Le dimissioni nordiste

di GIULIO ARRIGHINI E ROBERTO BERNARDELLI*

Francamente quando ci hanno riferito che il segretario della Lega si sarebbe dimesso a Natale, non c’ho trovato nulla di strano. La Lega, d’altra parte, si era già dimessa da se stessa un bel po’ di tempo fa.

Anzi, a dirla tutta, Maroni aveva detto: se sarò governatore, non sarò più segretario. Poi, le cose sono andate diversamente, un consiglio federale gli ha detto di restare e lui per senso del dovere e dell’innato sacrificio, ha tenuto duro. Infatti ha conservato l’alleanza con Berlusconi, ha stretto accordi con il nuovo corso di Cl in Regione, ha fatto nominare chi doveva essere nominato, in nome dell’alternanza e della trasparenza, ha delegato chi di dovere per rinnovare gli spazi della comunicazione… Ha fatto fare un passo indietro agli inquisiti, ha dato il via al progetto del tricolore di Flavio Tosi, perché il centrodestra trovi più consenso anche in Sicilia come al Nord. Insomma, ha fatto il segretario del commissariamento liquidatore del Nord, diventato da tempo punto cardinale che, da qualunque parte tu lo legga, lo veda, lo interpreti, è a Nord di qualcosa. Come Benevento è a Nord di Crotone.

La purezza della Lega viene però conservata integra e intatta. Con Grillo non si allea, il Carroccio. Difende la Bossi-Fini, che i prefetti nominati, e non, dal Viminale fanno rispettare alla lettera, attacca il ministro Kyenge che fa sempre cassetta, dopo aver avuto ministri la cui attendibilità è al di sopra doi ogni sospetto… Su scuola e cultura ha delegato in Lombardia agli insegnanti di educazione fisica programmi e gestione del territorio, unendo e sommando incarichi, poltrone nella stessa medesima persona perché prima viene il Nord di qualcuno e poi quello di qualcun altro.

Continua infine a insistere e persistere nella Lega un saggio del Quirinale, per le riforme. Quelle di cui sopra. Le dimissioni, quindi, sono un atto dovuto. Alla regia di quanto si è visto e letto, qualcuno insinua vi sia proprio l’eminenza grigia del Carroccio, pronto alla successione morbida. Piace alla base che ne capisce poco di politica, piace all’ex capo, perché nessuno gli romperà più le scatole su autisti, assegni mensili e figliolanze. Il cerchio, tirato col compasso di rito scozzese, si chiude così, mentre si avvicina la nascita del centrone democristiano e mentre il Nord fa finta di esistere nelle feste di fine estate. Sono riusciti a costruire una riserva indiana, proprio loro che non volevano finire così, indigeni trattati da immigrati in una terra straconquistata grazie alle porte aperte dai furboni padani.

*Segretario e presidente Indipendenza Lombarda

 

 

 

 

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2 Comments

  1. L'incensurato says:

    Con la grazia di Kabobo. Ma Bernardelli ha detto la verità..

  2. ingenuo39 says:

    Scusate, Tosi si chiama Flavio e non Fabio, per la precisione.

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