LA TYMOSHENKO PAGA PERCHE’ VUOLE L’UCRAINA INDIPENDENTE

di STEFANO MAGNI

Yulia Tymoshenko rischiava di lasciarci la pelle, nel carcere di Kachanivsky, Kharkov, Ucraina orientale. Malata da mesi, con dolori alla schiena e difficoltà respiratorie, ha rischiato di essere uccisa da alcune medicine passatele dalle autorità carcerarie e poi dal ritardo dei soccorsi. Avvelenamento? Forse, ma basta l’incuria per mandare all’altro mondo una persona. La Tyomoshenko è una sorvegliata speciale: una telecamera la fissa 24 ore su 24. Ma per “accorgersi” che stava morendo, in seguito all’assunzione dei medicinali, la sua compagna di cella ha dovuto prendere a pugni la porta per farsi sentire dalle guardie. I soccorsi sono arrivati solo dopo più di 20 minuti. E’ questa la ricostruzione che è stata fatta dall’avvocato della ex premier ucraina, Serhy Vlasenko. Secondo Oleksandr Turchynov, braccio destro della Tymoshenko nel movimento Opposizione Democratica, si è trattato di un tentativo di avvelenamento. E’ dello stesso parere anche il marito di Yulia, Oleksandr Tymoshenko, esule a Praga, dove ha ottenuto l’asilo politico la settimana scorsa.

La Tymoshenko è stata condannata a sette anni di carcere per “abuso di potere”, dopo un processo in cui ha avuto ben poca possibilità di difendersi. Per gli europei occidentali e gli americani, è diventata un “caso umano”. Se dovesse passare altri anni in carcere e attrarre la simpatia di qualche star del pop, come Bono degli U2, potrebbe diventare una celebrità dissidente come Aung San Suu Kyi. E sarebbe la sua disgrazia. Perché dei casi umani non sappiamo che farcene. Servono agli intellettuali per farsi vedere sensibili ai problemi di mondi lontani, ai Vip che vogliono mostrarsi altruisti, alle Ong che campano sulle sfortune altrui. E in tutto questo baraccone, si perdono gli elementi essenziali: le idee del dissidente incarcerato, la possibilità di scegliere da che parte stare.

L’idea di Yulia Tymoshenko è una sola ed è bene ricordarla: l’indipendenza dell’Ucraina.

Il Paese è già indipendente, ufficialmente, dal 24 agosto 1991. Aveva passato un periodo terribile sotto il regime di Mosca: dai cinque milioni di morti della carestia scientemente provocata da Stalin, al numero tuttora sconosciuto di vittime dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. Staccandosi dalla casa madre, gli ucraini avevano ben poco da rimpiangere. Ma i sovietici avevano fatto le cose per bene, al fine di tenersi le proprie province periferiche: da Stalin in avanti hanno creato un sistema detto di “interdipendenza” (che in realtà va letta come: dipendenza) per cui una provincia non può mai sganciarsi dal centro senza perdere gran parte della sua capacità produttiva. La Russia si presenta, anche sul piano formale, come la repubblica “erede” dell’Urss. E non ha perso il vizio di controllare gli affari dei Paesi ex sovietici. L’Ucraina è doppiamente vincolata. Dal suo territorio passano i gasdotti che vanno a rifornire l’Europa. Se Mosca deve esercitare pressioni su Kiev (sui prezzi, sulle basi militari, sulla politica, o altre ragioni), le basta chiude il rubinetto. Ed è l’Unione Europea che, trovandosi al freddo, protesta… contro Kiev, l’anello più debole della catena. Mosca non si accontenta di un’obbedienza economica. Vuole preservare la sua presenza politica nell’ex provincia sovietica. Fino al 2003 si sono alternati alla presidenza del Paese dei brontosauri post-sovietici approvati dal Cremlino: Leonid Kravchuk, poi Leonid Kuchma. Leader con una testa rivolta al passato, fedeli all’alleanza col Cremlino, per nulla riformatori. E anche estremamente corrotti. Kuchma è tuttora sospettato di aver fatto assassinare il giornalista Georgy Gongadze, che indagava su traffici illegali di armi.

Yulia Tymoshenko ha, quantomeno, tentato di spezzare questa consuetudine. Dopo le elezioni del 2003, che avrebbero dato la vittoria (fraudolenta) al terzo brontosauro post-sovietico, Viktor Yanukovich, ha guidato la Rivoluzione Arancione. Benché la leadership politica del movimento fosse nelle mani del candidato presidente Viktor Yushchenko, era la Tymoshenko la vera animatrice della rivoluzione. Senza sparare un solo colpo, i rivoluzionari hanno vinto all’inizio del 2004. Yushchenko ha trionfato nelle elezioni.

E della rivoluzione non se ne è fatto nulla. Dopo sei anni di lacerazioni interne alla sua maggioranza, l’esperimento è fallito. Complice la pressione russa da un lato e l’indifferenza europea dall’altra, oggi, al potere, c’è quello stesso Yanukovich che aveva perso la rivoluzione. Uno per uno, tutti i membri dell’ultimo governo Tymoshenko, premier per prima, stanno passando sotto le forche caudine della magistratura. L’Ucraina è oggi più realista del re: persino le figure storiche dell’indipendentismo, Stepan Bandera (1909-1959) e Roman Shukhevych (1907-1950), sono state private del loro simbolico status di eroi nazionali.

All’Unione Europea, che a volte emette sterili proteste sulle condizioni carcerarie della Tyomoshenko, tutto sommato sta bene che le cose siano andate in questo modo. Come ha ben dimostrato, forte dei suoi documenti, il dissidente sovietico Vladimir Bukovskij (nel suo “Eurss”), nessun leader europeo, da Mitterrand ad Andreotti, avrebbe voluto la dissoluzione dell’impero sovietico. E tuttora c’è da scommettere che i leader europei che contano, come Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, preferiscano trattare con una sola capitale, Mosca, piuttosto che con tante nuove voci.

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One Comment

  1. Mario says:

    Caro Magni le “rivoluzioni arancione”, sono solo forme di protesta organizzata e fortemente finanziata dalle lobby e dalle fondazioni USA (spesso filo-sioniste) per destabilizzare i regimi non ancora sottomessi!
    Si informi ed eviti di scrivere lodi sperticate sulle rivoluzioni arancione.
    Chi finanzia le rivoluzioni non è un filantropo ma semplicemente “investe” contando poi sui ritorni commerciali e di controllo politico del paese in caso di vittoria. O peggio opera per conto del governo USA il cui scopo è di occupare il territorio ex URSS ed impiantarvi basi militari (vedi Serbia, Georgia, ecc.)

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