Le piacevoli illusioni di chi vorrebbe l’inflazione

di MATTEO CORSINI

“L’inflazione viene dipinta come il male assoluto, ma non è affatto così. Negli anni ’80 l‘inflazione viaggiava a due cifre, ma il clima economico era nettamente migliore. Oggi invece abbiamo il deflazionato disoccupato”. Claudio Borghi, autore di questa perla, è tra coloro che ritengono il ritorno alla lira come la soluzione ai problemi attuali dell’Italia, o quanto meno parte della soluzione.

Considerando che un ritorno alla lira non avverrebbe senza poi stamparne in quantità industriali (si può anche credere il contrario, a patto che si sia disposti a credere anche a Babbo Natale), l’aumento dell’inflazione sarebbe una conseguenza quasi inevitabile dell’uscita dall’euro. A chi gli pone la questione, Borghi replica che l’inflazione sarebbe meglio rispetto alla situazione attuale. Nel farlo cita gli anni ’80, quando “l’inflazione viaggiava a due cifre, ma il clima economico era nettamente migliore”. Personalmente non prenderei come punto di riferimento gli anni ’80 per difendere una posizione in faccende economiche, dato che le conseguenze di quel “clima migliore” le stiamo pagando oggi e chissà per quanti anni continueremo a pagarle. Durante gli anni ’80 c’è stata un’accelerazione del debito pubblico tale da portare il rapporto tra debito e Pil dal 57 al 93 per cento. C’era l’illusione che le cose andassero alla grande, ma i nodi sono venuti al pettine già nel 1992 (nel frattempo il rapporto debito/Pil era salito al 105 per cento).

Ognuno può avere il proprio punto di vista ed essere affezionato agli anni ’80 per tanti motivi, ma economicamente e monetariamente quel periodo mi sembra indifendibile. Lo sarebbe stato con il buon senso allora, e lo è a maggior ragione con il senno di poi. Solitamente i fautori del ritorno alla lira ribattono che l’errore fu il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia nel 1981.

La banca centrale non era più tenuta a monetizzare il debito pubblico e questo comportò un aumento dei tassi di interesse. Lo stesso avvenne con la progressiva eliminazione del vincolo di portafoglio alle banche, culminata con la sua abolizione nel 1986. Il problema dovrebbe essere chiaro: già quella che viene definita indipendenza della banca centrale è indipendenza per modo di dire; se la si sottopone anche formalmente al controllo da parte del governo, l’emissione di moneta diventa la soluzione a ogni necessità di spesa pubblica. E si sa che in Italia non esiste parte politica che abbia fatto della spesa un utilizzo morigerato, al di là dei (falsi) buoni propositi. Anzi, ogni volta che qualcosa non va si invoca l’aumento della spesa, mascherato nella formula “servono più risorse”. Ma creare le risorse monetarie dal nulla non equivale a creare ricchezza, bensì a redistribuire quella esistente. L’illusione, però, che denaro fiat e ricchezza coincidano è piuttosto diffusa.

Per questo l’aver tolto la moneta alla disciplina di mercato non è considerato uno dei peggiori atti di aggressione degli Stati nei confronti degli individui. Eppure io non riesco a definirlo diversamente. E non riesco neppure a capire come sia possibile, considerando anche solo l’ultimo secolo di storia monetaria, non rendersene conto. Se non pensando che a qualcuno piaccia auto illudersi.

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25 Comments

  1. lombardi-cerri says:

    E’ divertentissimo seguire questo dibattito.
    Quando stavamo per entrare nell’euro sentivo gli stessi toni tecnico- entusiastici di coloro che volevano entrare perchè vedevano il Paradiso alla porta.
    E a me , contrario, davano dell’euroscemo.
    Ora che sostengo che , prima di uscire dall’euro ,dovremmo aggiustare , almeno un po i nostri conti pubblici e , sopratutto, l’organizzazione di questo stato di m…..a, mi danno del vetero-finanziere.
    Vorrei solo che si potesse far firmare , ai sostenitori dell’uscita, una carta in base alla quale per ogni punto di inflazione in aumento si potesse portargli via la stessa quantità dei loro guadagni (extrainflattiva).

  2. tra attività bancaria commerciale e d’investimento ( investment banking ), legittimando la nascita di grandi conglomerati finanziari ( Merrill Lynch , Bear Sterns , Lehman Brothers , Goldman Sachs e Morgan Stanley ) e favorendo negli anni successivi la deregolamentazione del trading dei derivati e dei Credit default swap (CDS) (in particolare attraverso il Commodity futures modernization act), e il ricorso alla cartolarizzazione dei titoli obbligazionari .

  3. Matteo Corsini says:

    @Ivano S
    Ahimè ho letto Stiglitz, Krugman e perfino Bagnai.
    Ciò detto, la crescita dei prezzi al consumo non è inflazione, ma una conseguenza dell’inflazione.
    Sarebbe bene che chi per economia intende quella degli autori sopra citati leggesse anche altri autori, per esempio Mises.
    Dopodiché uno può anche rimpiangere gli anni 80, ma ripristinare la situazione di quel periodo non risolverebbe i problemi dell’Italia, ancorché inizialmente l’impressione potrebbe essere quella. Poi tornerebbe un 1992 o un 2011…

    • Deheb says:

      L’autore in persona.
      Le giro il mio commento fatto su rischiocalcolato. Ce ne sono altri così dello stesso tenore.

      Bah, articolo un po’ così….come tanti in giro.
      Per confutare Borghi si tira in ballo anche Babbo Natale, ma numeri a supporto pochi, tranne quelli sul debito pubblico, immancabili.

      Comunque mi sembra un’analisi monca. Si parla della situazione italiana senza contestualizzarla nel periodo economico internazionale, come se il paese fosse un’entità a sé stante.
      L’inflazione era a “due cifre” negli anni 80…certo. Ma forse si dimentica di dire che nel 73 e nel 79 ci furono due crisi del petrolio. Non la “stampa” a manetta. Nell’80 era intorno al 20% ma già nel 86 era al 6% circa. E l’alta inflazione ha tagliato, in termini reali, il peso del debito.
      La dinamica inflativa era così per tutte le economie, non solo per l’Italia. E anche la dinamica dei tassi di interesse e del debito pubblico è “identica”, chi più chi meno. Si potrebbe discutere di come e cosa sia stato fatto in Italia, nel bene e nel male, ma le cose andrebbero viste nell’insieme.
      L’autore è convinto che l’aumento dell’inflazione sarebbe inevitabile in caso di uscita dall’euro. Potrebbe ma dovrebbe anche quantificare. Il pass-through per le economie avanzate è calcolato intorno a 1:15, 1:20. Con un’inflazione attuale a quanto potrebbe andare a seguito di una svalutazione, poniamo, del 40%? A esagerare 3-4%. Senza considerare la disoccupazione che abbiamo: quella dichiarata al 12% e quella giovanile al 40%.

      Il controllo monetario è uno dei cardini di uno stato, forse l’essenza stessa di uno stato. E lo stato sono in sostanza i cittadini. Se lo stato svolge male (con dei distinguo) questa attività, io non chiederei l’abbandono dell’attività stessa ma che venga svolta correttamente.

      • Matteo C. says:

        Mi sembrano copia e incolla da articoli o libri di Alberto Bagnai. Per carità: ognuno è libero di pensarla come vuole, ma l’idea che sia possibile quantificare oggi con dei numeri l’esatta entità di una svallutazione mi pare una pretesa vana. Credo sia più utile ragionare sulle conseguenze più probabili di un evento, e quelle mi pare non siano contestate più di tanto dai sovranisti monetari. Anzi, una svalutazione loro la ritengono una parte (importante) della soluzione.
        Ciò detto, su una cosa sono d’accordo: il controllo monetario è uno dei cardini dello Stato. Per questo io credo che la cosa non sia auspicabile. Perché, contrariamente a quanto scritto dal commentatore, lo Stato non sono “in sostanza i cittadini”. Lo Stato sono solo una parte di persone che vivono alle spalle degli altri e pretendono di imporre agli altri obblighi e divieti. Io non sono lo Stato. Lo Stato sono altri.

        • Deheb says:

          Grazie della risposta.
          Non ho letto solo Bagnai e non lo leggo da parecchio e il suo libro non l’ho letto. A parte ciò, non è mia intenzione quantificare l’esatto ammontare di svalutazione e inflazione, quanto, come giustamente dice, ragionare sulle conseguenze di determinate decisioni.
          Siccome il titolo parla di piacevoli illusioni inerenti l’inflazione, ho solo fatto presente una possibilità fra le tante. L’avrà anche detto Bagnai ma qui è in discussione una metodologia di calcolo o il Bagnai-pensiero?
          C’è qualcosa di errato?
          Inoltre si fa presente nell’articolo che “aumento dell’inflazione sarebbe una conseguenza quasi inevitabile dell’uscita dall’euro”.

          Implicitamente si dice che un’uscita dall’euro porterà svalutazione QUINDI inflazione. E questa non sarà COME SI ILLUDONO ALCUNI ma…..
          se queste supposizioni si uniscono alla propaganda terroristica che da circa 3 anni viene propinata (Weimar, Zimbawe….) se ne dovrebbe ricavare che l’uscita non è una buona cosa per noi (eufemismo). Se vogliamo ragionare si può fare, nessun problema. Ma inflazione al 3% e prospettive di crescita (non finte come adesso) sarebbero così dannose per la gente? E siamo così sicuri che ci sarà inflazione? Il precedente storico non manca: settembre 1992, svalutazione del 30% circa, uscita dallo SME e inflazione in calo. Strano ma vero.
          La svalutazione non rappresenterebbe LA SOLUZIONE, ma una perte della risoluzione di un problema che riguarda anche il valore della moneta. Con conseguenze a cascata su export/import.
          E tutto ciò indipendentemente dalla visione ideologica personale, sia essa monetarista, keynesiana, marxista o neo-qualsiasi cosa.

          Questo non lo dice Bagnai né Deheb ma la Banca d’Italia (estratto):
          “Fra il 1991 e il 1995 la lira perde quasi un terzo del suo valore esterno, cioè della sua quotazione media sui mercati dei cambi. Nello stesso periodo, il valore interno della lira, cioè il potere d’acquisto dei consumatori italiani, si riduce solo di un sesto. È, questo, un evento inusuale. In occasione dell’altro ciclo di acuta svalutazione del cambio della nostra moneta, dal 1972 al 1976, la relazione fra le due variazioni fu opposta: a una perdita di valore esterno di poco più di un terzo corrispose una perdita di valore interno molto maggiore, quasi pari alla metà.
          Che cosa ha impedito, all’indomani della crisi valutaria del 1992, la trasmissione amplificata degli impulsi di svalutazione del cambio ai prezzi interni? Tre elementi: una profonda recessione della domanda interna, «da sfiducia»; il favore dei prezzi internazionali; la moderazione salariale, in particolare il tempestivo disinnesco delle indicizzazioni. ”

          Questa non è una illusione, sono fatti.

          Sul ruolo dello stato non insisto. Opinioni rispettabili, condivisibili o meno.

  4. luca says:

    Sono d’accordo che la Svizzera ha parametri nettamente migliori dell’italia. Ma il fatto di avere una moneta forte per un’economia come quella italiana fortemente orientata alle esportazioni di certo non aiuta.

    • Leonardo says:

      E’ la stessa moneta della Germania, che non è terzo mondo come l’Italia. E’ la stessa moneta che ha garantito per 10 anni tassi di interessi bassi per affrettarsi a pagare il debito, invece, è aumentata. L’Italia è un paese di merda, tutto qua.

      • Deheb says:

        L’euro è comune a tutti, l’economia no. L’euro è un marco svalutato. Con tutte le conseguenze del caso. Viceversa per il nostro caso. Ma siccome gli squilibri economici e finanziari non si possono compensare anche col cambio, lo si fa internamente (austerità). Per noi sempre peggio, per loro sempre meglio. Finchè dura.
        Il DEBITO/PIL è sceso: nel 1995 era al 121%, nel 2008 103%.

      • luca says:

        In tutto il mondo in quel periodo i tassi di interesse si stavano abbassando. Non solo nell’ Eurozona.
        E’ un dato di fatto che l’euro in quanto moneta forte ha avvantaggiato la Germania (cambio sottovalutato rispetto al marco) e penalizzato le economie più deboli.
        Poi sul fatto che in Italia non si siano fatte le riforme liberali, sono perfettamente d’accordo con te. Bisognava ridurre spesa, tasse e debito in maniera drastica e non lo si è fatto e non lo si sta facendo neanche ora.

        PS: Io dico che lo Stato italiano fa schifo non l’Italia in generale e men che meno gli italiani

    • marco preioni says:

      … Però poi il petrolio come lo paghi ?
      Marco Preioni

  5. luca says:

    Interessante vedere come un sostenitore del regime aureo (oppure del free banking), in perfetto stile rothbard, sia favorevole alle manipolazioni condotte dalla banca centrale svizzera. E comunque nn mi ha ancora risposto alla domanda del post precedente.

    • Leonardo says:

      Io non sono favorevole alla manipolazione, le ho solo detto che il Franco non si svaluta, realmente si supervaluta, perchè la vizzera è un paese che all’interno di un sistema economico in cui la moneta è dello Stato ha parametri migliori di fognaItalia e di altri paesi europei, Piigs in testa.

      • Deheb says:

        Il franco svizzero si stava apprezzando troppo, questo avrebbe creato grossi guai alle esportazioni svizzere. Si è apprezzato perché tutti hanno cominciato a comprare franchi come “bene” rifugio e come valuta di riserva nel caso l’eurozona si fosse disgregata. Infatti dal 2012 la banca centrale svizzera interviene attivamente per tenere il cambio ad un livello non inferiore a EUR/CHF 1,20. Non è manipolazione, è normale politica monetaria.

  6. luca says:

    Scusa Leonardo, ma mi risulta che anche la svizzera abbia la sovranità sulla sua moneta. E che stia svalutando (anche se nn a livelli argentini o venezuelani).
    Il punto, a mio avviso, è un altro:
    È giusto che uno Stato con una economia debole debba avere una moneta forte o sarebbe meglio avere una moneta corrispondente al proprio livello di sviluppo ( e nel caso italiano quindi una moneta+debole dell’euro)?

    • Leonardo says:

      Ti risulta male, la Svizzera non svaluta affatto. Manipola il franco per evitare che si sopravvaluti troppo rispetto all’euro.

  7. Ivano S. says:

    Esattamente dove ha studiato economia l’autore di questo assurdo articolo?

    Di sicuro ha studiato MALE anche scienze della comunicazione, dato che ha estrapolato una frase, decontestualizzandola da quello che Borghi ha affermato, cioé che un’uscita dalla moneta europea causerebbe un’inflazione accettabile e non distruttiva, ai livelli degli anni 80.

    Detto ciò, la teoria economica, non quella di paese, ci insegna che non c’è nessun legame meccanico tra svalutazione ed inflazione. Non è detto che uscendo dall’euro e svalutando (in uno scenario peggiore possibile) del 30%, si avrebbe automaticamente il 30% di inflazione. Questo l’economia ci insegna che non è vero e tutti gli scenari economici (gli studi sia inglesi che Francesi… leggasi Sapir) ci dicono che svaluteremmo tra il 15 e il 20%, avremmo un’inflazione tra l’8 e il 15% e entro 5 anni riusciremmo a riportare il debito pubblico a livelli incredibili. Non sto qui a dire le cifre previste… così magari faticate quel minimo per avere fonti autorevoli, e non di paese.

    Detto ciò… continuare a parlare di crisi associandola al debito pubblico è passato di moda da qualche anno. E’ ormai assodato e largamente diffuso (Stigliz, Krugman) che le crisi sovrane sono crisi da debito privato. Esistono tanti grafici carini online… basterebbe avere fonti autorevoli. E non di Paese.

    • Leonardo says:

      Senta mi risponda ad una domanda: come mai l’Argentina, che ha sovranità monetaria e stampa a josa sta nuovamente fallendo mentre la Svizzera no? Secondo le demenziali teorie dello stampaggio di denaro dovbrebbe essere il contrario. Dove ha studiato lei, che come ogni commentatore pavido non si firma con nome e cognome.

      • Marco Mercanzin says:

        Se posso, la illumino io, Facco : sia argentina che svizzera stampano a iosa, l’uno per cercare di tirarsi fuori da una deflazione causata dall aggancio rigido al dollaro degli anni90, l’altro per tenere basso il valore di cambio del franco ( cioè svalutazione tramite emissione, cosa tanto deprecata dagli euristi come lei). E questo paragone, sbagliato per via della differenza fra i due paesi, sia culturale che storico/economico ( la svizzera ha secoli di storia autonoma, l’Argentina parte da colonia spagnola e passa per varie dittature) , comunque rende chiaro che l’emissione monetaria non è direttamente collegata all’inflazione. In argentina e’ apprezzabile( anche se comprensibile visti i tassi di crescita ) in svizzera si dannano per tenere il cambio a 1,20, emettendo ogni anno vagonate di franchi.
        Borghi, nel contesto del suo discorso ( e non come arbitrariamente estrapolato da Corsini ) ha solo detto che negli anni 80, a fianco dell’inflazione, c’era una pari crescita degli stipendi, che annullava la perdita del potere d’acquisto. A sostegno di ciò, in quegli anni e fino al 95/96 l’Italia era il 1mo paese al mondo, PRIMO , per risparmio delle famiglie.

        P.S. : guardi che la Svizzera stampa molto eh,ma molto molto…… Sbagliato esempio.

        Con immutata stima, Marco.

        • Leonardo says:

          Mercanzin, non go tempo da perdere con te, Te l’ho già detto in passato. In realtà, non ho tempo da perdere coi lobotomizzati del signoraggismo e dell’MMT.

      • Deheb says:

        Argentina e Svizzera non sono paragonabili.
        L’Argentina ha grossi problemi nonostante la sovranità monetaria, perché i debiti li ha in valuta estera: deve pagarli in dollari. Come anche i warrants collegati alle performance dell’economia, sempre dollari. E il cambio USD/ARS è sempre più sfavorevole al peso. Al cambio NDF anche peggio.

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