Le 5 Giornate di Milano 2/ Le dimissioni di Cattaneo dal Consiglio di guerra

cattaneoPresupposti del governo provvisorio di Milano

Il 18 marzo 1848, prima giornata dell’insurrezione di Milano, si trovavano a Torino due nobili lombardi, i conti Carlo D’Adda ed Enrico Martini, i cui compiti erano quelli di tenere i contatti con il re Carlo Alberto. Scoppiata la rivoluzione i due emissari ottennero di essere ricevuti dal sovrano piemontese, al quale chiesero di intervenire immediatamente in aiuto della città. Carlo Alberto fece loro notare non solo le difficoltà politiche e militari a cui sarebbe andato incontro ma soprattutto la necessità di giustificare alle altre potenze europee un suo intervento. Sostenne dunque l’utilità che la municipalità milanese inviasse a lui una richiesta formale di aiuto.

Contemporaneamente, tramite il conte di Castagnetto, veniva dagli uomini del sovrano sabaudo inviata una lettera al podestà di Milano Gabrio Casati nella quale lo si invitava a fare il possibile affinché le forze repubblicane e federaliste non prendessero il sopravvento nella rivoluzione. Tornato clandestinamente a Milano il 21 marzo, il Martini diede per sicuro l’intervento di Carlo Alberto, a patto però che la municipalità inviasse una esplicita richiesta di soccorso al re. Per dare maggior forza e autorità alla richiesta sarebbe stato inoltre necessario che la municipalità si costituisse in governo provvisorio.

A Milano intanto si accentuavano ulteriormente le divergenze politiche tra coloro che dirigevano l’insurrezione. Da una parte infatti vi erano i membri del consiglio di guerra, che erano riusciti a respingere le proposte di armistizio offerte da Radetzky, nettamente contrari a una fusione con il Piemonte; dall’altra vi erano i membri della municipalità con a capo il podestà Gabrio Casati che, seppur favorevoli alla fusione con il Piemonte, mantenevano un atteggiamento ambiguo e oscillante, cercando di differenziare il loro operato da quello dei combattenti per non compromettersi troppo agli occhi degli austriaci, e contemporaneamente operando per evitare che l’insurrezione assumesse toni spiccatamente rivoluzionari e democratici.

La municipalità accolse comunque con favore la proposta del Martini e decise di costituirsi in governo provvisorio, anche se, grazie all’opposizione di Cattaneo e del consiglio di guerra, evitò di prendere una decisione definitiva sul futuro della Lombardia. Il proclama del 22 marzo recitava infatti che, chiamata a conquistare l’indipendenza, solo

[…] a causa vinta i nostri destini verranno discussi e fissati dalla nazione.

Composizione del governo provvisorio

Il nuovo governo fu composto da Gabrio Casati, che ne fu anche il presidente, e da Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Cesare Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro. Alle dirette dipendenze del governo furono create una segreteria generale affidata a Cesare Correnti, unico membro di tendenza democratica, e un ufficio per la sovraintendenza degli affari segreti e diplomatici, affidato a Anselmo Guerrieri. Segretario degli affari diplomatici fu nominato Pietro Tagliabò.

Carlo Cattaneo rinunciò a formare un governo meno legato a Carlo Alberto con esponenti democratici e federalisti e anzi rassegnò le dimissioni del consiglio di guerra la stessa mattina del 22, proponendo però la fusione dello stesso con il comitato di difesa; a seguito del parere favorevole di Casati venne costituto il comitato di guerra.

Con questi atti la corrente aristocratico-liberale albertista sconfiggeva politicamente coloro che avevano realmente condotto la battaglia e l’avevano vinta, perché lo stesso 22 marzo dopo la battaglia di Porta Tosa Radetzky decideva di ritirarsi.

Iniziative politiche del nuovo governo

Oltre a rivolgere l’appello di aiuto a Carlo Alberto – che il 23 marzo aveva deciso di entrare in guerra – gli atti amministrativi e le decisioni politiche prese freneticamente nei giorni successivi dal governo provvisorio, che prese sede a Palazzo Marino, suscitarono non poche polemiche, malcontento e sfiducia da parte della popolazione.

Il 26 marzo fu stipulata una convenzione con il generale piemontese Passalacqua in base alla quale il governo milanese si impegnava a somministrare a proprio carico tutte le sussistenze necessarie alle truppe piemontesi, che a loro volta si impegnavano a combattere come alleate di quelle lombarde. Per inquadrare il costituendo esercito lombardo fu stabilito inoltre che fossero assunti dal governo provvisorio ufficiali piemontesi fuori servizio, ponendolo così di fatto sotto il controllo piemontese.

Per coprire le spese il governo lanciò un prestito cittadino di 24 milioni di lire, rimborsabile in quattro rate a partire dall’aprile del 1849, ma senza offrire alcun interesse. La somma non fu raggiunta per quanto per rimediare all’errore successivamente venne offerto un interesse del 5%. Inoltre il governo, sempre per questioni di bilancio, sospese i pagamenti degli interessi delle cartelle del Monte Lombardo-Veneto.

Altri provvedimenti di politica finanziaria, nonostante gli intendimenti dichiarati di voler “alleggerire il peso delle pubbliche imposte a favore delle classi men doviziose” si rivelarono imprudenti e demagogici: tra questi la promessa di indennizzo ai prestinai e macellai dopo il divieto di accrescere le mete del pane e della carne (22 marzo); la riduzione del prezzo del sale (23 marzo); la riduzione dell’imposta sul bollo della carta (29 marzo); il condono di tutte le tasse giudiziarie non ancora esatte (29 marzo) e soprattutto l’abolizione del gioco del lotto,

[…] indegno di tempi in cui tutte le istituzioni devono concorrere al progressivo sviluppo della civiltà Riorganizzazione delle istituzioni

Nei tre giorni successivi la vittoria sugli austriaci, il governo si preoccupò con una serie di decreti di sciogliere e di riorganizzare parte delle istituzioni cittadine quali il tribunale d’appello (presidente provvisorio fu nominato Enrico Guicciardi), il tribunale civile di prima istanza (presidente Alberto Beretta), il tribunale mercantile e di cambio (presidente Carlo Negri), il tribunale criminale (presidente Luigi Caporali).

Fu disciolto il magistrato camerale e sostituito da una intendenza generale delle finanze; sostituiti i direttori della zecca e delle poste (rispettivamente Pietro Canzani e Antonio Cantoni); l’ispettorato della fabbrica dei tabacchi fu affidato a Carlo Tanzi. Le funzioni della regia delegazione furono attribuite alla congregazione provinciale con Paolo Taverna alla presidenza e Innocenzo Pini alla vicepresidenza.

Al consiglio di stato furono delegate le funzioni del disciolto consiglio di governo: presidente fu nominato in via provvisoria l’avvocato Giovanni Battista Nazari e a vicepresidente l’avvocato Angelo Decio. La scelta di questi uomini corrispondeva a un preciso intendimento e a una precisa scelta politica del governo: secondo Carlo Cattaneo queste nomine avevano “messo tutti gli abitanti in balìa delle rappresentanze degli ottimati”.

Per ciò che riguarda la sicurezza e la difesa, Teodoro Lechi fu designato generale in capo di tutte le forze militari del governo; Pompeo Litta, con il grado di generale comandante, e Alessandro Scalvini, capo dello stato maggiore, furono nominati organizzatori della guardia civica. Infine il 30 marzo un decreto stabilì la restituzione agli israeliti del “pieno esercizio di tutti i diritti civili e politici”.

(2 – segue)

(fonte: http://www.lombardiabeniculturali.it/)

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