Ha ragione Zaia, lo dicevano 40 anni fa Miglio e Reagan. Lega, FI, Pd, Le Pen e altri? Differenza è tra statalisti e federalisti, destra e sinistra non esistono più

 

 

FEDERALISMO

di CHIARA BATTISTONI –  Ricordiamo le parole di K. Popper (riportate da Dario Antiseri nel suo Principi Liberali Rubbettino Editore, pagina 69) «Non esiste uomo che sia più importante di un altro uomo». Ecco il primo e principale principio di uguaglianza del liberalismo. Per Popper gli uomini sono
uguali in dignità e, in una società aperta, sono uguali davanti alla legge; soprattutto sono uguali nelle opportunità. Il risultato di un progetto di vita sarà così il frutto di molteplici fattori, dal merito, all’impegno, agli incontri, alla fortuna; ciò che va garantito non è affatto il risultato finale (solo per fare un esempio: casa a tutti, compresi quelli che occupano abusivamente e pretendono con la forza “trattamenti adeguati”), bensì la possibilità di riuscire a ottenere, con l’impegno e il merito, ciò che si desidera.

Come scrive con molta chiarezza Dario Antiseri, la dottrina liberale dà onore al merito e combatte i privilegi. Nel testo già citato, scrive ancora Antiseri: «L’uguaglianza delle opportunità è uguaglianza liberale; l’uguaglianza degli esiti è uguaglianza socialista, è la via della miseria e delle più oppressive disuguaglianze,
la via della schiavitù». (pagina 71)

La storia del Novecento lo ha dimostrato con inequivocabile chiarezza; il delirio solipsista delle dittature ha stravolto un intero continente, ne ha annichilito i popoli, ha alimentato i genocidi e alla fine ha portato al collasso di un intero sistema economico, miseramente fallito sotto il peso di un’uguaglianza insostenibile e contro natura. L’uguaglianza dei risultati è storicamente fallita a fine Novecento e lo ha fatto lasciando dietro di sé il nulla, il vuoto su cui è stato necessario ricostruire tutto, a partire dall’Uomo ridotto a ingranaggio senza dignità di scelta. Eppure, Italia compresa, c’è chi ancora non se ne è reso conto.

Cerchiamo di ricordarlo quando ascoltiamo “predicare” i nostri politici; non lasciamoci irretire da colori e slogan di appartenenza, puntiamo dritto al cuore del messaggio, cerchiamo di capire qual è il modello di Paese che hanno in testa e confrontiamolo con quello che noi desideriamo; insomma, costruiamo attivamente il nostro pensare e agire politico, senza lasciarci travolgere dall’impeto delle emozioni e dell’estemporaneità. Se per voi ciò che conta è l’uguaglianza delle opportunità, quella che permette di costruire sulla base del proprio impegno, delle proprie capacità, in poche parole del proprio merito, allora non vi sarà difficile capire che il Federalismo è la strada più attuale per realizzare tutto questo.

Altro che perequazione, altro che sussidiarietà coatta (che diventa sterile assistenzialismo); il Federalismo, quello competitivo, è oggi uno dei pochi strumenti ancora a disposizione di questo Paese per liberarsi dal giogo dell’elefantiasi burocratica e corporativistica.

A tutti i medesimi strumenti di crescita, per essere poi valutati (e scelti) in base ai risultati raggiunti, necessariamente diversi perché diverse sono le specificità, le attitudini, le capacità. Solo così si può dare inizio a un virtuoso cammino di innovazione e crescita; la ricetta è rispettare le specificità e fare in modo che le eccellenze emergano dal mercato: una rivoluzione per uomini audaci che hanno capito che il futuro, come ci ha ricordato Kenichi Ohmae in Il prossimo  scenario globale, è negli Stati-Regione, nonpiù negli Stati-Nazione.

Ricordatevi dunque il principio dell’uguaglianza liberale, così come quello dell’uguaglianza socialista:
opportunità versus risultati; vedrete che vi sarà molto più facile capire l’essenza profondamente liberista del federalismo e magari spiegarla a chi, più scettico, presta orecchio alle cassandre sinistrorse che paventano povertà e miseria. Il tema dell’uguaglianza nelle opportunità evoca la libertà nelle opportunità e nelle procedure, ampiamente studiato dal premio Nobel per l’economia (nel 1998) Amartya Sen.

Per Amartya Sen, «l’idea di libertà investe sia quei processi che permettono azioni e decisioni libere sia le possibilità effettive che gli esseri umani hanno in condizioni personali e sociali date. L’illibertà può derivare sia da processi inadeguati (come la negazione del diritto di voto o di altri diritti politici o civili) sia dal fatto che ad alcuni non sono date adeguate possibilità di soddisfare desideri anche minimali (il che comprende la mancanza di possibilità elementari. come quella di sfuggire a una morte prematura, a malattie evitabili o alla fame involontaria)». (da Lo sviluppo è libertà di Amartya Sen, Oscar Saggi Mondadori, pag. 23).

Sen osserva come sia l’aspetto processuale che quello procedurale siano fondamentali per lo sviluppo come libertà; non basta la correttezza delle procedure così come non basta l’esistenza delle adeguate possibilità per crescere nella libertà. L’individuo è il “centro d’azione”, per il quale disporre di libertà significa essere stimolati a cavarsela da soli, influendo sul contesto, promuovendone di fatto lo sviluppo.

Se lo sviluppo è visto in termini di libertà piuttosto che di mera utilità (cioè solo di reddito), significa che il requisito fondamentale è il superamento delle illibertà. Applichiamo questo criterio alla lettura delle molteplici classifiche degli indici di libertà economica (dalla Heritage Foundation alla Fraser): il nostro lento declinare potrebbe anche essere il segnale di un sotterraneo scadimento delle nostre libertà; senza renderci conto, passando ora dalla sinistra ora dalla destra, siamo ogni anno un po’ meno cittadini, un po’ più sudditi.

A costo di annoiarvi vi ricordo che anni fa Gianfranco Miglio e Ronald Reagan, dagli antipodi del mondo, dichiaravano che la differenza non è tra sinistra e destra, ma tra statilisti e liberisti. Noi aggiungiamo: federalisti.

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    Si certo, destra e sinistra pure il centro non esistono piu’, ma i komunisti si.
    Sta scritto: DAI FATTI LI RICONOSCERETE.
    Minga si vestono da komunisti (se ne guardano bene) e o parlano altrettanto…
    Pero’, kax, i fatti ci dicono che sono li’ vivi e vegeti.
    Preghiamo.

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