Le ultime parole di Oneto su la Padania: Solo spacciando idee si può vincere

la padania assedi STEFANIA PIAZZO – Quando, dopo la direzione del settimanale Il Federalismo, magazine di politica e cultura, ceduto dalla Lega con i suoi finanziamenti pubblici ad un settimanale piemontese provinciale di sport e cronaca locale (lo so, è strano ma è andata così…), me ne tornai nei vecchi ranghi di caporedattore centrale de la Padania, stava proprio per cadere il decennale del quotidiano. Era il 2007. Venni incaricata di realizzare su due piedi, in pochi giorni, uno speciale sul giornale. Interpellai anche Gilberto Oneto, che aveva smesso di collaborare con me su Il Federalismo per il veto politico di un ex ministro (leghista) della Repubblica (italiana).
Come fosse ieri, ecco le domande e le risposte che pubblicai. Sono l’ultimo contributo di Gilberto Oneto sul giornale la Padania. E’ un pezzo della nostra storia.
1 – La Padania, le origini. E tu c’eri. Quale valenza aveva 10 anni fa essere padani e poter scrivere, per la prima volta, senza peli sulla lingua, le verità mai dette prima ad un vasto pubblico?
Non era la prima volta che si potevano scrivere verità e scomodità: c’erano state Etnie, Ethnica, Lombardia Autonomista e Lega Nord. C’erano (e ci sono) i Quaderni Padani. Era però la prima volta che si andava in tutte le edicole di Padania con un quotidiano che all’inizio aveva una grande diffusione. Prima c’era stato anche l’entusiasmante tentativo di Vimercati di mettere assieme un quotidiano “di area” sul quale in tanti avevamo lavorato. Era però uscito un solo numero (con il titolo di Il Nord) per il 15 settembre 1996: oggi un pezzo da collezione, cui sono molto orgoglioso di avere collaborato assieme a firme assolutamente straordinarie che quel giorno si erano “esposte” a una posizione sgradevole e pericolosa grazie al fascino e alla capacità personale del direttore. Per molto tempo – anche grazie a Marchi, che aveva imparato benissimo la lezione di intelligenza e di apertura culturale di Vimercati – lavorare a La Padania è stata una esperienza entusiasmante: si era circondati di affetto e di attenzione. Conservo ancora molte delle centinaia di lettere che mi hanno
mandato i nostri lettori.
2 – Padania sinonimo di indipendenza, di libertà dai vincoli dello Stato centrale. Quel progetto perché è ancora valido oggi?
Perché nulla è cambiato, perché sono anzi peggiorate le condizioni di sudditanza, di oppressione, di rapina e di umiliazione cui lo Stato italiano sottopone le regioni padano-alpine. La voglia (e la necessità) di libertà della nostra gente è un fiume carsico che percorre la storia e che risale periodicamente in superficie.
3 – Il quotidiano ha aiutato anche a riscrivere la nostra “storia patria”, quella di un Risorgimento da leggere con una nuova lente d’ingrandimento. Tra quanto è stato pubblicato, cosa ha rappresentato, secondo te, la “novità” da non dimenticare?
Bisogna fare conoscere la storia del fiume di cui ho appena detto, fare sapere di tutte le volte che è affiorato e – soprattutto – di tutte le cause che ne hanno impedito la liberazione, gli ignobili trucchi, le menzogne e le violenza messe in atto per tenerlo sotto terra, ma anche le nostre mancanze, i nostri errori e i tradimenti. Su La Padania molto lavoro era stato fatto: è però mancata la capacità di strutturare un disegno organico e complessivo di revisione e informazione storica comprensivo di pubblicazioni, studi, materiale didattico e divulgativo e di comportamenti coerenti. Quando sento oggi autorevoli esponenti del Movimento proporre monumenti di esaltazione per la vittoria sul Piave, mi rendo tristemente conto di quanto avremmo dovuto e potuto, e di quanto non riamo riusciti a fare.
4 – Economia, valori, identità… Come si combinano insieme questi elementi per dare forma compiuta ad un Nord libero?
Il Nord è un punto cardinale e non un posto. Il processo di liberazione (e prima ancora di autoriconoscimento) della Padania passa attraverso l’azione combinata del liberismo e dell’identitarismo. Si deve cioè riconoscere compiutamente sia la deprivazione economica che quella culturale. I nemici sono lo statalismo e il nazionalismo. Per non essere derubati occorre essere padroni a casa nostra, per farlo dobbiamo avere chiarissimo il senso di chi siamo e – soprattutto – di chi non siamo.
5 – La lezione di Miglio nelle pagine del quotidiano. Quanto c’è ancora da raccogliere?
Il nostro tempo deve moltissimo a tre uomini che ci hanno fatto riscoprire in forma moderna la nostra padanità: Gualtiero Ciola ci ha ridato l’orgoglio di un album di famiglia fatto di gente presentabile, Sergio Salvi ci ha fatto riscoprire (da non padano) il senso della nostra identità culturale e – infine e soprattutto – Gianfranco Miglio ci ha insegnato cosa potremmo e dovremmo essere e come arrivarci. Sono un uomo di destra, uno di sinistra e un cattolico: una triade estremamente significativa per illustrare il valore popolare, totalizzante, identitario e non ideologico della nostra lotta.
I lavori di Miglio sono stati fatti sistematicamente sparire dalle librerie e dai cataloghi. Anche per questo è importante ritrovarli, ristamparli e farli conoscere: è una impresa in cui si è impegnata La Libera Compagnia Padana. Il prossimo numero dei Quaderni Padani sarà una raccolta selezionata di interviste del Professore. I suoi scritti sono una miniera di idee, sono di una attualità sconvolgente: non serve inventarsi nulla, per i prossimi cinquant’anni abbiamo tutte le indicazioni che ci servono per combattere per la nostra libertà. La Padania ci potrebbe aiutare in questo lavoro di recupero e di apostolato. È solo “spacciando” idee che si può vincere.
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