L’Alde: basta col metodo Barroso delle telefonate a Berlino e Parigi

di CLAUDIO PREVOSTI

Il terzo incomodo va all’attacco in vista delle elezioni Europee 2014. Basta con il metodo Barroso delle «telefonate a Berlino e Parigi» prima di prendere iniziative europee. A Bruxelles deve tornare il «metodo Delors», il socialista francese presidente della Commissione che tra il 1985 ed il 1995 fece grande l’Unione europea, impostò il mercato unico e l’euro. E quindi via ad una Commissione che sia «vero governo» della Ue. Che imponga il rispetto delle regole sui conti pubblici e per la riduzione del debito (cresciuto di circa il 40% tra 2008 e 2013, è «la vera causa della crisi»), ma faccia tornare il continente alla vera crescita («oltre il 2%»), lanciando i «Future Bond» per finanziare gli investimenti, tagliando i «regolamenti inutili» come quelli sul colore delle zucchine e sviluppando invece «politiche comuni» sulla difesa, sull’ immigrazione legale (con definizione di quote «sul modello di Usa, Canada e Australia»), per la diversificazione dell’approvvigionamento energetico e per sviluppare la mobilità interna del lavoro. È il «salto in avanti» per l’Europa proposto da Guy Verhofstadt, 61 anni, ex premier di lungo corso del Belgio dal 1999 al 2008, capogruppo dei lib-dem dell’Alde nel Parlamento europeo nella legislatura appena conclusa e candidato alla successione di Josè Manuel Barroso dopo i 10 anni passati dal portoghese sulla poltrona di presidente della Commissione Ue.

Verhofstadt ha presentato ieri il suo programma per la presidenza. ‘Terzo incomodo tra il lussemburghese Jean-Claude Juncker e il tedesco Martin Schulz (candidati da Ppe e S&d, ma entrambi «graditi» da Angela Merkel), Verhofstadt dice di puntare ad essere la soluzione di compromesso tra popolari e socialisti, l’uomo su cui può convergere la maggioranza parlamentare che dovrà approvare la proposta dei 28 leader. E nega l’esistenza dell’ accordo preconfezionato per distribuire le poltrone (Commissione a Schulz, Consiglio a Juncker, Parlamento allo stesso Verhofstadt) ventilato da Daniel Cohn Bendit nell’ultima plenaria a Strasburgo. Esclude anche la possibilità che al Berlaymont i governi possano mandare chi non è stato candidato dai partiti. Niente chance per Christine Lagarde, insomma. «Sarebbe la fine della democrazia, non permetteremo che accada», tuona.

Nel programma di Verhofstadt, sette i punti dedicati ad «aggiustare l’economia», passaggio fondamentale per stimolare la crescita senza aumentare il debito. Primo obiettivo, combattere il «drammatico» credit crunch che ha strangolato l’economia (-10,6% di credito alle imprese negli ultimi sei anni). Poi via libero ai «Future Bond» garantiti da Bce, Commissione e Bei per finanziare le grandi infrastrutture. Cinque invece le proposte «politiche» per l’immigrazione, il rafforzamento della privacy che deve accompagnare lo sviluppo del mercato unico digitale (e quindi avanti col ‘diritto all’obliò e con la tutela assoluta della privacy, violabile solo su ordine di un giudice), creazione della Procura europea per i crimini transfrontalieri e sviluppo della Difesa. Una idea su tutto: il nazionalismo porta al disastro, più integrazione europea è l’unica strada per uscire dalla crisi.

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