Legge di stabilità, le tragiche barzellette approvate al Senato

di CLAUDIO ROMITI

Dando il via libera alla famigerata legge di stabilità, il Senato della nostra Repubblica di Pulcinella ha approvato un lungo elenco di tragiche barzellette. Tra le tante spicca il cosiddetto Fondo taglia tasse, strumento operativo con il quale i cervelloni guidati da Enrico Letta – il politico più dotato di self control stile faccia di bronzo in circolazione – sostengono di voler abbassare la pressione fiscale da qui in avanti.  A quanto risulta dalle carte, nel fondo dovrebbero confluire le risorse provenienti dalla chimerica spending review e dai proventi della lotta all’evasione. Non solo, ad alimentare questo ennesimo calderone di buone intenzioni -e ben sappiamo dove esse conducono- ci saranno anche le “una tantum” del 2014. Dunque altre tasse per abbattere le tasse.

Ma a parte  quest’ultima tragica pagliacciata, è proprio l’impostazione di fondo del fondo -la ripetizione è d’obbligo- che fa acqua da tutte le parti. L’idea che si possa allentare l’attuale, feroce pressione tributaria sulla produzione e sul lavoro, secondo le edificanti intenzioni del governo, attraverso la solita razionalizzazione di una spesa pubblica da sempre fuori controllo non può assolutamente funzionare. Con migliaia di centri di spesa, presi quotidianamente d’assalto da mute di milioni di questuanti alla ricerca di una rendita vitalizia, se non si riduce drasticamente il perimetro delle competenze pubbliche, non sarà mai possibile abbattere la pressione fiscale. Il che troverebbe conferma nell’ulteriore incremento di tasse, circa 2,1 miliardi, previsto nel 2014.

Per non parlare dei citati proventi della eterna lotta all’evasione. Come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, si tratta di pura sciocchezza in salsa statalista. Se, infatti, assumiamo per valido l’assioma secondo il quale ogni euro che resta nelle tasche dei cittadini privati genera più crescita economica rispetto a quello che viene controllato dalla mano pubblica, contrastare l’evasione -all’interno di un sistema statale che già spende il 55% del reddito nazionale- non può che tradursi in una ulteriore dilatazione del già colossale imponibile colpito dal fisco. Ebbene, secondo l’empirica ma sempre efficace teorizzazione di Laffer, oramai siamo giunti ad un punto tale che ogni aumento di imponibile -chiamatelo pure lotta all’evasione- non può che tradursi in una inevitabile perdita di gettito.  Oramai nessun fondo taglia tasse d’Egitto potrà far uscire il Paese reale dal drammatico avvitamento in cui lo ha trascinato un sistema politico sempre più altruista, nel senso che esso si ostina a voler perseguire il famigerato bene comune coi soldi degli altri. Il problema è che questi ultimi sono sempre più scarsi.

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