Le pmi scendono in piazza per chiedere alla politica. Aspetta e spera!

di GIORGIO CALABRESI

Dopo un lungo periodo di sonno, per non dire di acquiescenza con la politica manovrata dalle organizzazioni di categoria, adesso anche le piccole imprese scendono in piazza. L’occasione di vedere circa 40mila piccoli imprenditori, commercianti, artigiani lasciare le loro attività dalle tante province d’Italia per invadere – «pacificamente» puntualizzano – una piazza romana è il 18 febbraio prossimo, per la mobilitazione nazionale indetta da Rete Imprese Italia. «Senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro» è lo slogan che guiderà migliaia di piccoli imprenditori convinti che sia ormai giunta l’ora di «far sentire la nostra voce nei confronti dei palazzi e di un governo che finora non ci ha ascoltato» dicono. Le oltre 4mila aziende rappresentate da Rete Imprese «sono stremate» e vogliono gridare in piazza «basta» a un fisco che le schiaccia e sottrae risorse allo sviluppo e ai consumi delle famiglie; a «un calvario burocratico e a una tassazione locale irresponsabile». «Vogliamo chiedere con forza a Governo e Parlamento una svolta urgente di politica economica. La crisi, la crescita allarmante della disoccupazione e una pressione fiscale, locale e nazionale, che anche nel 2014 rimarrà a livelli intollerabili, rischiano di prolungare i loro effetti sulle imprese, già stremate da forti difficoltà, e provocare un ulteriore impoverimento delle famiglie» dice il presidente portavoce di turno di Rete Imprese Italia, Marco Venturi.

«È un’occasione storica. La riposta dalle province è stata molto importante – dice Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti – da alcuni aree, del Nord in particolare, gli imprenditori arriveranno in migliaia». La sollecitazione alla «giornata dell’orgoglio» è arrivata dalla base, ammettono da Rete Imprese (che associa il cuore delle Pmi, cinque organizzazioni: Confesercenti, Casartigiani, Cna, Confcommercio, Confartigianato), forse sulla scia dell’esempio del movimento dei Forconi. «Ma la nostra manifestazione è pacifica – dice Bussoni – e ha un taglio positivo, è di protesta ma anche di proposta. Vogliamo continuare a dare il contributo per far ripartire questo paese, ma ci devono mettere in condizioni di farlo». Le Pmi vogliono spazzare via «vincoli e costi che pesano sul lavoro per poter assumere i giovani», vogliono che le banche ricomincino a investire sull’economia reale, che lo Stato paghi i suoi debiti alle imprese. E non possono più aspettare. Come dice uno degli slogan del 18: «chiediamo al governo e alla politica fatti concreti. Subito».

Sì, certo, chiedono: aspetta e spera…

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8 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    Lo scopo è la visibilità della associazione di categoria a spese degli associati che butteranno via una giornata di lavoro utile e si pagheranno anche tutte le spese.
    L’Italia è in mano ad una “trasversale” associazione a delinquere di stampo politico-burocratico ed è una illusione che questa si sciolga ed inviti i suoi parassiti a cercarsi un lavoro utile dopo aver visto sfilare gli imprenditori.
    A maggior ragione beln sapendo che le associazioni di categoria sono come i sindacati facenti parte della associazione anzidetta.
    Quella avvenuta in parlamento, che i pennivendoli chiamano gazzarra, è stata troppo tenera e molti Cittadini avrebbero voluto contribuirvi. Io, anziano e liberale da sempre, spero di aver il tempo di vedere i produttori che anziché suicidarsi inizino a suicidare le sanguisughe che si nascondono dietro le sacre istituzioni.
    Penso anche che Letta nipote agli arabi avrebbe dovuto offrire l’acquisto della nuova barchetta di Re Giorgio I.

  2. michelberg says:

    LE ASSOCIAZIONI DI CATEGORIA DEI PICCOLI IMPRENDITORI, COME I SINDACATI DEI DIPENDENTI, SONO ORGANIZZAZIONI PARAPOLITICHE CHE SOPRAVVIVONO MERCANTEGGIANDO PREBENDE E CARICHE PUBBLICHE.

    FANNO PARTE DEL SISTEMA DEI MAGNA MAGNA ..FIGURATI SE PROTESTANO…

    SE LO FANNO E’ SOLO PER FINTA

    ANZICHE’ RIDURRE LA BUROCRAZIA NE TRAGGONO VANTAGGIO PER FARE CASSA A SCAPITO DEI PROPRI ISCRITTI….

    MA QUALCUNO SI E’ ACCORTO CHE ESISTONO ?

    E CHE FANNO ? CONTABILITA’ A PARTE ?

    UN’ALTRA CASTA CHE DI CASTO NON HA PROPRIO NULLA.

    MA I PICCOLI IMPRENDITORI …DORMONO… DORMONO…
    IN UNO STATO COMATOSO PRIMA DEL SUICIDIO .

    SE SI APPLICASSERO A POLITICI E AI NS. FENOMENALI BUROCRATI LE NORME SULLA RESPONSABILITA’ DELLE IMPRESE DOVREMMO ISTITUIRE CAMPI DI CONCENTRAMENTO PERCHE LE GALERE NON FAREMMO MAI A TEMPO A COSTRUIRLE .

    MA PER RIMEDIARE COSA FANNO ? I MORALISTI !
    E QUINDI LE GALERE PER GLI ALTRI .

  3. Dan says:

    >> «Senza impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro»

    “Riprendiamoci !”… addirittura un verbo maschio e virile, una roba da “decisioni fatali”…

    pietosi…

  4. Amedeo says:

    Sono una categoria perdente, che non è mai stata capace di farsi valere, perché hanno sempre delegato le associazioni di categoria, una casta di parassiti che hanno interesse a sfruttarli. In Lombardia e Veneto, le imprese sono messe meglio che nelle altre parti d’Italia, e quando c’è da tassare, lo stato continua a portare via soldi alle imprese, intanto quelle di altre regioni falliscono ancora prima di quelle del lombardo – veneto; la classe impiegatizia statale e degli enti locali, e d’ogni settore, conta ancora sui soldi che girano fra le imprese del nord, per continuare una vita di privilegi e di spreco del denaro. L’ impresa, è una categoria che non ha mai avuto dei parlamentari che difende i suoi interessi, al contrario, sono ancora una fonte di denaro per i governi tassatori, e spesso gli portano via anche i soldi per pagare gli operai e i fornitori.

  5. marco preioni says:

    La protesta delle Piccole e Medie Imprese che mobiliterà 40mila piccoli imprenditori, soprattutto del settore dell’ edilizia e del suo indotto, non suscita meraviglia ma è la riprova che prima o poi “i nodi vengono al pettine” ed è la conseguenza di scelte politiche risalenti agli anni cinquanta e mai riviste in previsione dell’ evoluzione demografica e sociale, di una società non più pressata dalla ricostruzione postbellica e sollevata dal diffuso lavoro manuale grazie alle nuove tecnologie produttive.
    La mancanza di visione del nesso di causalità tra scelte politico amministrative e conseguenze sociali degli ultimi tre decenni, sono quindi la causa della crisi attuale degli stessi settori che più hanno influito sul modello di sviluppo adottato dalla politica per compiacere le richieste dell’ elettorato.
    Col dovuto rispetto alle MPI, ma usando un detto comune, si può sostenere che l’ esibizione di protesta delle M.P.I. contro il mondo politico “e’ il cane che si morde la coda”, perché la crisi è la conseguenza della collusione tra pubbliche amministrazioni locali e piccole imprese.
    E’ evidente a chi voglia vedere che dietro le cordate di scalata alla amministrazione comunale, soprattutto nei piccoli comuni c’ è sempre “il geometra” e “l’ impresario” che mettono le mani sul piano regolatore e sulle forniture ai municipi ed animano le piccole imprese edilizie locali.
    Questo sistema, diffuso capillarmente negli 8000 comuni repubblicani, ha portato all’ espansione urbanistica, eccessiva fino a diventare demenziale, che ha riempito di cemento il territorio ed ha ingolfato l’ economia con la saturazione del mercato immobiliare.
    Nel contempo, le famiglie hanno immobilizzato i risparmi nel mattone ed hanno scolarizzato i loro figli fino a pretendere le lauree triennali pur di poter dire che il loro ragazzo/ragazza era diventato DOTTORE !
    Si è creata così una forbice sempre più divaricata tra investimento pubblico e privato nell’ edilizia, che occupa ormai manodopera straniera, ed occupazione deficitaria dei figli-dottori che cercano impiego precario nelle occupazioni effimere ed altrettanto artificiali dei servizi inutili, alimentati da altra spesa pubblica compiacente verso strati sociali pseudo acculturati ma laureatamente improduttivi.
    Bisogna prendere coscienza di questo fenomeno. Capire l’ errore fatto. Porre correttivi che tengano conto che ai 3milioni di figli laureati in scienze della comunicazione e del turismo non si può dare in mano malta e cazzuola e che quindi la spesa pubblica e quella privata devono convergere verso occupazioni inventate per giustificare distribuzione del reddito a sostegno dei figli inutilmente laureati.
    Lo so che non è una bella cosa, ma l’ alternativa è l’ emigrazione in massa dei giovani disposti a fare il lavapiatti-laureato in Germania o Gran Bretagna.
    Tanto, le case, “a casa”, ci sono già. E con buona pace del geometra di paese che un giorno è berlusconiano e quello dopo renziano; e del muratore albanese che andrà a gettare cemento negli Emirati.
    Ma qualche tetto da riparare e qualche caldaia da sostituire sempre ci sarà nella Padania felix.
    Marco Preioni

  6. Albert Nextein says:

    Un branco di coglioni.

    • Berg says:

      …che alla prima occasione utile tornerà in massa a votare per quello che prometterà “il nuovo miracolo italiano” prossimo venturo.
      Amen

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