L’antistatalismo è vivo e lotta insieme a noi

di ROMANO BRACALINI

Pareva che avesse fatto il suo tempo, e invece d’un tratto l’epiteto ingiurioso, di specie statalista,  risuonò nelle contrade italiane e a rispolverarlo fu, inutile dirlo, l’allora presidente Napolitano, rimasto al vocabolario vetusto della guerra fredda, per bollare d’infamia gli elettori di Grillo: “qualunquisti”.

Qualunquista dunque sarebbe colui che irride la “serietà” della politica e l’onnipotenza del suo tramite, ovvero Sua Maestà il Partito, ovvero l’indiscussa e unica sovranità del “tiranno senza volto”, come lo storico Giuseppe Maranini aveva ribattezzato il sistema dei partiti da cui sarebbe sorta la partitocrazia incubata nel CLN che la tenne a battesimo. La protesta contro i partiti è una tentazione ricorrente in Italia giacchè si è fatta più spesso l’esperienza dei malgoverni che hanno suscitato moti popolari repressi nel sangue. Il paese ha attraversato periodi in cui alle camarille politiche di fine Ottocento (Crispi, Giolitti), seguirono i governi della sciabola e infine la dittatura del manganello.

Crollato il palcoscenico delle nostre iniquità, vi fu in larga parte dell’opinione pubblica, schifata dai partiti, il rifiuto di ogni totalitarismo di stato e nel dicembre 1944, nel bel mezzo dell’occupazione alleata e della rinascita dei partiti come nuovi artefici del “rinnovamento e della democrazia”, sorse un nuovo settimanale che si faceva beffe di tutto e di tutti e che nella vignetta della testata-dietro una enorme U in rosso, iniziale dell’Uomo Qualunque -, un torchio stritolava un povero ometto dalle cui tasche saltavano fuori le ultime monete che lo stato vampiro era riuscito a estorcergli. Era nato il movimento antistato e antipartito che portava lo stesso nome del giornale, L’Uomo Qualunque, fondato dal commediografo napoletano Gugliemo Giannini, che nella presentazione del primo numero intitolata “Abbasso tutti”, non faceva mistero delle sue intenzioni.

Non era un giornale umoristico, non era una giornale “pesante”. “E’ il giornale dell’Uomo Qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa le scatole”. La nascente partitocrazia, che stava occupando lo stato, vi ravvisò un nemico mortale, e più tardi l’alto commissario per l’epurazione (l’equivalente, ma di segno opposto, del medesimo sodalizio fascista), Ruggero Greco, comunista, propose che il giornale venisse soppresso, senza temere che il suo operato ricordasse i metodi del Minculpop. La richiesta mise in imbarazzo i più avveduti e fece il gioco di Giannini che replicò: “Se sono epurato io, non si salverà nessuno nel giornalismo italiano ad eccezione degli ex fascisti imboscati nelle redazioni comuniste”. In questa frase egli voleva significare che al fascismo sarebbe seguito l’antifascismo, un fascismo di segno opposto.

In anticipo sui tempi, egli aveva ravvisato nel nuovo sistema dei partiti tutti i mali che sarebbero venuti a galla con la crisi del 1992, l’anno di Tangentopoli: nepotismo, clientelismo, corruzione, gli eterni vizi dell’animo italiano. In una delle sue innumerevoli boutate, Giannini aveva detto che per amministrare lo stato bastava un ragioniere! Se Monti c’è, batta un colpo! Sintesi forse eccessiva, ma aveva visto giusto quando individuava nel nuovo stato nascente, frutto di compromessi tra partiti diversi e contrastanti visioni, il solo collante che li tenesse uniti: il culto dello stato e del potere, e l’autoritarismo strisciante che si sarebbe manifestato con la vecchia scalcinata burocrazia borbonica, il fisco che succhiava il sangue del suddito, la nuova censura e l’epurazione dal vocabolario di parole non ammesse e l’introduzione di nuove, come appunto “qualunquista”, che avrebbe fatto il paio più tardi con quella di “populista” di identico significato. Si portava molto anche “fascista”, ma più per alibi e cattiva coscienza. Poi si smise di dare del “fascista” agli altri: si poteva rischiare di essere riconosciuti per ex fascistoni veri.

Nel 1948, dopo appena quattro anni di vita, il movimento dell’Uomo Qualunque, dopo un successo clamoroso, venne infine emarginato e ridotto ai minimi termini da chi aveva interesse a soffocarne la voce che era quella dell’uomo comune, bistrattato e spolpato, senza rappresentanza. Sono molte le analogie con l’oggi, perché i partiti possono cambiare nome ma restano gli stessi di sempre. Giannini, che lo si voglia o no, resta un simbolo della lotta contro lo stato oppressore. Così certe sue idee di fondo su uno stato più equo e leggero, meno autoritario, più rispettoso del cittadino, non sono morte con lui.

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