Le rivoluzioni rimandate di Pontida

di GILBERTO ONETO

La passerella sul palco di Pontida è stata lo specchio fedele dell’attuale situazione in casa leghista. In tanti si sono già soffermati sulle divisioni interne e sulle contrapposizioni fra maroniti e bossiani e non serve parlarne ancora: oltre a tutto non sembrano avere consistenza al di fuori della voglia di rivalsa di qualcuno e dall’azione – questa sì pericolosa – di Tosi in Veneto.

Gli interventi sono invece interessanti per definire il paesaggio interno del Movimento.

Davanti ai microfoni si sono succeduti personaggi improbabili che hanno creduto di compensare il nulla che avevano da dire con un prodigo sfoggio di decibel: tutti presentati con strepiti da stadio e da mercato ortofrutticolo da uno che per più di quattro anni ha gestito l’urbanistica lombarda, che avrebbe dovuto garantire la difesa del suolo, la corretta pianificazione e il trasferimento delle identità in fattezze territoriali. Già questo – per non parlare del suo astuto predecessore –  costringe a un impietoso giudizio sullo stato di salute dell’azione leghista. Tutti gli altri sono saliti a urlare banalità e cercare di dare un senso al proprio stare al mondo e una giustificazione a stipendi e vitalizi. Lo “zucchino (non è un refuso) d’oro” tocca sicuramente al segretario delle Marche (che è lì da quasi vent’anni e passerà alla storia per avere mandato in parlamento Brigandì e Isidori) e a quella della Liguria che da parecchi lustri riesce pudicamente a tenere celate ai più le sue doti. Stefano Bruno Galli si è preferito non farlo parlare: non urla e poi “questi intellettuali hanno rotto le balle”.

Si sono salvati Bossi, Maroni, Zaia e Salvini. Il vecchio capo ha ritrovato uno spicchio della sua forza comunicativa pur inzuppandola generosamente nello sciroppo melenso della pateticità.

Il suo successore ha parlato meno di tutti, apparentemente soddisfatto per lo scampato pericolo, ha fatto qualche cerulea promessa saltellando con leggerezza fra gli avverbi: da “prima” il Nord al “dopo” delle riforme, ma non prima dell’anno prossimo. Più che la Csu bavarese qui si sta delineando il ritorno del più curiale doroteismo.

Zaia è stato bravo a vellicare il pelo della base con vecchi (e sempre buoni) temi di anti-italianità e anti-meridionalismo: è stato un vero signore quando ha invitato a togliere uno striscione anti-tosiano e ha così dimostrato di avere i nervi a posto e di possedere le qualità di un capo.

Salvini è stato anche più abile a fare il tribuno senza pestare piedi importanti, a far contenta la base senza insospettire troppo i vertici. È stato il solo – con Zaia – ad argomentare il suo intervento  toccando temi di cui la più parte degli altri palcaioli non conosceva neppure l’esistenza. Ha fatto anche un paio di citazioni storiche come faceva Bossi ma proprio come lui le ha abborracciate con parecchia disinvoltura, tanto se ne accorge nessuno. Invece proprio così ha mostrato quanto la Lega 2.0 somigli a quella vecchia soprattutto nella paura e nel disprezzo per la cultura. Ha detto non senza un certo candore di avere trovato la Carta di Chivasso su Wikipedia e questo non fa certo piacere a vecchi autonomisti e a gente che da decenni ne parla, ci fa convegni e pubblicazioni, la utilizza come sicuro riferimento ideologico. Ha citato Don Milani anche un po’ a sproposito sull’obiezione di coscienza ma si è dimenticato completamente del coté autonomista del parroco di Barbiana, espresso con la straordinaria immagine dei  “ventimila  San Marini”. Insomma, a proseguire con l’idiosincrasia  del Goebbels di Gemonio  per la cultura forse si evita qualche problema di leadership ma non si va lontano. Con la cultura delle figurine dei calciatori e con le trasmissioni radiofoniche sugli Ufo non si liberano le nostre comunità. Salvini è un ragazzo sveglio e dovrebbe magari essere un po’ più attento al percorso identitario catalano (e non solo).

Gli esiti complessivi della giornata sono stati piuttosto inquietanti: la rivoluzione è rimandata a data da destinarsi, ma non prima dell’anno prossimo. Qualcuno se lo ricorda l’Anno del Samurai?  Niente di nuovo sotto il Sole delle Alpi. Intanto anche questa è andata e per un po’ non ci si pensa più.

Come cantava Gaber: “la rivoluzione oggi no, domani neppure, ma dopodomani sicuramente!”

Per restare alle citazioni canore, non era De André che gorgheggiava che “dai diamanti non nasce niente, ma sul letame può nascere un fiore”. Aspettiamo fiduciosi nuove camionate di letame e i progetti sui trasporti macroregionali di Cota che serviranno a spostarle meglio.

(da http://lindipendenzanuova.com dell’aprile 2013)

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One Comment

  1. Paolo says:

    Solo Alessio Morosin può cambiare qualcosa, ma deve iniziare a farsi conoscere. Il resto é solo perder tempo!

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