Leggi aziendali. Come t’ammazzo con statalismo e sindacati l’operaio e “il parun”

costo lavorodi CHIARA BATTISTONI – E’ sulla concorrenza che si devono costruire le basi del federalismo fiscale; non è sufficiente decentrare i servizi e avvicinarli alla gente se poi non si ha il coraggio di riportare l’intera responsabilità della catena del valore in mano ai cittadini. Il nostro Paese è così permeato dallo statalismo che anche la competitività aziendale è diventata materia di legge; anziché ragionare sulle condizioni al contorno che bloccano le imprese, cercando così di rimuoverle, si preferisce ragionare ancora una volta in termini di incentivi e facilitazioni; ogni nuova forma di assistenzialismo non fa altro che avvallare l’inefficienza, di fatto affidandole un vero e proprio rango strutturale.

Requisiti indispensabili per la concorrenza, invece, sono efficienza e trasparenza. Se avessimo il coraggio di liberarci degli ombrelli statali, se avessimo leggi semplici e un apparato burocratico snello, la libera intrapresa del singolo emergerebbe con forza e ci metterebbe nelle condizioni di riappropriarci del senso del rischio per costruire davvero il nuovo.
Quando l’interventismo statale dilaga, i presunti progressi in termini di “socialità” o di qualità della convivenza civile spariscono; l’interventismo non solo esaspera il potere coercitivo dello Stato ma cristallizza situazioni di inefficienza oppure, quando diventa strutturale, istituzionalizzato appunto, spegne lo spirito d’iniziativa del singolo. I cittadini si rassegnano o, peggio, si accontentano di ciò che hanno; ma così facendo, non se ne rendono neppure conto, perdono il loro status profondo di uomini liberi. Pensiamo al ruolo dei sindacati, a cui Antonio Martino dedica un ampio paragrafo nel libro  Milton Friedman, una biografia intellettuale. Friedman, di cui Martino è stato allievo ed è amico, non crede all’ «essenziale funzione sociale» dei sindacati e ne ha anche denunziato più volte la pericolosità in termini di pratiche
restrittive delle professioni.

In particolare scrive Friedman «Se i sindacati fanno aumentare i livelli salariali in una particolare occupazione o industria, essi rendono necessariamente il totale dei posti di lavoro disponibili in quell’occupazione o industria minore di quello che altrimenti sarebbe – proprio come ogni aumento di prezzi determina la contrazione del totale acquistato. L’effetto è quello di un maggior numero di persone che cercano altri impieghi, il che determina abbassamenti dei livelli salariali in queste altre occupazioni. (..) L’effetto della loro azione è stato quello di far aumentare i salari dei lavoratori ad alta remunerazione a spese dei lavoratori a più bassa remunerazione». (da Milton Friedman, Antonio Martino, pag. 121, Rubbettino).

Di fatto l’azione del sindacato sui livelli salariali fa sì che si riduca il numero dei posti di lavoro nel settore soggetto ad aumento, costringendo altri lavoratori a cercare nuovi posti a un livello più basso e così, a cascata, fino a che per qualcuno non resta altro che la disoccupazione. Come si legge sempre a pag. 121 del già citato testo «Al fondo della scala salariale, ai livelli di qualificazione più modesti, i lavoratori non hanno alternative: per loro l’azione salariale non si traduce in “declassamento” ma in disoccupazione. Ecco perché le irresponsabilità sindacali gravano maggiormente sui gruppi meno qualificati, sugli entranti nella forza lavoro: la disoccupazione è molto maggiore fra i giovani in cerca di prima occupazione, i lavoratori delle aree
a più bassa produttività e le donne».

Quando l’interventismo altera le condizioni di concorrenza, il rischio è di generare più danni che benefici.
Ancora una volta la signora Thatcher l’aveva capito con grande lucidità: non è sottraendo
a determinazione delle retribuzioni ai meccanismi di mercato, affidandola a strutture decisionali centralizzate, che si risolvono i problemi economici di un Paese. Ogni nuova legge introdotta, che si stratifica sulle centinaia di altre, modifica il contesto, sottrae un grado di libertà al cittadino, sempre più suddito sempre meno padrone a casa propria, sempre meno capace di costruire il proprio futuro a partire dalle proprie aspirazioni e dalle proprie capacità. Ma trasformarsi in suddito significa anche rinunciare al proprio presente, lasciando che sia lo Stato a plasmarlo per noi.

Per questo la trasparenza è fondamentale; grazie ad essa possiamo verificare e controllare, riappropriandoci
della nostra dimensione di cittadino, richiamando a noi le responsabilità di scelta (che in democrazia si esprimono essenzialmente col voto). Se sapessimo far tesoro del metodo scientifico, che ci esorta a verificare e falsificare (nel senso popperiano, di smontare pezzo a pezzo) le teorie, ci documenteremmo e lo applicheremmo, per controllare anche l’impegno di chi abbiamo delegato a rappresentarci.

Insomma,   la famosa ricetta che da destra e sinistra sentiamo ripetere, ci vuole più mercato, sembra in realtà essere recepita solo da una sparuta pattuglia di audaci; se poi avessimo il coraggio di interpretare il concetto di mercato in senso più estensivo, dicendo che abbiamo bisogno di mercato (cioè di concorrenza) anche in politica probabilmente la pattuglia sarebbe ancora più smilza. Per questo dice molto bene il professor Antonio Martino quando nel suo libro Semplicemente liberale propone il sorteggio per accedere
all’impegno politico!

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One Comment

  1. michelelfre says:

    Concordo che lo stato non ha :le competenze ,l’esperienza, la capacità, la responsabilità che ha un imprenditore, quindi non è in grado di fare le scelte gestionali che fa quotidianamente un capo di azienda o anche solo il panettiere sotto casa .

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