Referendum per restare nell’UE: proposta laburista in Gran Bretagna

di STEFANO MAGNI

Un referendum per decidere se il Regno Unito resti o esca dall’Unione Europea. Lo chiede la maggioranza dei parlamentari conservatori. E lo accettano anche i laburisti all’opposizione. Ieri, il ministro-ombra (d’opposizione) alla Difesa, Jim Murphy lo ha dichiarato chiaro e tondo alla conferenza annuale del Partito Laburista a Manchester: “Io credo che, ad un certo punto, dovremo fare un referendum sull’Ue. Io non penso che sia domani o il prossimo anno, ma credo che dovrebbe esserci”. E aggiunge che: “Quando arriverà il momento (del voto, ndr), preferirò un referendum con una sola domanda: dentro o fuori”. Murphy è convinto della futura vittoria di chi vuol rimanere “dentro” l’Ue: “Comunque arrivi il referendum, pressoché tutti i membri del Partito Laburista, assieme a quelli del Partito Liberaldemocratico (al governo, assieme ai Conservatori, ndr) e il mondo del business britannico, argomenteremo a favore della permanenza nell’Ue, perché è un bene per la nostra economia e per la Gran Bretagna”.

Sempre nel corso della conferenza di Manchester, un portavoce del Partito Laburista ha aggiunto che: “Deve esser chiaro che questa non è una decisione che potremmo o dovremmo fare adesso. Nessuno di noi può predire con certezza come andrà l’Europa nei prossimi mesi, tantomeno nei prossimi anni. La nostra priorità è uscire da questa crisi economica”. Anche il cancelliere-ombra (ministro dell’Economia dell’opposizione) Ed Balls insiste nel dire che: “Io ho detto che il momento (del referendum, ndr) potrà ben arrivare, ma non credo sia adesso. E non credo nemmeno che, oggi come oggi, sia una priorità”.

Toni prudenti, mezze verità e fiducia nell’Ue non nascondono un certo senso di ineluttabilità del referendum. L’opinione pubblica lo vuole. Secondo un sondaggio effettuato da Populus e pubblicato sul “The Times” l’11 giugno scorso, l’82% dei sudditi britannici vuole votare sull’Ue. Secondo un sondaggio YouGov, di settembre, almeno il 47% voterebbe per uscire dall’Unione.

Il malcontento è diffuso nelle file della maggioranza. A fine giugno, con una lettera aperta, 100 parlamentari del Partito Conservatore avevano chiesto al premier David Cameron di indire il referendum sull’Ue subito dopo le prossime elezioni, previste per il 2015. Cameron non aveva potuto promettere nulla. La sua è una posizione difficile, perché deve mantenere l’alleanza con i Liberaldemocratici (europeisti convinti) e condurre i negoziati con Bruxelles. Nonostante tutto, con un certo contorsionismo ha dichiarato che “non si opporrà” all’eventuale decisione degli elettori di uscire dall’Ue. Ma solo dopo che l’economia sarà ritornata stabile. A luglio aveva ribadito la sua linea strategica: “Il giusto percorso per la Gran Bretagna è: primo, riconoscere che, nel breve periodo, la priorità europea consiste nell’affrontare l’instabilità e il caos. Secondo, cogliere l’opportunità, per il Regno Unito, di riplasmare le relazioni con l’Europa, in modo da promuovere i nostri interessi nazionali entro un quadro di libero mercato, libero scambio e cooperazione. Ciò vuol dire: meno e non più Europa. Meno costi, burocrazia, ingerenze in questioni che sono una peculiarità degli Stati membri”. Al 47% dei britannici, evidentemente, queste misure non sembrano affatto sufficienti. E l’80% vuole per lo meno votare per decidere. Ecco perché il dibattito è molto vivo fra i Conservatori (che sono sempre stati euroscettici), ma anche i Laburisti iniziano a prendere atto che esiste un diritto di voto e di scelta fra i loro elettori.

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2 Comments

  1. Lorenzo says:

    Mi chiedo a chi interessi ancora l’euro a questo punto…

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