L’equivoco del Governatore, reincarnato nell’ineffabile Formigoni

di SERGIO SALVI


Come è ormai ampiamente accertato, politici e giornalisti sono impegnati allo spasimo nel maltrattare le parole usandole in senso improprio. Sulla scorta di alcune intuizioni di politologi e parlamentari, si parlò qualche anno fa di ribattezzare col nome di “governatori” i presidenti delle giunte regionali. Ma non se ne fece di nulla. I giornalisti ne approfittarono subito per buttarsi su questa parola e continuano a chiamare ancora oggi Formigoni governatore della Lombardia, Rossi governatore della Toscana.
La colpa di questo vizio terminologico viene dalla moda di scimmiottare ad ogni costo gli Stati Uniti e di adottare supinamente i costumi esteriori della loro civiltà politica. I governatori salgono infatti sulla ribalta della storia come biechi esecutori della capricciosa e crudele volontà del sovrano, a partire almeno da Cristoforo Colombo il quale, non appena messo piede in America, fu nominato ufficialmente, dal re di Spagna, Governatore del Nuovo Mondo. A lui fece seguito una caterva di altri governatori, poi viceré, sempre nominati dall’alto per governare le colonie di là dall’Atlantico con mano ferma, spesso grondante di sangue non metaforico, magari in attesa che i teologi decidessero se questi nuovi sudditi avessero l’anima oppure no.
Il re di Spagna non si limitò al continente americano. Nel 1545 nominò, ad esempio, un proprio governatore a Milano, caduta in suo possesso, facendolo assistere da una terribile “cancelleria segreta”: una carica che finì soltanto nel 1706 e non fu certo un esempio di governo democratico. Ma i grandi giornalisti, che scrivono oggi sui grandi giornali di Milano, non se lo ricordano o non lo sanno.
Talvolta, i governatori “governavano” il loro stesso paese. Nel 1708 la Russia fu divisa in governatorati alla cui testa furono posti fedeli funzionari dello zar, che era del resto un autocrate, come lui stesso si definiva.
Va ricordato inoltre, per farla breve, che nel 1733 Londra nominò un governatore generale dell’India, carica in seguito “maggiorata” col titolo di viceré. Nominò anche i governatori delle colonie americane, che sono la fonte dell’attuale inganno terminologico.
Torniamo un attimo in Italia. Abbiamo visto il caso di Milano. Vediamo ora il caso di Roma, che è davvero, come ormai si dice, eclatante: anche se si è perso nei meandri della memoria perfino dei giornalisti di Repubblica e dell’Espresso.
Nel 1926, su ordine di Mussolini, Roma cessò di essere un comune e fu affidata a un governatore nominato dal re e coadiuvato da una consulta di 12 persone, nominata dal ministro degli Interni.
Col tempo, dipesero dal governo italiano ben nove “governatorati”: quello di Roma, quello della Libia, quello del Dodecaneso e i sei dell’Africa Orientale italiana. Non male. Il governatorato di Roma finì soltanto nel 1944, con la caduta del fascismo. Durò ben 18 anni. Ma chi se ne ricorda? Nel 1944, Roma tornò ad essere un comune, più o meno come tutti gli altri. Ma l’ansia in fondo servile dei romani verso il loro mito rimase inesausta. Lungi dall’essersi estinta si è ripresentata nel 2010, con tutti i crismi di legge (una legge votata, del resto, anche dalla Lega Nord, ormai romanizzata).
Roma non è più un comune: è un ente territoriale speciale denominato Roma Capitale, che eredita i confini del comune, estinto così una seconda volta, e gode di rilevanti autonomie, a dispetto dell’uguaglianza di tutti i cittadini della repubblica e dei comuni nei quali sono democraticamente raccolti.
Un filo superstite di buon senso ha fatto sì che Roma capitale non sia stata definita, come una volta, “governatorato” e Alemanno non possa così fregiarsi del titolo di governatore.
La colpa di questo enorme abuso terminologico è degli Stati americani che, conquistata l’indipendenza, mantennero quasi senza accorgersene la dizione “governatore” per il loro nuovo leader, per la prima volta democraticamente eletto e non più sguinzagliato da Sua maestà britannica. Oggi, in Italia, ci si rifà pedissequamente all’America senza interrogarci in proposito: è una prova della mancanza di dignità e di una imperdonabile dimenticanza della nostra storia e di quella della maggior parte del mondo, dove l’esempio americano rappresenta una eccezione. È come se a Milano l’ultimo governatore non se ne fosse andato nel 1706 ma si fosse fermato, reincarnandosi nell’ineffabile Formigoni. Almeno a parole. Nei fatti, forse, è andata ancora peggio.

 

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One Comment

  1. Veritas says:

    In effetti, la parola ‘governatore’non ha senso, e viene copiata dagli USA. Ma ci sono parecchi altri casi di copiature del linguaggio angosassone che stanno purtroppo rovinando la Lingua di Dante. Un solo esempio (ma sarebbero tanti!) : quando si sente dire “ho realizzato” per significare “mi sono reso conto”: E lo scrivono pure tanti pennivendoli…. che peccato.
    Naturalmente, viene dall’inglese in cui “realize” vuol dire, appunto, rendersi conto

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