Lavoro, l’etica c’azzecca sempre?

 

internetdi CHIARA BATTISTONI –  «Il secondo fattore di crisi è certamente L’inefficienza del sistema economico, che non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all’iniziativa, alla proprietà e alla libertà nel settore dell’economia. A questo aspetto va poi associata la dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere l’uomo partendo unilateralmente dal settore dell’economia, né è possibile definirlo semplicemente in base all’appartenenza di classe». Secondo voi qual è la fonte del virgolettato che avete appena letto? Il fondo di un quotidiano nazionale di questi giorni oppure un saggio di qualche liberale contemporaneo? Sbagliato, né l’uno né l’altro. È un passaggio della Centesimus annus, l’enciclica che Giovanni Paolo II scrisse nel 1991, anticipando di  anni i temi scottanti su cui oggi ci interroghiamo, sempre più preoccupati.

Inefficienza del sistema economico, violazione dei diritti umani, difficoltà nel comprendere l’uomo: sono questi i cardini su cui cerchiamo oggi, disordinatamente e sempre più in affanno, il confronto, temi su cui convergono visioni disparate del mondo. La complessità dell’uomo è la complessità del suo essere carne e spirito, è la complessità della sua unicità eppure della sua molteplicità, frutto della maternità o parternità comunque vissuta, anche quando non è procreazione ma generazione di idee, di progetti, di bene comune. Ci ricorda ancora Giovanni Paolo II nella sua enciclica: «(…) la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno – sempre dentro il ben comune – la loro propria autonomia.

È quello che ho chiamato la soggettività della società che, insieme alla soggettività dell’inidividuo, è stata annullata dal Socialismo reale».
Se cerchiamo una via d’uscita alla stagnazione di questi ultimi decenni (che è e resta una pericolosa involuzione culturale) l’etica cristiana, l’impresa come comunità morale sono un sentiero da seguire con fiducia, un modello tra l’altro ben noto all’Italia delle micro e piccole aziende, in cui sacrifico, abnegazione, passione restano i capisaldi dell’attività.

È proprio questo tessuto di valori il collante che finora ha impedito il tracollo: una rete diffusa di valori condivisi che in anni passati ha permesso di intercettare energie e risorse per far crescere nuove comunità economiche con forti connotazioni territoriali e culturali. Eppure, lo troviamo con ossessiva insistenza, associazioni di categoria, esponenti del mondo produttivo e dell’economia insistono sul nanismo delle nostre imprese, foriero di scarsa produttività, di dispersione di risorse. E se il problema, invece, non fosse tanto nelle dimensioni, quanto piuttosto nella rete di relazioni, nella capacità cioè di trasformare le imprese in “comunità morali” capaci di
agire eticamente?

Il mondo dell’organizzazione aziendale, ancor più delle nuove tecnologie informatiche, da anni propone modelli d’impresa sempre più estesa; quando internet fece la sua comparsa, uscendo dall’ambito militare prima, universitario poi, molti ebbero a dire che il web avrebbe infranto confini e soprattutto dimensioni, mettendo “i nani” nelle condizioni di competere con i colossi. Davide e Golia ricondotti sul medesimo piano da strumenti innovativi; il tempo, invece, ci ha insegnato che la vera differenza, prima ancora che nelle dimensioni, sta nella cultura d’azienda, nella capacità di metabolizzare e realizzare i valori in cui si crede, per cui ci si sacrifica.

Gli strumenti, anche quelli più innovativi, sono inutili se alle spalle non c’è un uomo capace di leggerne i benefici generati. L’uomo, col suo vissuto di valori, è perciò il capitale più significativo. Le gravi crisi finanziarie di inizio secolo negli Usa hanno riportato l’attenzione sulla dimensione “spirituale” delle multinazionali, ispirando ricerche sempre più strutturate per trovare un legame tra valori condivisi e prestazione imprenditoriali (gli studi del professor. Zingales, per esempio).

La discussione sui cosiddetti “intangibili” si è così riaperta; si tratta cioè di tutti quegli elementi (dalla cultura aziendale, portatrice dei valori condivisi, alle conoscenze sedimentate, al valore del marchio, alla formazione, ecc.) che non rappresentano fonte diretta di rendita economica, ma sono elementi essenziali e imprenscindibili per la redditività complessiva d’impresa. Tra le tante questioni ancora aperte c’è senza dubbio la possibilità di costruire un’etica che sia globalmente condivisa, un esercizio di inaudita complessità, visti
per esempio i risultati ottenuti con il Trattato per la Costituzione europea, forse uno dei primi esperimenti in tal senso.

Tempo fa a Roma, su invito dell’Istituto Bruno Leoni, Lord Griffiths di Fforestfach (già vice presidente di Goldman- Sachs e, al tempo di Margaret Thatcher, direttore della Policy Unit del Primo ministro) ed Ettore Gotti Tedeschi (economista, professore alla Cattolica,
autore del recente saggio Denaro e Paradiso) si sono confrontati proprio su questi temi; Lord Griffith aveva osservato come la realizzazione di un’etica globale non possa non partire dalle grandi tradizioni religiose, in particolare da una delle religioni monoteiste, per non trasformarsi nel minimo comun denominatore dei valori di tutti (Trattato per la Costituzione europea insegna). Ed è sull’approccio cristiano, sul valore dell’uomo in quanto individuo e in quanto membro di una comunità che si sono concentrate le riflessioni

 

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One Comment

  1. lombardi-cerri says:

    Più genericamente : quando ogni desiderio personale diventa un diritto ci si avvia verso la catastrofe !

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