dei tradizionali principi di legittimità relativi alla proprietà privata, principi che sono vitali per le economie di mercato». Questa è una teoria, non la “verità”, le cui argomentazioni si trovano in questo e in altri testi degli economisti e filosofi della Scuola Austriaca di economia e del liberalismo classico. Tuttavia, a differenza dell’ipotesi di Letta, questa teoria è coerente in ogni sua parte: nella sua idea di legge (e quindi di uguaglianza davanti alla legge); nel legame fra legge e economia; in quello fra macroeconomia e microeconomia; in quello fra le regole che limitano i comportamenti dello Stato e le regole che limitano i comportamenti dell’individuo; nell’assenza di ogni privilegio. Troppo facile parlare di “verità” senza che ci sia la minima possibilità di essere confrontati con questa coerenza: per esempio senza dover spiegare quale è, sul piano dell’idea astratta di uguaglianza davanti alla legge, la differenza fra il “Lodo Alfano”, la progressività fiscale (art. 53 della Costituzione) e le leggi razziali; oppure quale è, su un piano di principio, la differenza fra il garagista di cui sopra e la banca che opera con riserva frazionaria; oppure quale è, sempre su un piano di principio, la differenza fra il gioielliere di cui sopra e la banca centrale. Troppo facile davvero eliminare i privilegi semplicemente cambiando in alcuni casi il loro nome, senza confrontarsi con nessuno che sia disposto a (e/o capace di) giudicare il vino e non solo di leggere le etichette che lo Stato ha appiccicato sulle bottiglie.

Questi privilegi che il governo Letta vuole mantenere e rafforzare sono quelli che servono per “governare l’economia” cioè per realizzare quella «strategia complessa», quelle «politiche» sempre più centralizzate che secondo Letta e le sue “verità” la crescita economica richiede. Dove c’è coerenza nell’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge, fra legge e economia, fra macroeconomia e microeconomia, la crescita richiede una strategia non complessa, ma al contrario estremamente semplice: la fine dell’interventismo economico dello Stato in ogni sua forma. Uno dei passi necessari per fare questo è la separazione del potere politico dal potere legislativo e la sottomissione del primo al secondo. Il potere politico è il potere di approvare misure particolari, le quali esistono solo come espressione della volontà di coloro che hanno questo potere. Il potere legislativo, viceversa, è il potere di scoprire e difendere in ogni caso particolare, soprattutto dallo Stato, la legge intesa come principio generale e astratto, la quale è indipendente dalla volontà di chi ha questo potere allo stesso modo in cui le regole della lingua italiana sono indipendenti dalla volontà della maggioranza dei membri dell’Accademia della Crusca. Oggi, a causa dell’idea di “legge” adottata dalla nostra costituzione (il positivismo giuridico) il potere politico e il potere legislativo sono confusi l’uno con l’altro e sommati l’uno all’altro; e la democrazia è diventata così l’istituzionalizzazione del voto di scambio invece che, come dice il Prof. Raimondo Cubeddu, «il riconoscimento politico della soggettività delle scelte». In altri termini, oggi il potere politico è illimitato e questa illimitatezza del potere politico, questa assenza cioè di separazione dei poteri, è esattamente quella che Letta, nella parte del suo discorso relativo alle modifiche istituzionali, ha accuratamente voluto mantenere e anzi perfino aumentare.

Passi avanti in dettagli di importanza minima ma di grande impatto mediatico quali l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti sono il prezzo che Letta e la classe politica nel suo complesso dovranno forse (e, eventualmente, chissà per quanto tempo) pagare per mantenere la stessa struttura economica e istituzionale che sta portando il paese al collasso e senza la quale buona parte dei politici, dei burocrati e dei parassiti dovrebbe trovarsi un lavoro il cui compenso non ha bisogno del ricorso alla forza e alla violenza da parte dello Stato.

Nel programma di Letta non c’è nulla di “sovversivo”: la «fase nuova», essendo basata sulla stessa idea di legge di quella vecchia, sulla stessa illimitatezza del potere politico della maggioranza (eventualmente qualificata), sulla stessa tracotanza dello Stato e del suo interventismo economico, differisce da quella vecchia in nulla: le cause strutturali dei problemi, anche e soprattutto dopo le riforme proposte in questo discorso da Letta, rimarranno intatte. Anzi, a causa dell’ulteriore processo di accentramento descritto esse si consolideranno, mentre il processo di distruzione economica di lungo periodo prodotto dall’interventismo economico dello Stato in tutti i settori (da quello monetario a quello della regolamentazione del lavoro) continuerà necessariamente a fare il suo corso.

Quando le persone capiranno che senza economia di mercato non c’è né il cosiddetto “Stato di diritto” (cioè la sovranità della legge intesa come principio, cioè come regola di comportamento valida per tutti, Stato per primo, allo stesso modo) né crescita, sarà troppo tardi per loro, anche se forse non per i loro pronipoti.

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2 Comments

  1. Antonino Trunfio says:

    Lo stregone del momento, il parassita letta, e i suoi affiliati del mandamento di roma, sotto la cupola di francoforte in mano al suo capo bastone mariuolo draghi, e i suoi picciotti di bruxelles non sono dei sovversivi, caro Giovanni. Non possono e non debbono esserlo.
    I sovversivi, vogliono infatti sovvertire, e quasi sempre vengono scambiati per matti, visionari, illusi, e finiscono in galera o fatti sparire dai servizi segreti, sempre attivi.
    I criminali invece, quando possono agire indisturbati sotto la protezione della loro legge, con lo scudo della letteratura costituzionale che non manca mai nei loro vaniloqui e durante le loro spregevoli liturgie, vogliono che tutto rimanga come prima. Lo status quo insomma.
    Lo stregone, i suoi affiliati come criminali, avranno il trattamento che tutti i criminali prima o poi richiamano, La sovversione arriva a grandi passi. Tu sei un sovversivo, io sono un sovversivo, Leo Facco è un sovversivo, Giorgio Fidenato è un sovversivo, e tanti che leggono queste pagine sono sovversivi. La massa critica cresce.

  2. Amado Mathis says:

    Questi privilegi che il governo Letta vuole mantenere e rafforzare sono quelli che servono per “governare l’economia” cioè per realizzare quella «strategia complessa», quelle «politiche» sempre più centralizzate che secondo Letta e le sue “verità” la crescita economica richiede. Dove c’è coerenza nell’idea di legge e di uguaglianza davanti alla legge, fra legge e economia, fra macroeconomia e microeconomia, la crescita richiede una strategia non complessa, ma al contrario estremamente semplice: la fine dell’interventismo economico dello Stato in ogni sua forma. Uno dei passi necessari per fare questo è la separazione del potere politico dal potere legislativo e la sottomissione del primo al secondo. Il potere politico è il potere di approvare misure particolari, le quali esistono solo come espressione della volontà di coloro che hanno questo potere. Il potere legislativo, viceversa, è il potere di scoprire e difendere in ogni caso particolare, soprattutto dallo Stato, la legge intesa come principio generale e astratto, la quale è indipendente dalla volontà di chi ha questo potere allo stesso modo in cui le regole della lingua italiana sono indipendenti dalla volontà della maggioranza dei membri dell’Accademia della Crusca. Oggi, a causa dell’idea di “legge” adottata dalla nostra costituzione (il positivismo giuridico) il potere politico e il potere legislativo sono confusi l’uno con l’altro e sommati l’uno all’altro; e la democrazia è diventata così l’istituzionalizzazione del voto di scambio invece che, come dice il Prof. Raimondo Cubeddu, «il riconoscimento politico della soggettività delle scelte». In altri termini, oggi il potere politico è illimitato e questa illimitatezza del potere politico, questa assenza cioè di separazione dei poteri, è esattamente quella che Letta, nella parte del suo discorso relativo alle modifiche istituzionali, ha accuratamente voluto mantenere e anzi perfino aumentare.

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