Le botteghe che aprono e che chiudono. E con loro muore un pezzo di città

lavoriQuali sono le ragioni della “moria”  delle pmi, 116mila chiusure dal 2009 ad oggi?

“La caduta dei consumi delle famiglie e la loro lenta ripresa, l’aumento della pressione fiscale e l’esplosione del costo degli affitti hanno spinto fuori mercato molte attività – spiega Zabeo Ufficio Studi Cgia di Mestre – senza contare che l’avvento delle nuove tecnologie e delle produzioni in serie hanno relegato in posizioni di marginalità molte professioni caratterizzate da un’elevata capacità manuale. Ma oltre al danno economico causato da queste cessazioni, c’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione. Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale”.

In valore assoluto, l’edilizia (- 65.455 imprese) e i trasporti (-16.699) sono le categorie artigiane che hanno risentito maggiormente degli effetti negativi della crisi. In sofferenza anche le attività manifatturiere, in particolar modo le imprese metalmeccaniche (-12.556 per i prodotti in metallo e -4.125 per i macchinari) e gli artigiani del legno (-8.076 che diventano -11.692 considerando anche i produttori di mobili). Per contro, invece, parrucchiere ed estetiste (+2.180), gelaterie-rosticcerieambulanti del cibo da strada (+ 3.290) e le imprese di pulizia e di giardinaggio (+ 11.370) sono aumentate di numero. “Ricordo – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – che nell’ultimo comma dell’articolo 45 della nostra Costituzione si è stabilito che la legge deve provvedere alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato. In questi ultimi decenni, invece, questo principio spesso è stato disatteso, in particolar modo dalle norme in materia fiscale che hanno aumentato in maniera sconsiderata il carico fiscale/contributivo sugli artigiani”.

A livello territoriale sono state le regioni del Sud ad aver “patito” le difficoltà maggiori: Sardegna (-14,1 per cento), Abruzzo (-12 per cento) e Basilicata/Sicilia (entrambe con -11,1 per cento) hanno subito le contrazioni più importanti. In questi ultimi 6 anni nessuna delle 20 regioni italiane ha fatto segnare una variazione positiva e, anche nell’ultimo anno, il segno meno compare per tutte le regioni. Nell’analisi della CGIA spicca anche la graduatoria dei mestieri artigiani che hanno sofferto maggiormente la crisi. Tra il 2009 e il 2015 le professioni che hanno subito la riduzione del numero di iscritti più importante sono stati i piccoli armatori (-35,5 per cento), i magliai (-33,1 per cento), i riparatori audio/video (-29,4%), i lustrini di mobili (-28,6 per cento), i produttori di poltrone e divani (-28,4 per cento), i pellicciai (-26 per cento), i corniciai (-25,7 per cento), gli impagliatori (-25,2 per cento), i produttori di sedie (-25,1 per cento), i camionisti (-23,7 per cento) e i falegnami (- 23,2 per cento).

Alcune di queste attività sono così poco numerose che nel giro di una dozzina di anni rischiano di sparire. “Purtroppo – conclude Mason – ci preoccupa anche lo stato di salute di alcune professioni storiche dell’artigianato che ormai stanno scomparendo. Vuoi per le profonde trasformazioni che i rispettivi settori stanno subendo o per il fatto che i giovani non si avvicinano più a questi mestieri. I barbieri, i calzolai, i fabbri, i fotografi gli ottici o i corniciai, ad esempio, sono in via di estinzione e oltre a perdere saperi e conoscenze che non recupereremo mai più, la chiusura di queste attività sta peggiorando il volto urbano dei nostri paesi e delle nostre città.”

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1 Commento

  1. Giancarlo says:

    Renzi direbbe di questo articolo: i soli GUFI……..
    Invece non sa che è tutto vero ma che il peggio deve ancora venire.
    In qualsiasi attività i costi che affossano le aziende o anche altre professioni sono in assoluto:
    – LE TASSE
    – GLI AFFITTI
    – LA BUROCRAZIA
    perciò siccome sembra che queste tre voci siano fisse e si scambino di posto nella classifica a seconda del Comune, Provincia o Regione di cui si parli è chiaro che senza draconiane variazioni al ribasso tutto resterà al palo, ma anzi prevedo senza ombra di dubbio che l’effetto domino sia per i fallimenti che per le condizioni irreversibili del paese porteranno ulteriori diminuzioni di attività commerciali, industriali e professionali.
    Alla faccia della ripresa…che in Europa sta scivolando…l’italia ne pagherà le conseguenze a causa della mancata speding review ( la stepchild adoption ) del carissimo RENZI sempre in attesa del suo aereo supermegalomen per essere alla pari di OBAMA che ha oltre 250 milioni di cittadini, mentre RENZI ne ha solo ( si fa per dire) una sessantina.
    Mi vergogno di essere stato italiano, ma adesso non lo sono più, ma purtroppo ancora spero per poco dovrò subire ancora i misfatti economici di questo e magari di altri governi.
    WSM

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