Le battaglie politiche si vincono col linguaggio

di GILBERTO ONETO

Quando si parla di errori di linguaggio da parte della Lega si intendono generalmente la volgarità dei toni, l’eccesso di decibel e il lessico da osteria. Questo è quello che vedono – spesso con un surplus di malafede – gli osservatori esterni ed è anche una critica che ha perso di mordente e originalità: oggi il frasario spinto e le espressioni volgari non sono più un monopolio leghista ma hanno invaso l’intero teatro della politica italiana.
In realtà i veri errori di linguaggio leghisti sono d’altro genere e riguardano specificazioni geografiche e istituzionali. Si tratta di sciocchezze che neppure vengono percepite all’esterno (o, se lo sono, vengono ignorate perché fa molto comodo così) ma che a lungo andare hanno prodotto esiti devastanti all’interno del mondo autonomista, generando confusione e indeterminatezza.
Un movimento territorialista dovrebbe – in particolare – essere molto più attento ai nomi dei posti cui è legato e che intende rappresentare e soprattutto non dovrebbe utilizzare denominazioni imposte dall’alto, dagli avversari e – nel nostro caso – dal progetto di italianizzazione.
È già miracoloso che al pessimo impiego che ne ha fatto Bossi sia riuscito a sopravvivere il termine “Padania”: è, a ben vedere, quasi la sola vera conquista lessicale di venti anni di attività politica, nonostante la resistenza della cultura ufficiale (“la Padania non esiste”) e anche i microcefalici mugugni di taluni regionalisti. Persiste però l’accanimento nell’impiego del termine “Nord”, che – ripete Sergio Salvi – è un punto cardinale e non un posto. É un nome che – con la sola eccezione del Polo Nord – non contraddistingue un luogo ma da solo una connotazione relativa a qualcos’altro. Nel caso specifico sottintende “Nord Italia” (il Nord dell’Italia) e non è certo un bel sentire. Ma il linguaggio corrente leghista cade anche su altre denominazioni, come Venezia Giulia, Triveneto o Alto Adige, che sono vere invenzioni lessicali italianiste quando non addirittura fasciste. Venezia Giulia ripropone un riferimento strampalato a Giulio Cesare, Triveneto è una creazione littoria (una regione fatta di Venezia Euganea, Giulia e Tridentina: figuriamoci!) e Alto Adige è una vecchia denominazione napoleonica spostata dal camerata Tolomei da Trento a Bolzano. Quando finalmente si imparerà a dire Friuli, Istria, Trieste e Sud Tirolo? Se non lo fanno gli autonomisti da chi ce lo dobbiamo aspettare? Da Napolitano?
L’altro errore lessicale più frequente sta nella confusione fra “Stato” e “Nazione”, spesso usati come denominazioni intercambiabili, di fatto accettando l’esistenza di una Nazione italiana coincidente con lo Stato italiano. Così facendo si esprime la negazione ideologica di ogni aspirazione autonomista e indipendentista. Si dovrebbe solo parlare di “Stato” o di Repubblica italiana, lasciando la “Nazione” alle farneticazioni risorgimentali e al parafernale fascista. Per fortuna il termine più impegnativo di “Patria” (sempre riferito all’Italia) non viene quasi più usato se non come espediente retorico da qualche inguaribile nostalgico reazionario: è stato generalmente sostituito dal più democristiano “Paese” (scrupolosamente maiuscolato), per cui con “il nostro Paese” intendono l’Italia. Purtroppo questa espressione si ritrova con devastante sistematicità sulla bocca di esponenti leghisti, che lo usano anche nei loro interventi parlamentari, con ciò accettando una comunanza artificiale imposta e rinunciando a una differenziazione essenziale. Il “paese” andrebbe minuscolo (magari sostituito da “penisola” o da “stivale”) e sicuramente si dovrebbe evitare quel “nostro” che non corrisponde ad alcuna verità di appartenenza, a meno che non lo si intenda come una acquisizione economica, di territorio comprato con decenni di forzati versamenti fiscali della Padania.
Le battaglie si vincono anche e prima di tutto con il linguaggio: costa poco ed è dirompente. Se si rinuncia o si fallisce anche in questo, allora è meglio lasciare perdere.

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