Le convention dei fighetti senza tempo

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di RICCARDO POZZI – L’ingresso è quasi sempre un po’ nascosto e l’incontro pubblico non è, in realtà, proprio pubblico pubblico. Sarebbe meglio che ci andassero solo gli amici e i loro amici. Sono convention solo apparentemente marginali, potrebbero parlare del ruolo della gastronomia nell’oltretomba oppure del ruolo dell’oltretomba nella gastronomia (cit. mor.), ma la cosa non ha la minima importanza. Sono solo occasioni. Gli avventori sono tutti personaggi particolari, non c’è una sola persona ordinaria, hanno tutti “mise” eccentriche e originali perché devono mostrare con l’abbigliamento la personalità che non possono ostentare con gli argomenti.
Ruolo fondamentale in questa strategia la gioca il cappello. Grande, sottile, a falde larghe, alle 23, all’una e un quarto, piccolo e desueto, dagli irriverenti colori accesi o smorto come un cavedano bollito, non importa. Il cappello è ambasciatore di ciò che magari non siamo ma vorremmo essere.

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E in queste kermesse pubbliche il cappello è già metà della presentazione. Poi c’è il modaiolismo consueto, certo, ma lì si giocano sempre le stesse carte. C’è quello senza calze, con le calze corte, le braghe modello “acqua in casa”, a zampa di elefante, senza la zampa, anche senza elefante.
Non importa, il look deve trasmettere sensazioni speciali, generalmente associate a cultura e carattere. Poi c’è tutto il mondo femminile, già abile di suo nell’arte del trucco, che in queste occasioni trionfa per scaltrezza e talento mistificatorio.
Infinite sono le combinazioni: si può esordire con un atteggiamento minimal, come per dire “..si sono bella ma io neanche me lo ricordavo e comunque ho un cervello che levati…” , oppure puntare su una trasandatezza controllata che va neccessariamente corredata da specifici accessori di gran costo, per non scivolare nello sciatto… Oddio, resiste sempre il “tipo” ultratrend attempato, che trasmette una specie di “si ho i miei anni ma sono sempre una gran gnocca”, ma è ultimamente sovrastato dal fototipo intellettual-sostenibile , vegano naturalmente, look giornalista de sinistra che, comunque, “nonsaichisonoioechiconosco”. Insomma l’importante è galleggiare su una originalità apparente, l’eccentricità e il tocco insolito sono funzionali a questo. Un fondamentale succedaneo alla personalità, spesso poco interessante, come poco interessanti risultano gli argomenti.

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Esci dal locale con la netta sensazione di aver buttato il tempo e gratificato la penosa vanità dei partecipanti osservando i loro acconciati atteggiamenti finti, una gran voglia di tornare la prossima volta in tuta da ginnastica, se non fosse per la sensazione di apparire come un altro che ostenta eccentricità, e comunque la precisa sensazione che l’agricoltura reclami, con un diritto che grida vendetta, l’esproprio di braccia fondamentali.

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