L’amaro Montenegro per i nazionalisti, patria indipendente per l’Europa

montenegrodi GIOVANI POLLI –  In Europa, anche in questa Europa senz’anima diventata ormai sinonimo di irraggiungibili poteri e burocrazie onnipotenti, forse c’è ancora qualche spiraglio per le speranze di libertà. Undici anni fa, per l’esattezz, l’Europa dei popoli e delle Regioni ha lasciato infatti intravedere promettenti segnali di risveglio: la nascita di un nuovo Stato sovrano. Anzi, due. I cittadini del Montenegro, nel referendum celebrato domenica 21 maggio 2006, dissero basta a ciò che restava dell’unione con la Serbia, l’ultimo – o il penultimo – relitto della ex Jugoslavia. Un atto che, dal punto di vista del diritto internazionale, fa venir meno l’Unione Serbia – Montenegro, Stato confederale nato nel 2003 dalla trasformazione della “Jugoslavia” fino a quell’anno anco-ra formalmente in vita, e provocherà la creazione di due nuovi Stati indipendenti: il Montenegro e la Serbia.

Il voto, previsto dagli stessi accordi del 2003, secondo l’Osce si svolse correttamente e sancì l’indipendenza, e quindi la fine stessa dell’Unione, in modo netto. Secondo i risultati definitivi, il 55,5 per cento dei montenegrini (la popolazione, secondo il censimento del 2003 ammonta a 616.258 abitanti) disse sì alla fine dell’esperimento di confederazione con Belgrado. Lo 0,5 per cento in più di quanto la stessa Unione europea poneva come limite accettabile per considerare valida la scelta di distacco

Due giorni prima un più gelido primo ministro serbo Vojislav Kostunica si era impegnato ad accettare il risultato del voto una volta ufficializzato, sottolineando che «la Serbia fin da prima del referendum si è dichiarata disposta ad accettare entrambi i risultati». «Io -ha proseguito – resto pronto ad accettarli», ma solo «dopo la pubblicazione dei dati definitivi».
Gli strepiti arrivarono, come immaginabile, dai movimenti ultranazionalisti. Il Partito radicale serbo (Srs) aveva pertamente attaccato Djukanovic e il «regime montenegrino» incolpandoli per un processo referendario che a loro dire sarebbe stato «caratterizzato da brogli». Tomislav Nikolic, leader dei radicali,affermò che nonostante tutto il suo partito avrebbe rispettato il volere dei cittadini montenegrini aggiungendo poi che elemento pregnante della propria attività politica futura sarebbe stato lo sforzo di ricostituire uno stato unitario. Non solo: Nikolic accusò l’Unione europea di essere «complice del ladrocinio». Gli echi sinistri, per un capo politico che ha sostituito quel Vojislav Seselj sotto processo al Tribunale penale internazionale dell’Aja, si avvertono immediatamente: Belgrado, sostienne Tadic, dovrà continuare ad appoggiare i serbi che vivono in Montenegro. Stesse parole, che riecheggiarono l’orrido concetto di “Grande Serbia” su cui si basò la pulizia
etnica di Slobodan Milosevic costata decine di migliaia di morti, arrivarono proprio da chi guidava quello che era il suo partito. Ivica Dacic, del Partito socialista serbo (Sps),  affermò che i risultati del referendum dovevono essere interpretati secondo l’«interesse nazionale serbo» dato che d’ora in poi un terzo dei serbi avrebbero vissuto fuori dai confini nazionali.

Ma i tempi sono decisamente cambiati. E quella scolpita domenica 21 maggio 2006 fu ormai la pietra tombale sui rottami della ex Jugoslavia, vale a dire su uno tra i più controversi e tragici esperimenti alchemici di quella Storia voluta e costruita a tavolino dalle grandi potenze che, nel XIX e XXno sulla pelle dell’Europa spostando popoli e frontiere come minuscole pedine di un Risiko annaffiato di san-gue. Con il riacquisto della propria indipendenza, persa nel 1918, il Montenegro torna a dare un segnale di speranza subito colto in primo luogo anche da catalani e baschi, nelle cui rispettive nazionalità il dibattito sul futuro dei due popoli è in pieno corso.

C’è soltanto da chiedersi se l’Ue sia davvero così pronta ad appoggiare altri popoli europei in cerca di autodeterminazione. Il commissario agli Esteri dell’Ue, Javier Solana si  era subito affrettato a dire che qualsiasi paragone fra la
situazione della Serbia e Montenegrocon il Paese Basco o la Catalogna «dà nel delirium tremens», aggiungendo che non c’è «nessuna somiglianza… con nessuno dei Paesi che fanno già parte dell’Europa». C’era da immaginarselo.

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One Comment

  1. caterina says:

    però e per fortuna Solana e’ solo un ministro…

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