L’esempio catalano: quando l’indipendenza è di sinistra

di SERGIO SALVI

A giudicare almeno dalle apparenze, i lettori e perfino i collaboratori dell’Indipendenza, che puntavano sulla vittoria elettorale, in Catalogna, della destra autonomista convertita all’indipendentismo di Convergencia i Unió, sono rimasti stupiti della perdita secca di dodici deputati di questo partito, dato sulla cresta dell’onda; e dal guadagno di ben undici seggi conseguito da Esquerra republicana de Catalunya nella medesima occasione. Esquerra vuol dire infatti “sinistra”: e la sinistra, in tutte le sue declinazioni, è aborrita dai transfughi della Lega che, come i leghisti superstiti, continuano ad essere terrorizzati da questa parola. A mio avviso, facendo del male a loro stessi.
A dire il vero, la sinistra italiana ufficiale continua ad apparire impermeabile ad ogni sussulto di indipendentismo da parte dei popoli dello stato italiano: eppure, la destra non è certamente da meno. Forse è da più. Basta pensare a Fini e Casini, alle loro ciance ostentate e ostinate su “Nazione” e “Italia” e all’orientamento costante delle loro bussole. Come si spiega allora il comportamento padano? Si tratta, a mio avviso, di un pregiudizio e di un preconcetto, dovuti a una stupefacente mancanza di informazione. I principali movimenti indipendentisti europei sono, del resto, quasi tutti di sinistra o di centrosinistra.
Per quanto riguarda la Catalogna, pochi sanno che Esquerra è il primo e vero partito indipendentista (ha più di ottant’anni) di quella nazione anche se, per fortuna, non è più l’unico. È indubbiamente di sinistra e di una sinistra radicale anche se non marxista e non ha mai confuso la nazione catalana con la regione omonima che ne è solo una parte. È diffusa, infatti, attraverso partiti paralleli, anche a Valenza, nelle Baleari, nella “frangia” aragonese, nel Rossiglione francese e ad Andorra. Esquerra è nata nel 1931 dalla fusione tra il Partito Repubblicano Catalano di Lluis Company, declinazione catalanista del repubblicanesimo spagnolo, di vocazione federalista, arrivato al potere, e Stato Catalano, il partito di Francesc Macià primo teorico dell’istituzione di uno stato catalano separato. Macià e Companys sono due figure eroiche e gigantesche del catalanismo, sicuramente meno mitologiche e retoriche di Bravehart e di Guglielmo Tell. Purtroppo ignoti a Bossi e a Maroni.
Macià è stato il presidente dell’autoproclamata Repubblica di Catalogna del 1931. Aveva approfittato di una certa buona volontà del governo repubblicano di Madrid per compiere il primo passo autenticamente federalista e autonomista per la sua patria. Nelle elezioni del 1931, la neonata Esquerra aveva ottenuto il 60% dei voti e Madrid si era resa conto dell’irrefrenabile risveglio politico catalano. Macià proclamò allora, coraggiosamente, la Repubblica di Catalogna anche se non l’indipendenza immediata. Madrid riuscì, dopo tre mesi di trattative, a salvare la faccia e ottenne da Macià un cambio di denominazione che salvasse capre e cavoli: la Republica assunse il nome di Generalitat, ripescato nella storia catalana dove era sinonimo di “governo”. La zuppa diverrà, a parole, pan bagnato. Eppure Macià Continuò sempre ad agire di testa sua, strappando al governo centrale enormi margini di sovranità, ponendo mano a riforme culturali ed economiche gigantesche. Purtroppo, morì nel 1934.
Lo sostituisce Companys che ne continua l’opera assumendo la presidenza della Generalitat. Deluso da Madrid sarà alla testa della sfortunata insurrezione catalana del 1935, affogata nel sangue dall’esercito spagnolo e finirà in prigione. Diciassette mesi dopo, il Fronte Popolare, cui si era associata Esquerra, vince le elezioni spagnole. Companys viene scarcerato e torna alla guida della Generalitat.
L’insurrezione di Franco del 1936 viene stroncata, all’inizio, in Catalogna da un “governo di guerra” composto da Esquerra, dagli anarchici e dai due partiti comunisti, nei quali è però forte la fede catalanista: il primo dei due, che si chiama Partito Socialista Unificato, è sorto dalla fusione delle federazioni comunista e socialista locali e da altre formazioni minori. È riconosciuto da Mosca e dal Comintern come l’autentico partito comunista catalano, facendo uno sgarbo al PCE. È l’unico caso nel quale una formazione considerata “regionale” è ammessa paritariamente ai partiti comunisti statali in quella Internazionale. Ed è un successo della Catalogna nei confronti della Spagna. L’altro partito comunista è quello trotzkista, catalanista da sempre. Purtroppo i due partiti si ostacolano. Comunisti e anarchici poi, se le danno di santa ragione.
Nel gennaio del 1939, nonostante una resistenza disperata, l’esercito spagnolo occupa Barcellona: Companys e i maggiori esponenti di Esquerra si rifugiano in Francia. Il loro partito, che contava 70.000 iscritti, conta ora 35.000 esuli e 15.000 tra imprigionati e uccisi. Si sta riorganizzando a Parigi, dove è alla testa del governo catalano in esilio, quando l’occupazione nazista della Francia cambia le cose. Il governo collaborazionista di Pétain consegna Companys a Franco, che lo fa fucilare (1942). Non soltanto eroe ma anche martire, dunque.
Alla caduta di Franco, Esquerra torna in patria. È l’unico partito indipendentista catalano e, fieramente repubblicano com’è, si rifiuta di accettare la restaurazione monarchica e il re Juan Carlos. Alle prime elezioni libere, quelle del 1977, gli viene rifiutata la partecipazione proprio a causa di questa sua pregiudiziale istituzionale.
Il partito si riorganizza e, quando la pregiudiziale cade, partecipa finalmente alle tornate elettorali.
Intanto, in Catalogna, anche i catalanisti di destra si organizzano politicamente. Sono autonomisti e federalisti ma rifiutano ogni suggestione indipendentista. Nel 1970, il partito liberaldemocratico Convergencia Democratica de Calalunya si federa (e poi si fonderà) con la Unió Democratica de Calalunya, che è democristiana. Nasce Convergencia i Unió, che diviene il partito leader del catalanismo moderato. I catalanisti “estremisti” di Esquerra subiscono intanto una scissione dovuta all’accettazione nel partito dei membri di Terra Libera, un movimento indipendentista che conduce una sporadica lotta armata, in cambio della loro rinuncia esplicita alla violenza.
Grazie ai socialisti e ai comunisti catalani e catalanisti, Esquerra entra nel governo della Generalitat nel 2003, complice un loro discreto successo elettorale. Ma si rifiutano di votare lo Statuto di autonomia che ritengono troppo moderato.
Quando, nel 2010, Convergencia i Unió vince le elezioni catalane e prende in mano la Generalitat, Esquerra appare in piena crisi e perde, per dissapori interni, la sua dirigenza. Nuovi leader indipendentisti irriducibili, tra i quali Alfred Bosch e Oriol Junqueras, che sono due intellettuali di vaglia, prendono allora in mano il partito, lo riorganizzano e lo portano al successo elettorale ottenuto nelle elezioni appena tenutesi, che pure avevano registrato la coraggiosa conversione all’indipendentismo di Convergencia i Unió pilotata da Artur Mas, il presidente della Generalitat, e la richiesta ufficiale dell’autodeterminazione.
Evidentemente il popolo catalano, finalmente risvegliatosi, ha creduto più nell’intransigenza storica di Esquerra che nella conversione, sia pure sincera, di Convergencia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Convergencia, che deteneva 62 seggi ne ha ottenuti 50; Esquerra, che aveva 10 seggi ne ha ora 21. Insieme, e ancora più insieme ad altre piccole formazioni catalaniste di segno indipendentista, hanno comunque la maggioranza assoluta nell’assemblea catalana, che conta 135 deputati. I partiti spagnolisti vi sono in netta minoranza: i socialisti, che pure sono tiepidamente autonomisti, contano infatti 20 deputati (ne avevano 28) e i popolari di Aznar, 19. Riusciranno Convergencia e Esquerra ad accordarsi rinunciando alle loro dispute, e a portare insieme il popolo catalano all’indipendenza? Gilberto Oneto, che non è davvero un uomo di sinistra, ma è colto e intelligente, lo auspica. L’accordo auspicato non riguarda soltanto la Catalogna ma tutti i movimenti indipendentisti di Europa, compresa la Padania: anche se in Padania una sinistra indipendentista non esiste. Esisteva forse, timidamente, nel periodo iniziale della sua esistenza ma i diktat del caudillo Bossi l’hanno stroncata sul nascere. Meglio “italiani” che “rossi”, dunque; secondo lo slogan di Franco.

 

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16 Comments

  1. La sinistra italiana ha fatto una scelta immodificabile a favore dell’unitarismo. L’identificazione con lo stato nazionale unitario è ragione stessa di esistenza.
    Il ragionamento di Salvi così come pare presentato con il riferimento alla Catalogna è un’ipotesi di scuola senza riflessi pratici. La sinistra dei sogni non c’è, punto e basta. Piuttosto che aprire alla sinistra si tratta di costruire dentro l’indipendentismo una piattaforma sociale. Nella sinistra italiana ancorché unitarista (e le cose non sono disgiunte) è anche egemonizzata dal radicalismo liberl-borghese-radicale che porta a dare priorità ai “diritti civili” all’antirazzismo, all’omofilia rispetto ai temi sociali, al lavoro, alla salute, all’abiente (non quello dei verdi altra variante della sinistra borghese). Non si tratta di aprire ai temi della senistra borghese finalizzati ad indebolire i corpo intermedi, le comunità, a far prevalere l’individualismo e le concentrazioni di potere economico. Del resto la Lega il voto operaio lo aveva già intercettato. Se dobbiamo uscire dal terreno sociale e restare su quello politico allora piuttosto che cercare di convertire al sinistra sarà bene lavorare sui grillini che su certe cose non hanno le idee chiare ma che rischiano di essere risucchiati su posizioni stataliste.

  2. Giancarlo says:

    Articolo molto interessante di Sergio Salvi. Chi ha commentato che CiU non è di sinistra ha ragione, ma dovrebbe pensare che Salvi l’ha già evidenziato nel suo pezzo, spiegando che c’è stato uno smottamento di voti a favore della sinistra indipendentista proprio perché gli elettori non si sono fidati della tardiva conversione di CiU all’indipendentismo da autonomista che era ed evidentemente hanno preferito l’originale all’imitazione. Inoltre CiU non è affatto un partito di destra, ma a tutti gli effetti democristiano, interclassista e orientato alla solidarietà sociale di stampo cattolico. Infine presenta una forte, intrigante affinità con la Svp in Sudtirolo. Situazioni comunque anni luce distanti dalla miseria italiota. Qui abbiamo il delinquente di Arcore che ritorna in campo e minaccia di far cadere il governo e il buffone di Gemonio che lo applaude, pensando magari che questo gli faccia avere di nuovo una particina nella sceneggiata che si va preparando.Evidentemente non si rassegna al prepensionamento (comunque dorato) e ai giardinetti. Il primo dei due come sempre deve pensare a salvarsi il culo economico e giudiziario. E il nuovissimo duo dei fratelli De Rege Tremonti-Maroni che gongola dietro le quinte, anche loro pensando che ci sia trippa per gatti anche per loro. Ma se Dio vuole questa volta sono in agguato Mister Spread e Frau Merkel. Se l’Italia non righerà dritto le si preparano scenari di tipo greco se resterà nell’euro, di tipo argentino se ne uscirà. I “liberali” legaioli che se lo possono permettere avranno portato i soldi in Svizzera, gli altri sotto i ponti.

  3. il brambi says:

    Solo un piccolo appunto. In Spagna ed in Catalogna i partiti che si dichiarano a sinistra sono corrispondenti a quelli che da noi si dichiarano a destra e viceversa.
    Probabilmente l’estensore dell’articolo non lo sapeva o faceva finta di non saperlo e chi da noi è cascato nel tranello dicendosi sinistrorso indipendentista convinto e lottatore per la causa dell’indipendenza a sinistra dovrebbe conoscere meglio ciò di cui si parla.
    Ho conosciuto il mondo catalano per un breve periodo e mi stupisco di essere uno dei pochi a saperlo.

  4. nomenade says:

    eh si che per la repubblica si votó da noi
    e i partigiani li avevamo noi…
    Credo che squalcuno negli anni abbia un pó forzato l´idea di “Sinistra”…
    In questo paese fecero fortuna dei film in cui il Comunista Peppone e il Prete Camillo (DC…ahi) se le davano e si amavano.
    In questo paese sono stai presi Papi dal Nord perché a sud di Religione ce ne era abbastanza…e politici del sud perché a Nord c´era la forza economica.
    “Con Cristo o contro Cristo” disse il Papa alle prime libere elezioni.
    Non mi farei problemi a votare una sinistra Lombarda o Veneta…ma nemmeno Francese o Tedesca o Austriaca…ma quell Itagliana proprio NO

  5. etnosud says:

    Mi permatto di correggere l’arrticolo, perlatro bellissimo come tutti i lavori di un grande ed unico studioso come Sergio Salvi. L’autore commette due imprecisioni:
    l’ambiente ex leghista è di idee liberali, imn maggioranza, come Facco. E ‘difficile essere di sinistra, almeno in Italia. Questo oerchè la sinistra italiana è sempre stata cehtralista ed oggi anocra di più. Naturalmente potrebbe non esserlo, ma siccome ha sempre scelto di banchettare al potere, ci troviamo in tale situazione. Guardiamo soltanto all’ultimo caso del movimento alpino dei sindaci dolomitici, legati a Renzi. Hanno cambiato il colore del simbolo con un insieme più italiano, per rimrcare che si sentono itagliani.
    In secondo luogo, npon possiamo ancra lasciare alla sinistra la difesa del catalanismo storico. In Spagna le radici dell’autonomismo sono anche a destra, sia perchè il pensiero tradizionalista cattolico carlista è autonomista, sia perchè era di destr il primo ideologo del baschsimo Sabino Aranda. Inoltre durante la guerra civile con i franchisti c’era la Lega Catalana, un partito di desra che chiedeva una catalogna autonoma nello stato spagnolo. Il problema è che Frtanco tradì sia la usa sinistra, cioè i falangisti, sia la dua destra, ossia i carlisti baschi e i catalanisti lighisti. Ed anche qui si rivela poi il vero volto della sinistra spagnola: arrivati al dunque il Psoe ed il Pce sono unitaristi, c’è poco da fare.

  6. Carlo says:

    L’autore dell’articolo ignora o fa finta di ignorare che la sinistra è sempre stata internazionalista,mondialista,universalista.Per essa le identità nazionali o regionali non esistono,sono un’invenzione borghese,quindi come farebbe la sinistra a essere nazionalista?

    • AlbertoPd says:

      Tu parli di Marx, Proudhon era federalista.
      Inoltre Trentin (Sivlio) per restare in Italia, persino il PCI era federalista fino al 48 , mi pare poi cambiò radicalmente e opportunamente idea.

      La prima teorizzazione di macroregione padana in Italia è stata fatta da un uomo di sinistra, ex presidente della regione E. Romagna a fine anni ’70 (mi sfugge il nome ma si trova in rete).

      Più che sinistra bisognerebbe parlare di “sinistre”, come non esiste una sola destra ma tante (nazionalista, liberale, cattolica moderata, conservatori e cazzate affini).

      • Carlo says:

        Si ma chi ha plasmato l’anima della sinistra operaia dal XIX secolo a oggi è stato proprio Marx.La sua è stata la corrente ultra maggioritaria che ha oscurato facilmente le altre.

  7. Cantone Nordovest says:

    Pregevolissimo articolo.
    Grazie all’autore . Sono anni che lotto (ehm …alla tastiera) per la liberazione del Nord da una posizione libertaria e di sinistra !

  8. Lucky says:

    ora è colpa della lega anche perchè non c’è un partito indipendentista di sinistra

    ma ci facci il piacere…..la sinistra di questa nazione è da sempre fascista, il fatto è solo questo

  9. Luca says:

    Non mi sembra proprio che l’indipendentismo catalano sia “di sinistra”: Convergencia i Unió è comunque il primo partito, e con un forte distacco dal secondo. Mi sembra più corretto dire che in Catalogna l’indipendentismo sia trasversale.
    Io comunque non credo che riuscirei mai a votare un partito esplicitamente di sinistra, anche se indipendentista. Mi vergognerei…

  10. Salvo says:

    Questo complesso (che l’indipendentismo sia un’esclusiva della destra) ce l’hanno solo i “padani”…nelle regioni autonome che rivendicano l’autonomia è una cosa normale che ci siano partiti indipendentisti di qualsiasi orientamento.

    Poi avete la Lega….vabbè…

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