Le imprese che delocalizzano? E’ lo Stato che le incentiva…

di GIANMARCO LUCCHI

Le imprese italiane che delocalizzano all’estero? Solo delle approfittatrici che portano fuori il know-how  per guadagnare di più e se ne sbattono di tutto il resto. Questo più o meno è il giudizio liquidatorio che molti danno del fenomeno, soprattutto se sono sostenitori del sistema centralistico romano. In realtà è proprio e nessun altro che lo Stato italico a incentivare tale fuga. Sì, avete capito bene. E, manco a dirlo, è colpa dell’assurdo fisco tricolore.

Basta leggere cosa scrive il prof. Dario Fruscio, ex senatore leghista che da qualche tempo ha lasciato definitivamente il Carroccio, sul sito “Coltiviamo il futuro” (www.italiaspa.org), edito dalla Fondazione messa in piedi dall’ex presidente della Coldiretti Sergio Marini:

“… un’impresa con sede in Italia e produzione all’estero dei propri beni è soggetta ad una pressione fiscale pari al 30% del suo reddito imponibile; altra analoga impresa nazionale con propria produzione in loco sconta un carico fiscale pari a circa l’80% del suo reddito imponibile. Fattore di forte propulsione di tale fenomeno è sicuramente da scorgere nell’area della complessa articolazione del sistema fiscale italiano. Nell’Irap, molto preponderatamente. Così stante le cose, parlare di fuga delle aziende industriali dall’Italia pare limitativo e tutt’altro che veritiero.

Più esaustivamente e più credibilmente varrebbe considerare che il fenomeno di cui trattasi, è sì di fuga, ma di una fuga indotta e alimentata da un’altra più grave e terrificante fuga: quella della politica di rimuovere il fattore incentivante delle delocalizzazioni produttive. Vale a dire, di togliere di mezzo l’Irap recuperando integralmente il relativo venir meno del gettito fiscale mediante opportuni e semplici arbitraggi sull’IRES…”.

In sostanza l’autore, con linguaggio diplomatico e professorale che gli appartiene, dice: la fuga delle aziende è incentivata dallo Stato che, grazie soprattutto all’Irap, arriva a tassare l’imponibile fin quasi all’80%, mentre per le imprese che mantengono la sede legale e il domicilio fiscale in Italia, questa tassazione scende intorno al 30%. Quindi ogni discorso sul rilancio dell’economia sono pure balle se non si toglie di mezzo l’odiata Irap, che tassa i mezzi di produzione, cioè quindi agisce a priori di qualsiasi risultato economico ottenga l’azienda. Mentre la logica sarebbe che la tassazione si spostasse sull’imponibile. Ma siamo in Italia… e allora meglio e più facile rapinare le aziende con l’Irap. E farle crepare…

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One Comment

  1. Vero Ticinese says:

    Quello stato allo sbando che risponde al nome di Fallitaglia non solo incentiva le aziende ad andare all’estero, ma al nord lo fa pure con i lavoratori. Infatti i frontalieri sono sfacciatamente privilegiati da Fallitaglia rispetto ai loro connazionali che lavorano in patria per quel che riguarda il prelievo fiscale. Una situazione che grida vendetta e che nessuno Stato potrebbe accettare (nessuno tranne uno, evidentemente); una disparità di trattamento scanda­losa tra italioti che avviene col bene­stare del governo di Fallitaglia.
    Il governo ita­liano rinuncia ad incassare centinaia di milioni di imposte, di cui avrebbe bisogno come del pane, entrate che riceverebbe se i frontalieri venissero tassati come gli Italiani che lavorano in patria, come sarebbe giusto che accadesse. Invece si accontenta di miseri 50 milioni all’anno rigirati dal Ticino: motivo?

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