Le origini del Sultanato di Francia

Foto LaPresse/Gian Mattia D'Alberto 14-07-2016, Nizza (Francia) cronaca Strage sulla Promenade des Anglais a Nizza nella foto: camion sulla folla aNizza - le vittime e i soccorsi Photo LaPresse/ Gian Mattia D'Alberto 14-07-2016, Nice - France newsMassacre on Promenade des Anglais in Nice - France In the picture: Kanako Watanabe JPN

di ROMANO BRACALINI – Chirac ”naso lungo”, sull’esempio di Charles De Gaulle, campione di retorica, nei momenti di solennità storica, parlava alla televisione e cosa diceva dopo la sollevazione dei “métèque” delle
banlieues? Il francese medio, annichilito e umiliato da un flusso immigratorio incomprensibile, irrefrenabile, caotico, si  aspettava una rassicurazione, una dichiarazione di dignità formale e d’orgoglio ritrovato, un’implicita ammissione di colpa per aver edificato, nel sogno residuale di una “grandeur” da rigattiere, una società irriconoscibile, frammentata, “multietnica”. Invece nulla.

Nulla che sembrasse un riconoscimento del fallimentare “modello francese” che ha “rappattumato” in questi ultimi anni 10 milioni di ex sudditi coloniali, coltivando nelle banlieue i germi di una nuova “rivoluzione”. Nulla che sconfessasse quell’idea “imperiale” di dominio extraeuropeo che ha sempre vellicato le ambizioni francesi da oltre due secoli, da Napoleone alla Quinta Repubblica. Aveva invece promesso, nello sconcerto generale, nuove “leggi antidiscriminazione”, riconoscendo implicitamente il diritto alla violenza dei rivoltosi, neri e maghrebini, “tutti egualmente figli e figlie della Repubblica…”.

Quello che può apparire un avanzo di retorica e scarso senso della realtà, è invece la conseguenza dell’obbligo scolastico che ha inculcato nella mentalità francese il mito giacobino dell’eguaglianza fittizia e l’ardore giovanilista – “les enfants de la patrie”, diventato dottrina nelle moderne dittature fasciste e
comuniste del Novecento. La retorica francese dello Stato, L’Etat c’est moi del re Sole, e quello nato dalla
“Grand Revolution” del 1789, ha sempre avuto un che di marmoreo, di esagerato, di insopportabile sapore di vecchio. Un artificio della propaganda.

La Francia s’è sempre vantata come patria dei lumi e della democrazia. In realtà ha coltivato nei suoi più segreti impulsi la pratica di un autoritarismo burocratico, stantio, che s’è più volte rivelato nei momenti più oscuri della sua storia, cioè quasi sempre; impulsi che riemergono spontanei e vitali sotto la parvenza della tolleranza e dell’intelligenza.

In Francia sussistono due tabù che restano tali e che la stampa ideologica non si sogna di infrangere. Vietato parlare della Seconda guerra mondiale e della parentesi vergognosa di Vichy in cui il volto antisemita della Francia collaborazionista si rivelò nella sua forma più repellente e vile. L’altro tabù è l’immigrazione dalle vecchie colonie, il prezzo che la Francia paga alle sue ambizioni residue di “grande potenza” mondiale.

 

Il patto d’onore sottoscritto dallo Stato francese all’indomani della decolonizzazione, volto ad accogliere in massa e dare ospitalità ai sudditi delle colonie francesi, asiatiche e del Pacifico, rispondeva anzitutto al disegno d’ambizione di mantenere un primato e una leadership politica e culturale nelle ex colonie.
Nonostante la perdita di ruolo politico e d’influenza dell’Europa, la Francia avrebbe potuto rivaleggiare con gli Stati Uniti nel disegno di una diversa e opposta strategia internazionale. L’antiamericanismo
e l’antisemitismo di Parigi si commisura col suo filoarabismo dichiarato e l’apertura al Terzo Mondo.

La mutazione genetica del tessuto sociale francese è avvenuta di pari passo con l’ingresso in Francia della
più grande comunità islamica e africana in Europa. Lo spettacolo offerto dalle città francesi è ormai identico a Parigi, Marsiglia, Lione e in tutte le città della provincia. Esci dalla Gare de Nord a Parigi e vedi una città africana. Un angolo di Dakar non potrebbe essere diverso. Dove un tempo sorgeva la Bastiglia c’è una piazza che reca le scritte marmoree delle celebrazioni ufficiali d’ogni epoca, e subito nelle strade adiacenti accampamenti d’immigrati d’ogni colore. Nessuno parla francese. Nessuno crede di averne bisogno. Osservano i “flic” con occhio ironico. Bazar di stoffe colorate, collane, ciondoli, gli amuleti della tribù, odori forti, gruppi di ragazze nere che ridono e gridano forte. Se le guardi ti rimandono uno sguardo duro, insistente, di sfida.

Non hanno paura. Hanno riprodotto la vita del villaggio nel loro esclusivo “ arrondissement”.
Il malessere della Francia, è implicito nella logica dello Stato francese, verticistico, centra-lista, napoleonico, cristallizzato in un vecchiume insanguinato di leggi feroci e motti intimidatori, con vocazione paternalistica al dominio planetario. E siccome l’Africa ha cacciato la Francia, la Francia ha chiamato l’Africa dentro di sé. Stanno lì come al villaggio. Non c’è né pena, né senso di estraneità. Sono
tutti fra loro. E i frutti si vedono. La criminalità è aumentata a dismisura, più che in ogni altro Paese europeo, e l’incremento è da porsi in relazione con l’immigrazione incontrollata per volontà esplicita del potere centrale.

I prefetti hanno l’ordine di non calcare la mano; la Polizia esprime spesso lamentele, il regolamento
blando impedisce ai poliziotti di intervenire energicamente ma non di prendersi qualche randellata o farsi sparare addosso.
La poligamia è un reato per la legge francese. Di fatto è tollerata. Gli immigrati islamici con passaporto francese hanno tre o quattro mogli e 25 figli. Di questo passo la Francia diventerà presto un sultanato. La popolazione di origine musulmana cresce a vista d’occhio. Se un maghrebino viene arrestato per un reato qualunque si può star certi che la giustizia francese sarà comprensibile e blanda. La durata della detenzione non arriva mai alla fine della pena comminata.

I conflitti razziali negli Stati Uniti scoppiarono perché i neri rivendicavano parità di diritti e l’integrazione nella società americana alla quale aspiravano da cittadini uguali. L’immigrazione africana in Francia ha lo scopo opposto e ha trovato un alleato formidabile nello Stato che dovrebbe assimilarla e di fatto la
incoraggia a ribellarsi.

Certo, non è la Francia a dare il buon esempio. Siamo condannati al “meticciato” per un bieco disegno di fedeltà ai vecchi principi imperiali, tramontati nella vergogna e nel ridicolo, e per una resa senza condizioni a
quello che si sta trasformando in subdolo e acerrimo “nemico”.

L’autoritarismo francese si manifesta nella censura “stalinista” d’ogni voce contraria, d’ogni obiezione alla penetrazione musulmana. Brigitte Bardot venne rinviata a giudizio per aver denunciato la pratica barbare dello sgozzamnento dei montoni nella pubblica via. Una storica di fama internazionale, accademica di Francia, raccontava alla televisione russa che gli immigrati in Francia vivevano come nei villaggi dell’Africa e accusava il governo di “disarmare” la Polizia.

In Francia la sua denuncia non sarebbe stata pubblicata né dalla stampa né dalla Televisione pubblica e privata. La Francia è il paradigma dell’Europa che ci aspetta; e non c’è calcolo o ragionamento razionale che valga a scongiurare l’epilogo che attraverso le lenti francese ci appare ormai scontato, come un suicidio collettivo.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Borbonia Felix says:

    I francesi senzapalle al posto di fare le vignette contro i terremotati del centro italia, potevano sparare agli islamici e farsi rispettare…ma siccome sono delle finocchiette,allora si fanno dominare !

  2. luigi bandiera says:

    E i nostri komunisti a gridare al lupo al lupo in riferimento a Le Pen ed ai suoi alleati…
    Domanda piuttosto retorica: ndo kax sono finiti i KOMUNISTI..?
    Non e’ che sono come le femministe..?
    Cioe’: INVISIBILI ma sempre piu’ PRESENTI..??

    Mah, chi vivra’ VEDRA’..!

Leave a Comment