L’ARTICOLO 18 E LA MONETIZZAZIONE DEL LAVORO

di MATTEO CORSINI

“Io voglio, noi vogliamo, che si chiarisca: non può esistere a nessun titolo una soluzione unicamente di monetizzazione sull’articolo 18. Va bene, è chiaro il concetto? Poi vediamo come, noi guardiamo all’Europa e non ci spostiamo da lì.” (P. L. Bersani)

Non so quanto durerà la discussione sulla riforma del mercato del lavoro e se alla fine ne uscirà un nulla di fatto o una mezza riforma. L’articolo 18 resta il tema al centro della diatriba, con dichiarazioni che, se non fossero datate 2012, potrebbero essere attribuite a un dibattito del 1912.

Dopo essermene occupato da un punto di vista più tecnico alcuni giorni fa, vorrei allora tornare sulla questione dell’articolo 18 e, più in generale, sulla disciplina dei licenziamenti. Prendete la dichiarazione di Bersani, condivisa peraltro da una platea di persone che va dai politici di vari partiti (per lo più) di sinistra ai vescovi, passando per i sindacati. Si sente dire che non bisogna mercificare o monetizzare il lavoro; una posizione che, di fatto, crea un’identità tra il lavoro stesso e il lavoratore. Non dubito che molti di coloro che fanno affermazioni del genere siano in buona fede, ma credo che si tratti di un punto di vista assurdo.

Ognuno al mondo ha dei bisogni da soddisfare, e la storia (economica) insegna che l’uomo si rese conto che soddisfare almeno in parte tali bisogni non era affatto facile se lo si doveva fare in modo autarchico, anche limitandosi a cercare la mera sopravvivenza. Questo pose le basi per lo scambio e la divisione del lavoro. Ciò rese a sua volta evidente che certi beni avevano caratteristiche tali da essere adatti a venire utilizzati come mezzi generali di scambio, rendendo molto più semplice e proficuo l’interagire tra i produttori di beni diversi. Fu così che si sviluppò, mediante un processo spontaneo, la moneta. Ogni soggetto scambiava i beni di sua produzione contro moneta (versatagli da chi comprava quei beni per soddisfare i propri bisogni), e utilizzava la moneta per acquistare i beni necessari al soddisfacimento dei propri bisogni. Mi rendo conto di aver appena descritto in modo forse troppo semplicistico un’evoluzione di millenni, ma credo sia chiaro che anche il rapporto di lavoro è uno scambio tra la prestazione del lavoratore e la retribuzione (in moneta) pagata dal datore di lavoro. Il lavoratore con quella moneta soddisfa (almeno in parte) i propri bisogni, e lo stesso fa il datore di lavoro beneficiando della prestazione del lavoratore.

Se si escludono interventi coercitivi, ogni scambio avviene perché entrambe le parti attribuiscono a ciò che ricevono un valore superiore a ciò che cedono. Se una delle parti attribuisse a ciò che riceve un valore inferiore a ciò che cede, non procederebbe allo scambio, o, in caso di contratto continuativo, non lo rinnoverebbe alla sua scadenza. Se la scadenza fosse indeterminata, recederebbe dal contratto. Il punto è proprio questo: chi si oppone alla modifica dell’articolo 18 vuole eliminare ogni riferimento alla normale dinamica dell’economia di mercato per uno dei rapporti fondamentali per la produzione. Tirando in ballo per lo più la necessità di proteggere il contraente debole.

Il fatto è che l’indennizzo servirebbe proprio a tale scopo, dato che il dipendente conserverebbe il diritto di recedere in qualsiasi momento dal contratto senza pagare alcuna penale, mentre riceverebbe un indennizzo se a recedere fosse il datore di lavoro. Non va dimenticato, tra l’altro, che nessuno garantisce all’imprenditore o al lavoratore autonomo di mantenere la propria clientela o di trovarne di nuova, così come ci sono imprese ai cui dipendenti non si applica la disciplina dell’articolo 18. Ciò nonostante non pare esservi evidenza di una corsa ai licenziamenti ingiustificati da parte delle imprese, non fosse altro per il fatto che una persona formata, esperta e ben inserita nell’azienda non è perfettamente sostituibile con qualsiasi persona in cerca di lavoro, anche se dotata di competenze ed esperienze simili.

In generale, l’identificazione del posto di lavoro con chi lo occupa, che giustificherebbe la messa al bando della monetizzazione come se si trattasse di dare un prezzo a una persona e non a ciò che quella persona fa in cambio dello stipendio, avrebbe conseguenze devastanti, se coerentemente generalizzata. Dietro ogni prodotto, infatti, c’è del lavoro; si dovrebbe allora abolire la concorrenza e garantire a ognuno una quota di mercato (se così lo si volesse continuare a chiamare), perché altrimenti qualche impresa fallisce? Se sì, qualcuno davvero crede che potrebbe funzionare? Non è forse ciò che hanno tentato di fare i paesi socialisti, con gli esiti che ci ha consegnato la storia del Novecento?

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2 Comments

  1. Giuseppe D'Andrea says:

    ‘Il lavoro nobilita l’uomo’. Vero, ma perchè? Credo perchè lavorando si rende utile per gli altri uomini e partecipa allo sviluppo economico e sociale, per questo viene ricompensato con qualcosa di materiale, ieri era una parte del raccolto oggi è il denaro. Non è monetizzazione?

    L’unica cosa che non può monetizzare sono i sentimenti (ti pago per amarmi o odiarmi) o l’essere umano (schiavismo) in questi due casi non c’è ragionamento che tenga, ma il lavoro è di per se un altra merce, il datore di lavoro non compra ‘Giuseppe’ compra ‘ Il lavoro di Giuseppe per X ore al giorno per X giorni alla settimana’ io in cambio ricevo ‘ Y euro l’ora in una data Y’ non mi devo preoccupare di cosa succede intorno a me, non devo programmare la produzione, badare i clienti o vendere i prodotti, quello che devo fare è la mia parte e prendere i miei soldi.

    Chi sta perdendo in questo scambio? Io no perchè mi pagano e sono responsabile solo del mio lavoro non della gestione complessiva, il datore di lavoro no perchè può liberarsi da un attività e fare altro in cambio di una somma di denaro. Io sono a posto e lui pure. Se le cose vanno male e il datore crede che il mio lavoro non gli serva più, mi darà un indennizzo se io trovo intollerabile il trattamento o sono in disaccordo con quanto mi viene richiesto, semplicemente me ne vado e il datore dovrà fare a meno del mio lavoro, può trovare qualcun altro, ma perderà tempo e soldi eliminando una persona affidabile. In un sistema libero il lavoratore non avrà problemi a trovare un altro lavoro, il datore di lavoro avrà molti problemi a trovare un buon lavoratore.

    Ma qui interviene la logica Marxista dell’eterno conflitto, secondo il quale le persone senza uno stato che le prende per mano non coopererebbero fra loro, passerebbero il tempo a spararsi e trucidarsi (cosa che avrebbe dovuto fare estinguere il genere umano già da un pezzo) in questa visione ‘pessimista’ del genere umano si assume che un imprenditore GODA a licenziare i lavoratori o che si disinteressi della loro umanità, in questa visione si assume che i lavoratori DEBBANO essere trattati tutti alla stessa maniera, indipendentemente dal loro merito, in questa visione si suppone che DEBBA esistere una realtà unificante che da ‘ad ognuno secondo bisogno e ognuno secondo capacità’ questa realtà unificante è lo Stato.

    Ma guardiamo cosa ha fatto lo stato laddove si è interessato ‘integralmente’ di realizzare questi obiettivi; per risolvere i suoi problemi di organizzazione ha iniziato a definire per ognuno ‘bisogni e capacità’, ha inventato schemi e burocrazie, ha compresso ogni genere di libertà operativa stroncato totalmente la mobilità orizzontale e verticale, molto più probabile restare un disgraziato lavorando in una fattoria comunitaria sovietica che partendo dai bassifondi di Detroit, l’unico scampo presentato era entrare nell’amministrazione, quelli che comandano, questo sistema non poteva funzionare con la libertà delle persone, ed allora l’unica strada era eliminare la libertà in qualsiasi forma e in qualsiasi declinazione e non solo per legge ma con la forza. E non fu una deviazione o un degenerazione operata dall’uomo, il sistema poteva funzionare solo così, si inizia con le promesse di prosperità diffusa, quando le promesse non vengono mantenute, si passa alle minacce e alle confische, quando nemmeno queste bastano più, si passa alla pura, feroce e scientificamente organizzata, violenza.

    Negli archivi Volkogonov ci sono molti carteggi alcuni preziosissimi scritti di pugno dai leader sovietici uno di questi mi ha fatto impressione, era del compagno Lenin che nel 1922 scriveva a Felix Dzerzhinsky (primo capo della polizia bolscevica) diceva così;

    Dico ai compagni (di lavorare) e loro non mi ascoltano, credo che dovremmo prendere un paio dei più testardi e giustiziarli pubblicamente.

    Lo fecero con grande perizia e la gente inizio a lavorare duramente. Più ne eliminavano più l’attenzione cresceva, quando Gorbachev pensò di rimuovere l’elemento ‘TERRORE’ dall’equazione tutto crollò come un castello di carte, rivelando la miseria e il fallimento di una nazione che potenzialmente poteva avere tutto ciò che voleva ma che non totalizzò nulla.

    In quel mondo il lavoro non era una merce di scambio, non era vile moneta e non era nemmeno interesse individuale di avanzamento, quale spinta gli uomini avrebbero dovuto avere ? Non avevano nulla, non potevano conseguire nulla, tutto era dello stato, avevano un lavoro sicuro è vero, ma il lavoro non era un DIRITTO era un OBBLIGO, in un sistema dove il lavoro non è una merce da scambiare, esiste solo un metodo per ottenere quello che si vuole ; schiavizzare gli uomini fisicamente e moralmente e minacciarli seriamente tanto da fargli capire che non hanno scampo e se non eseguono faranno un brutta fine. E questo non è comunismo questo è socialismo puro, quello che attraversiamo oggi è solo uno stadio intermedio instabile appollaiato fra due mondi il capitalismo che ha i suoi pregi e difetti e il socialismo che è solo un enorme abominio. Qualcuno dirà che questa storia non c’entra, che tirare fuori l’URSS è troppo comodo, e che si trattò tutto di un problema organizzativo, che oggi ci sono le tecnologie e che si potrebbe fare meglio, ma cari amici, la storia ci ha insegnato che noi non impariamo nulla da essa, l’URSS tutti i paesi del blocco sovietico, e anche i paesi NazionalSocialisti come la Germania di Hitler o l’Italia di Mussolini hanno dimostrato fin troppo bene quale è il modo che conosce il monopolista della forza per fare funzionare a perfezione ‘il diritto al lavoro’ e l’eguaglianza fra gli uomini.

    Non vi fate rimbecillire da quelli che vi dicono , ” ma noi siamo migliori” in un organizzazione socialista, non è importante l’uomo quello che conta è il metodo, in un mondo del genere avremmo tutti una sola e unica sicurezza quella di non avere alcuna possibilità di scampo.

  2. Alberto says:

    Ben detto.

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