Le Repubbliche urbane, futuro dopo gli stati nazione

baumandi CHIARA BATTISTONI –   Nel 1784, nella cittadina di Konigsberg, il filosofo Immanuel Kant completò uno dei suoi libri meno noti ai più, Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico. Non temete, non ho nessuna intenzione di inchiodarvi alla poltrona con distillati, pure poco raffinati, di filosofia kantiana. Il titolo però è stimolante; se poi lo collocate a fine Settecento la faccenda si fa ancor più appassionante. Di questo libello non ne sapevo proprio nulla fino a che, leggendo La società sotto assedio (Editori Laterza,
2002) di Zygmunt Bauman, il professore di sociologia delle università di Leeds e Varsavia di cui già vi parlai, a pagina 107 mi si presenta un capitoletto dal titolo Vivere insieme in un mondo pieno, che si apre proprio con Kant.

Fu lui, tra le pagine di quel libello rimasto per decenni all’ombra, rispolverato solo per completare rare speculazioni filosofiche sull’argomento, a osservare che «il pianeta su cui viviamo è una sfera». Fu così che, meditando a fondo sulle conseguenze di un’affermazione apparentemente pleonastica, capì, quando ancora non esistevano aerei per spostarsi, che «tutti noi viviamo e ci spostiamo sulla superficie di quella sfera, non abbiamo altro posto in cui andare e dunque siamo destinati a vivere sempre in reciproca contiguità e compagnia. E così una perfetta unificazione civile nel genere umano è il destino che la Natura ha scelto per noi, l’orizzonte ultimo della nostra storia universale che, stimolati e guidati dal raziocinio e dall’istinto di conservazione, siamo destinati a perseguire e a tempo debito raggiungere» (pag. 107).miglio veneziani

Con due secolidi anticipo e gli occhi della ragione, Kant vide ciò che gli uomini oggi chiamano globalizzazione. Anticipò le moderne teorie sociologiche, capì che la spinta espansiva e trasgressiva della storia degli Stati Nazione avrebbe prima o poi incontrato un ostacolo naturale quanto ovvio: il territorio stesso, il pianeta su cui viviamo, la nostra Terra-Patria (per usare un’espressione cara a Edgar Morin, diventata poi il titolo di un suo libro). E di Terra-Patria, in questi giorni di tragedie nel sud-est asiatico, sentiamo parlare tanto, spesso pure a sproposito, come se l’Uomo si fosse scordato di vivere su un pianeta che, come lui, vive, cambia, si trasforma. Quando i tempi geologici collidono coi tempi umani, due scale di misura pressoché incommensurabili, si scatena la catastrofe; all’improvviso ciò che è percepito come immutabile, quasi un’anticipazione dell’eternità, si anima, prevarica e il più delle volte distrugge e uccide. Ciò che per la nostra Terra-Patria è una manifestazione inequivocabile di vitalità creatrice, per l’Uomo si trasforma in atto distruttivo, destinato a seminare terrore, morte, dolore, solitudine.

 

Che sia una frana (pensiamo alla Valtellina), un terremoto o un maremoto, la Terra-Patria è qui, che vive coi suoi ritmi e le sue manifestazioni; che ci piaccia o meno, noi siamo parte di Lei; la nostra intelligenza può solo aiutarci ad ascoltarla e a controllarla. Di fronte alla potenza per noi devastatrice, l’Uomo non può che ricordare la sua natura e non può che tornare alla frase di Kant, a quel viviamo e ci spostiamo su una sfera che è forse l’essenza del nostro essere tutti uguali eppure tutti diversi, del nostro essere globali, ma anche locali, con le nostri specificità, la nostra prossimità (o la nostra distanza) fisica e spirituale. Più ancora di fronte alle catastrofi il binomio globalelocale si manifesta, ci ricorda quanto complicato sia convivere empaticamente, partecipando gli uni alla vita degli altri nel rispetto delle reciproche diversità.

Ogni disastro, tanto più se naturale, ci ricorda la caducità dei modelli che costruiamo di volta in volta per dare ordine al nostro mondo. Viviamo in una dimensione nuova in cui «Quando accendiamo il cellulare, spengiamo la strada. La vicinanza fisica non è più in contrasto con la lontananza spirituale. Col mondo che corre ad alta velocità e in crescente accelerazione, non si può più fare affidamento su schemi di riferimento che si pretendono utili sulla base della loro presunta durata nel  tempo (per non dire eternità!).

Non sono più affidabili, e per la verità non ce n’è più bisogno. Faticano ad assimilare contenuti nuovi. Ben presto si rivelerebbero troppo limitati e ingombranti per alloggiare tutte quelle nuove, inesplorate e non sperimentate identità, così allettanti e a portata di mano, ognuna delle quali offre benefici eccitanti perché inconsueti, e promettenti perché non ancora screditati». (Intervista sull’Identità a cura di Benedetto Vecchi – Zygmunt Bauman, Editori Laterza, 2002, pag. 28).

 

Nel mondo globalizzato il concetto stesso di Stato perde il suo carisma, semplicemente perché si rivela inadeguato a controllare la rete di relazioni che la società costruisce, grazie alla prossimità che le comunicazioni permettono; i confini geografici si trasformano e se ne costruiscono altri, fatti di culture e stili di vita. Si trasforma così, profondamente, il concetto stesso di identità. Scrive Bauman, nel già citato Intervista sull’Identità: «Nei periodi di nation-building, la spada dell’identità viene brandita da tutte e due le parti in lotta: da un lato la difesa delle lingue, le memorie, le tradizioni e le usanze locali e minori contro quelli della capitale che incoraggiano l’omogeneità e chiedono uniformità; e dall’altro lato nella crociata culturale condotta dai sostenitori dell’unità nazionale e mirante a estirpare il provincialismo, il parrocchialismo, il campanilismo delle comunità o etnie locali (…) (pag. 74-75)».

E ancora: «L’identità – sarà bene esser chiari su questo punto – è un concetto fortemente contrastato. Ogni volta che senti questa parola, puoi star certo che c’è una battaglia in corso. Il campo di battaglia è l’habitat naturale per l’identità. L’identità nasce solo nel tumulto della battaglia, e cade addormentata e tace non appena il rumore della battaglia si estingue. È dunque inevitabile che abbia una natura a doppio taglio. La si può forse (…) estromettere dal desiderio, ma non la si può estromettere dal pensiero e men che mai estromettere
dalla pratica umana. L’identità è una lotta al tempo stesso contro la dissoluzione e contro la frammentazione; intenzione di divorare e allo stesso tempo risoluto rifiuto di essere divorati…» (pag. 75).

Edgar Morin ci direbbe che ciò di cui abbiamo bisogno è una nuova identità planetaria, la consapevolezza cioè di essere tutti cittadini della nostra Terra- Patria. Gianfranco Miglio forse ricorderebbe che «per comprendere davvero l’evoluzione dei bisogni, e soddisfarli al meglio, credo invece che si debba allargare lo sguardo sul panorama storico, nel quale ci si dimentica sempre di includere quella che io chiamo “l’altra metà del cielo”, cioè le repubbliche urbane» (da Padania, Italia di Gianfranco Miglio, Marcello Veneziani – Casa Editrice Le Lettere, 1997 – pag. 19).

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