La vendetta di Madrid su quei 5mila barcellonesi cacciati da casa

di HELP CATALONIA indignados-madrid

Tra il 1717 ed il 1718 fecero scomparire il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona di allora, fatto che avrebbe comportato un grado di distruzione ancora più grande rispetto alla propria guerra”. L’artista Frederic Perers spiega come ha reso omaggio alle 73 famiglie obbligate a lasciare le loro case.
L’evento fu realizzato nel corso di una recente Diada .Si è trattato di “settantatre cognomi appesi sui balconi delle facciate rivolte verso il mercato, lignaggi che corrispondono alle settantatre famiglie che abitavano nelle case trovate nello scavo – spiega l’artista -. Rappresentano simbolicamente i cinquemila barcellonesi che, costretti dalle autorità borboniche, dovettero lasciare casa per permettere la costruzione di una fortezza militare: la Cittadella.
Cosa capitò esattamente a migliaia di barcellonesi del quartiere della Ribera nel 1714? Quale impatto ebbe per la città?Nel settembre del 1714, alla fine della Guerra di Successione, Barcellona era rimasta sconfitta ed occupata dalle truppe franco-castigliane. Con il decreto di Nuova Pianta, Filippo V aboliva le istituzioni della Catalogna ed imponeva l’organizzazione politica castigliana. Tuttavia, la repressione di Filippo V contro la capitale catalana non si fermò qui. Finita la guerra, uno dei primi propositi dei vincitori fu la costruzioni di due fortezze un modo da dominare i barcellonesi e togliere loro dalla testa qualsiasi tentativo di ribellione futura. La prima, che doveva essere posizionata sui cantieri navali, non arrivò a concretizzarsi. La seconda, doveva collocarsi verso il fiume Besòs, vicino il baluardo di Santa Chiara, ed ebbe delle brutali conseguenze per il Quartiere di Mare. Iniziata nel 1716, la fortezza richiedeva un grande spazio davanti libero di edifici, fatto che comportò un grado di distruzione maggiore della propria guerra.Tra il 1717 ed il 1718 avvennero le demolizioni che avrebbero creato il grande piazzale. Si colpirono, in un solo colpo, un gran numero di strade e di diversi quartieri e, in due anni, scomparve il 17% della superficie urbanizzata della Barcellona dell’epoca.Come è sorta l’idea di omaggiare quei barcellonesi?Alla fine del 1999 ho installato il mio studio nella via della Ribera, praticamente di fronte a una delle porte laterali del mercato. All’interno, nel 2001 ebbero inizio gli scavi che avrebbero scoperto la Barcellona degli inizi del secolo XVIII. Dal balcone di casa mia ho potuto seguire giorno dopo giorno l’evoluzione di questi lavori, che rendevano sempre più visibili le vestigia della Barcellona antecedente all’occupazione borbonica.

I proprietari, alcuni dei quali avevano già ricostruito i danni causati dall’artiglieria borbonica, furono espropriati senza alcun indennizzo e obbligati a demolire i loro propri immobili. Circa cinquemila vicini –la stessa popolazione che avevano allora alcune città come Vic o Girona- dovettero andare via, il 70% dei quali verso i paesi vicini.

Convertita la zona in un immenso piazzale, non fu ricostruita fino alla fine del secolo successivo. Nel 1869 i terreni della Cittadella furono restituiti alla città e, successivamente, l’architetto Fontserè avrebbe progettato il parco, il mercato e la ri-urbanizzazione della zona, dando al quartiere l’attuale aspetto.

Nell’anno 2003, in occasione della Diada, TVC aveva trasmesso il documentario El Born, un vincolo con il passato, diretto da Jordi Fortuny e Marina Pi. Che io ricordi – commenta Perers -, quella fu la prima volta che ebbi notizia della tragedia vissuta in quel quartiere pochi anni dopo l’assedio del 1713-1714, e che mi furono date delle cifre di quella barbarie, venendo a conoscenza solo allo di quella catastrofe umana.
Le mie opere partono quasi sempre dal luogo, dallo scenario dei fatti. Inutile dire che la conoscenza della sfortunata vicenda dei riberesi di allora mi motivò enormemente a dare vita ad un memoriale che potesse ridare loro dignità. Quasi fin dal primo momento ho pensato di usare i cognomi di quelle famiglie, ma l’unica persona che me li poteva procurare era lo storico Albert Garcia Espuche, la persona che più conosce la storia di questa città. Garcia Espuche lavorava da anni all’opera che doveva compendiarli, La Città del Born, ma fino al 2009 questo lavoro non vide la luce.
Con la pubblicazione e l’ottenimento dei cognomi eravamo a metà del’opera perchè ancora dovevamo capire quale grado di empatia con il progetto si sarebbe ottenuto tra i vicini. La Ribera onora la Ribera ha subito diversi rinvii, e finalmente, alla fine del 2012 decisi di riprendere il progetto e portarlo avanti nei primi mesi del 2013, prima dell’apertura del Born Centro Culturale.

 

                                                          Frederic Perers

Perchè le tele sui balconi? Pretende essere un evento di partecipazione cittadina (o, almeno, che coinvolga i vicini?)
 Mi piaceva l’idea di vedere vicini che omaggiavano dei vicini, che gli abitanti della Ribera di oggi fossero gli attori principali di questo memoriale ed i protagonisti del ritorno al quartiere dei cognomi degli espulsi. Separati unicamente dal tempo, i vicini della Ribera di oggi hanno solidarizzato simbolicamente con i vicini della Ribera di ieri. Con una rimembranza austera, serena e silenziosa, senza sigle nè consegne.

E mi piaceva specialmente che l’installazione usasse i balconi come supporto, il punto più pubblico di una casa, di un ambito privato. Lo spazio dove, senza uscire di casa, la cittadinanza appende ed esprime individualmente il suo impegno, le sue rivendicazioni e le sue gioie collettive.

Balconi vestiti di cognomi, una forma diretta, visibile, viabile e partecipativa di fare un omaggio.

Qual è l’obiettivo principale?

Da una parte, l’obiettivo è ricordare i profughi della Vilanova dei Mulini del Mare, la Fusina, la zona del convento di Santa Chiara, la Ribera, il piano di Llull,… quartieri scomparsi, la maggior parte di questi nomi non risultano più familiari agli abitanti della Barcellona del 2013. Sembra incredibile ma tre secoli dopo i fatti, la città aveva in sospeso di rendere omaggio a tanti e tanti barcellonesi che, dopo un assedio brutale ed un’imposizione straniera, furono esiliati dalle loro case.

D’altra parte, che i riberesi di oggi prendano coscienza che si trovano nella zona zero del 1714, nel luogo della barbarie. Gli attuali abitanti della Ribera svolgono le loro vite nelle prime case costruite dopo la distruzione di questa parte di Barcellona. Valeva la pena reincorporare i fatti nella memoria collettiva del quartiere e del paese.


Consideri importante ricordare i fatti del 1714 e le sue conseguenze? Perchè?

Insomma, che ti eliminino dalla faccia della terra a furia di bombe è un fatto che, come paese, non abbiamo voluto mai dimenticare. La nostra “minorizzazione” come popolo ha inizio da quella sconfitta, ma la data tragica è anche l’inizio del duro cammino verso il recupero della pienezza nazionale. E’ stato necessario che ci abbiano creduto molte generazioni per arrivare dove siamo adesso, alle porte del raggiungimento dello stato proprio.

Vedi un rapporto tra i catalani del 1714, o alla situazione che si viveva allora in Catalogna, con i catalani ed il paese attuali?

In ambedue i casi ci si trova in un crocevia, in un momento determinante per il futuro del paese. La differenza giace basicamente nella direzione degli eventi. Mentre 300 anni fa la Catalogna sprofondò con la perdita delle libertà nazionali, adesso precisamente siamo alle porte di ridiventare nuovamente proprietari del nostro futuro. La chiave è che allora le cose si sistemavano a botte e vinceva il più forte. Adesso le decisioni le prendono le maggioranze e, se facciamo squadra, saremo quello che vorremo essere, qualsiasi cosa dicano in Spagna o nel mondo.

 

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