FORMIGONI LANCIA LA SFIDA. E LA LEGA CHE FA?

di GIANLUCA MARCHI

«Attendo serenamente che la Lega presenti la mozione di sfiducia, ma non commetteranno questo errore esiziale. Sono sicuro che non metterà fine ad un governo che sta lavorando bene e nel quale la Lega ha gli spazi che le competono. Ricordo che al Nord i governi con Pdl e Lega sono tanti, non solo in Lombardia ma anche in Piemonte e Veneto». Così oggi il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è intervento ad Agorà su Rai Tre. Alla domanda del conduttore se avesse mai pensato di dimettersi, Formigoni ha risposto: «Nessuna ipotesi di dimissioni, è tutta panna giornalistica».

Il Celeste Governatore, dunque, sfida la Lega Nord a staccare la spina. Come si suol dire, la miglior difesa è l’attacco, soprattutto quando si è in difficoltà. E Formigoni è in evidente difficoltà: non solo perché due suoi ex assessori sono attualmente agli arresti, Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni, ma anche per via delle tante, anzi troppe voci che lo vedono al centro, e anche delle inchieste in corso che toccano esponenti di Comunione e Liberazione a lui vicini. E quando il presidente obietta che la responsabilità penale è personale, e lui non è tirato in ballo, gli risponde l’eurodeputato della Lega Matteo Salvini dalle colonne di Repubblica: “E’ vero. Ma i casi sono ormai troppi, la situazione non può più reggere”. E relativamente ai conti del Pirellone, Salvini dà atto che la Regione è amministrata con oculatezza, però aggiung euna pesante stoccata: “Purtroppo pesa l’onnipresenza di uomini riconducibili a Cl, sono un ostacolo al contenimento delle spese”.

Se la logica ha un senso, la Lega non dovrebbe aver davanti altra strada che far cadere Formigoni e portare la Lombardia ad elezioni anticipate, decidendo di correre da sola. A meno che gli annunci urbi et orbi sono solo minacce senza vero fondamento – ed è quello che Formigoni sembra pensare – e non si vogliono mettere a rischio anche le Giunte del Piemonte e del Veneto.

Ma come si sa, alla fine deve decidere Bossi, e al di là delle sparate su “Berlusconi mezza calzetta”, dietro c’è sempre il patto con l’amico Silvio, difficile da rompere non solo per vincoli contrattuali.  E perciò la decisione finale difficilmente sarà quella che la maggioranza dei leghisti si aspettano.

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