La tirannide dei partiti affossa le riforme

Il meglio dell’Indipendenza

di ENZO TRENTIN

È diffuso un notevole scetticismo circa la possibilità di significative riforme in Italia, e non solo tra i ben pensanti. Alcuni, per esempio, hanno recentemente fornito un’analisi della crisi della società italiana che potrebbe quasi essere letta come un appello alla rivolta, nonostante che volesse indubbiamente essere un’espressione di disincantamento: «…dovrebbe essere finalmente diventato chiaro che i grandi problemi del nostro tempo – la “militarizzazione” della vita politica attraverso partiti ad personam, la guerra in Afghanistan, Libia e altrove che le FF.AA. sono state chiamate a fare in spregio all’art. 11 della Costituzione, mentre ai contribuenti non è dato eccepire pena la condanna come evasori, i “conflitti razziali” nei confronti di un’immigrazione incontrollata e a volte beneficiaria di privilegi nemmeno lontanamente previsti per gli autoctoni, la povertà, il decadimento delle nostre città, la distruzione dell’ambiente naturale – non sono suscettibili di soluzioni razionali nell’ambito dell’attuale sistema di potere.

La povertà su larga scala: milioni di pensioni intorno ai 500 euro a fronte di privilegi inconcepibili ai Boiardi di Stato, il decadimento delle città e la rovina dell’ambiente naturale e del patrimonio artistico, sono il risultato non di disastri accidentali ma di politiche economiche e sociali nella cui continuazione potenti gruppi sociali hanno interessi acquisiti…» Questa distribuzione del potere è sopravvissuta, sostanzialmente indisturbata, a tutti i movimenti riformatori – movimenti che «appaiono retrospettivamente come tentativi sostanzialmente vani di realizzare attraverso una riforma razionale e moderata ciò che può essere realizzato solo con un mutamento radicale di potere e di priorità, sia attraverso la disintegrazione della struttura di potere in atto sia attraverso l’esercizio del diritto di rivolta previsto persino nell’ordinamento fascista».

La società italiana, ma più congruo sarebbe affermare la società rappresentata dagli attuali partiti politici, ha scelto di rifiutare il suo retorico impegno per l’eguaglianza nella libertà e di usare tutti i mezzi a sua disposizione per conservare l’attuale sistema di ingiustizia, in patria e all’estero, come «suo fine ultimo», vedasi la questione dei due Marò arrestati in India. Tale la conclusione. La nostra paura e «il nostro conformistico asservimento a chi detiene il potere» sono le cause del tradimento della promessa di una società autenticamente democratica. Si potrebbe proseguire su questa strada. Si potrebbe anche provare che questi movimenti riformatori non miravano allo scopo primario di ridistribuire il potere, ma piuttosto che hanno storicamente rappresentato «l’ideologia politica dei gruppi di interesse nascenti e poi dominanti» (la lega Nord vi dice nulla?), e che poche riforme sono state realizzate senza l’approvazione tacita, se non la guida, degli interessi delle grandi lobby.

Ciononostante, anche constatazioni catastrofiche come queste non devono essere interpretate come se intendessero affermare che non c’è soluzione.

Alessandro Passerin d’Entrèves che è stato un filosofo e storico del diritto, e fu uno dei più importanti pensatori liberali del XX secolo, scriveva: «In una società democratica ci dovrebbe essere il maggior posto possibile per il dissenso, per l’obiezione di coscienza, per la contestazione […]. In questa società non ci può essere posto per la violenza, perché la sua regola non è la forza, ma la ragione. Ma se non c’è luogo qui per la violenza, per il tirannicidio, c’è pur luogo per qualche altra forma di resistenza, meno cruenta ma pur efficace: la resistenza passiva o, come anche si chiama, la disobbedienza civile. È una via che è stata indicata da uomini nobili e generosi».

La questione è che prima è necessario abbattere il “tiranno partitocratico”.

Uno dei riferimenti più espliciti sul vero significato del tirannicidio, cioè uno dei testi che meglio spiega se sia lecito o meno uccidere un tiranno o un dittatore, lo si ritrova nel “Commento alle sentenze” di san Tommaso d’Aquino. Uno dei passi più significativi del testo afferma: “Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore costituisce una lode per colui che uccide il tiranno”. Il significato di questo passaggio è: “Se il tiranno è un feudatario si può ricorrere all’imperatore per rimuoverlo. Ma se non esiste un imperatore il tiranno va ucciso”.

Un pensiero che va anche oltre a quello descritto dal giusnaturalista Ugo Grozio nel “De jure belli ac pacis”. Grozio sosteneva che “un re che si dichiara apertamente nemico del suo popolo e che abdica così al suo potere, sia da combattere fino alla fine”. E che lo strapotere dei partiti italiani abbia travalicato ogni limite è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo esempio in ordine di tempo ci arriva da Oristano in Sardegna, dove il signor Lucio Sanna sta mettendo insieme una lista civica per concorrere alle imminenti elezioni in quel Comune.

Ebbene, egli vorrebbe introdurre – se sarà eletto – la piccola riforma allo Statuto di quell’Ente locale, introducendo i referendum «d’iniziativa» e «di revisione» tra la popolazione comunale in materia di esclusiva competenza locale. Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. In ambedue i casi: «d’iniziativa» e «di revisione» i referendum siano validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto.

Questo in armonia con l’Art. 8 (Partecipazione popolare) del Decreto legislativo 267/2000), (“Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”). Ma, c’è un ma… e va anzitutto premesso che l’articolo 116 della Costituzione recita, all’inizio: «Il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, la Sicilia, il Trentino- Alto Adige/Sudtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale». E va quindi aggiunto che il Decreto legislativo 17 aprile 2001, n. 234 – Norme di attuazione dello Statuto speciale della regione Sardegna per il conferimento di funzioni amministrative, in attuazione del Capo I della legge n. 59 del 1997. (GU n.141 del 20-6-2001 ).

Per cui nello Statuto della Sardegna c’è qualcosa di ‘strano‘, ovvero l’articolo 15: nello Statuto della Regione Sardegna si parla esplicitamente di referendum abrogativo, propositivo e consultivo (gli ultimi due per loro natura non vincolanti), quindi sembra proprio che di là dal Tirreno le cose non siano ‘libere‘ come nelle 15 Regioni a Statuto ordinario. Ed anche nel trentino è così. La regione ha fatto una legge sugli enti locali e sui contenuti dei loro statuti. Privilegi delle regioni a statuto speciale.

Insomma, non a caso Don Luigi Sturzo (che di queste cose aveva conoscenza) scriveva: «Abbiamo in Italia una triste eredità del passato prossimo e anche in parte del passato remoto, che è finita per essere catena al piede della nostra economia, lo statalismo economico inintelligente e sciupone, assediato da parassiti furbi e intraprendenti, e applaudito da quei sindacalisti senza criterio che credono che il tesoro dello Stato sia come la botte di San Gerolamo dove il vino non finisce mai… […] «Nel mio cammino verso la Democrazia per esperienze personali, studi e lotte, di bestie enormi ne ho individuate proprio tre: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico. Il primo va contro la libertà; la seconda contro l’uguaglianza, il terzo contro la giustizia. Ebbene, senza libertà, uguaglianza e giustizia non esiste democrazia.»

A questo punto, considerato che nessuno di noi, pur avendone il “diritto morale” (come su teorizzato da secoli) di vestire i panni del tirannicida, altro non ci resta che batterci per l’indipendenza!

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