LA TERRA LOMBARDA NON GENERA VERI CAPI POLITICI

di GIANFRANCO MIGLIO*

II saggio “Vocazione e destino dei lombardi”, che chiude il presente volumetto, è indispensabile per capire il significato dell’ esperienza da me vissuta nel contatto con la Lega lombarda: e andrebbe dunque letto prima delle pagine che seguono. Questo saggio lo scrissi, verso la fine del 1989, come introduzione storico-politica a un volume su La Lombardia moderna (Civiltà di Lombardia) pubblicato dalla casa editrice Electa.

Le conclusioni, infatti, a cui approdavo con quel saggio, sono: che è sempre stata «scarsa l’inclinazione dei lombardi ad accorparsi in una comunità politica autonoma»; che «la terra lombarda non genera uomini di Stato»; che «il filo rosso conduttore della storia dei lombardi è la tendenza di questi a lasciare ad altri l’esercizio del potere, per concentrarsi sull’attività economica e, se mai, condizionare da questa sede chi il potere detiene»; «che la radice della vocazione “a-politica” (o anti-politica) dei lombardi va ricercata proprio nel cosmopolitismo congenito all’operatore economico: il lombardo è rimasto sempre e orgogliosamente un “lombard”: per eccellenza un uomo d’affari».

E – dopo aver previsto, per sviluppi ineluttabili, destinati a manifestarsi verso la fine del secolo, una Europa dominata dalle stirpi germaniche, con il baricentro spostato a Est del Reno – affermavo: «qualcuno, considerando il fenomeno crescente delle “leghe” locali, immagina che, nella futura Europa “delle regioni”, potrebbe trovar posto una Padania organizzata e raccolta intorno ai lombardi e “federata” con le altre parti d’Italia»; ma poiché «i lombardi non sembrano aver mai avuto la vocazione dei creatori di aggregazioni politiche, dei fondatori di stati», chiudevo: «quanti temono la crescita della Lega lombarda possono dormire sonni tranquilli… i lombardi, lungi dal mirare a conquistare la direzione dello Stato nazionale, tireranno a superarlo, coglieranno le chances offerte dall’integrazione europea, spostando oltre i confini nazionali i propri interessi e le proprie energie. E se avranno bisogno di protezioni e di alleanze politiche, le cercheranno oltralpe».

Queste tesi, fondate su un’analisi spassionata della storia e dell’antropologia lombarda, erano però in apparente contrasto con alcuni articoli che da un paio d’anni (e addirittura dal 1975) andavo pubblicando sul Sole-24 Ore e su altri quotidiani nazionali (e che poi nel l990 vennero in parte raccolti nel pamphlet Per un’Italia «federale» e tradotti in inglese dal periodico americano Telos).

Qui del resto completavo la mia diagnosi osservando che, serrati nella logica dello Stato unitario, i lombardi, per la prima volta nella loro storia, finivano schiacciati da una congiuntura avversa: diventavano stabilmente un popolo «tributario», perché egemonizzati da una classe parlamentare a maggioranza centro-meridionale e da una burocrazia per il novanta per cento proveniente dal Sud. Questo spostamento demografico rendeva impossibile influenzare la politica economica nazionale e sfuggire alle conseguenze devastanti di uno sfrenato assistenzialismo, praticato sotto la bandiera equivoca della «solidarietà»: il Nord non avrebbe mai visto garantito il suo diritto a disporre delle risorse finanziarie necessarie per creare le condizioni (infrastrutture) da cui sviluppare le sue ulteriori grandi capacità produttive.

Ma proprio questa condizione insopportabile avrebbe forse costretto i lombardi a cercare e trovare – ancora: per la prima volta nella loro storia – un minimo di organizzazione istituzionale. E da questa considerazione fui spinto a domandarmi se non fosse opportuno avvicinarmi a quanti operavano nel confuso magma del «leghismo»: non per mettermi a «fare politica», ma per verificare la mia originaria tesi scettica su queste aspirazioni.

Erano mesi in cui i «leghisti» venivano derisi e sputacchiati da quasi tutta la stampa nazionale: mesi in cui su di loro si scatenavano l’ironia e il disprezzo dei partiti tradizionali e delle autorità costituite. La mia cauta presa di posizione a loro favore – contenuta negli articoli che ho citato sopra fu accolta dai «quadri» della Lega come un aiuto insperato: come un intervento che improvvisamente nobilitava la loro impresa e donava alla stessa la dignità di un vero movimento politico.

Naturalmente questa iniziativa aveva per me un prezzo non irrilevante: ma di questo dirò più avanti. Piuttosto ero sulle spine perché temevo che qualcuno, avendo letto il saggio “Vocazione e destino dei lombardi”, con le sue conclusioni scettiche, mi contestasse un peccato di incoerenza: avrei potuto facilmente spiegare le ragioni della mia curiosità scientifica, ma non ero sicuro che, specialmente i «leghisti» lombardi, mi avrebbero capito, Fortunatamente scopersi che nessuno, né fra gli studiosi né fra i giornalisti, aveva letto lo scritto del 1989: questo era rimasto sepolto nel grosso volume dell’Electa, destinato non al grande pubblico ma ai clienti di una banca, e quindi finito a dormire nelle librerie decorative della borghesia milanese.

 

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9 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Da ste bande se xe primi mondiai sul laoro ma ultimi in poitega.

    Pensar masa al laoro porta che te vien governa’ da chi no laora, ansi, el te varda quando te laori.

    Podopo, come xe suceso coi nostri rapresentanti poitesi che da latori ea voeonta’ popoear i xe pasai a capipopoeo, co i ciapa pie’ lori comanda e nialtri se laora e basta.

    I ga fato un inpero parche’ e come no se o sa… o se sa ma se fa finta de no saerlo.

    Me dimando senpre: ma quanti jeri mo sti romani pa ver laora’ cusi’ tanto pa ver fato aquedoti, strade, coeosei e via pacioeoando..?

    A chel tenpo ja’ ea popoeasion no a jera ai livei nostri de unkuo’, par cui… me sa tanto che ori vardava e chealtri laorava..!! O no..?
    Quindi..??

    I comandava, come unkuo’ dal resto, e i magnava faxendo tanti bunga bunga..!! Kealtri laorava..!

    Ma me par che ancora no ea gavemo capia, o si..?

    Ori i savea soeo na paroea de latin, questa: NOSTRUM..!

    I vardava vanti l’orixonte e i dixea: NOSTRUM..!

    E i mandava vanti chealtri a dirlo co ea spada corta, dixesta DAGA (che vegnara’ da daghe, daghee) pa no farla vedar…

    I doparava tanto el sarvel soeo par queo..!!
    Comandar e magnar condio coi bunga bunga.

    Ciamemoi mone nialtri, quei la’..!!

    An salam

    • luigi bandiera says:

      desmentegon che son.

      L’inpero soo xe cajesto quando i se ga desmentega’ ea paroea soa che a jera come un passepartout e cioe’ NOSTRUM.

      I gavea finio ea DEPREDASION e no i gavea pi’ motio de dir NOSTRUM e i se a ga desmentegada. Come femo nialtri co e nostre lengoe che serte paroe e xe scanpae via par no verle doparae.

      Insoma, ea mana no a ghe jera pi’. FINIA KAX..! FINIA A PAKIA..!

      Ma i xe tornai unkuo’.

      Saremo mo boni de farli corar..??

      Lo go sgrafa’ qualche mexe fa: a nialtri ne manca EL KAPO..! UN KAPO e no kapo’.

      Amen

  2. BB70 says:

    Un grande Professore, davvero con la p maiuscola, che vedeva molto avanti e conosceva molto bene le sue genti!

  3. Sante says:

    i Craxi, i Berlusconi ed i Bossi hanno avuto infinito potere,
    …per regalarsi ai terroni
    ….in cambio dei loro miserrimi&meskini interessi personali.
    ERGO il Prof. Miglio non ci ha preso.
    ovvero il Lumbard hanno “generato” delle bestie immondissime di classe “statale”, ma non “statista”.
    ….ma alla fine i lombardi “hanno prodotto”
    quelle “deviazioni genetike”…
    e quindi maledicano se stessi oltre all’italia.
    Serenissimi Saluti

    • Giancarlo says:

      Infatti, se è vera la premessa di Miglio è sbagliata la sua conclusione. Aggiungerei ai tre citati anche Mussolini, romagnolo ma formatosi politicamente e umanamente a Milano, dove fu organizzata, preparata, FINANZIATA e rivestita della carica simbolica che sappiamo la “marcia su Roma” del ’22, alla quale evidentemente hanno preso parecchio gusto a giudicare dagli eventi successivi. In effetti i lombardi hanno imparato benissimo a produrre uomini politici, però pessimi, e ce li dobbiamo ciucciare tutti noi. Monti forse è l’eccezione che conferma la regola, con il suo aplomb di algido tecnocrate mitteleuropeo e di grand commis d’état. Mai visti politici lombardi così.

  4. Filippo83 says:

    Capisco che chiamarli “uomini di stato” sia un’esagerazione, ma Craxi, Berlusconi, Monti…e poi Depretis, Cairoli, Zanardelli, Bonomi…da dove venivano? Certo, rispetto al suo peso demografico ed economico, nella storia italiana i primi ministri lombardi sono relativamente pochi, rispetto al gran numero di piemontesi, tosco-emiliano-romagnoli e sudisti o siciliani che ci son stati; ma sono comunque molti di più di quanti ne abbia mai sognati il Triveneto intero. Per altro, i novaresi à la Scalfaro sarebbero più lombardi che piemontesi, nonostante la regione d’appartenenza…
    Vero, invece, che molti dirigenti lombardi (politici ed economici) sono a proprio agio insieme a qualcuno: non hanno mai avuto un proprio, vero, libero stato, fondato da loro stessi o almeno dai loro nobili/notabili, come i veneti o i siciliani. Sono stati capitale solo per ingerenze esterne: il tardo impero romano, e i due regni d’Italia longobardo e napoleonico.
    Stranamente, sempre capitale d’Italia… Saranno anche succubi, ma questi lombardi si inseriscono benissimo nelle “stanze dei bottoni”: una subalternità ben ricompensata, e che porta (ad alcuni di) loro grossi vantaggi. Mica come noi veneti, (tar)tassati e pure esclusi dai grandi giri, e da sempre “corpo estraneo” nell’Italia unita…

  5. Riccardo Mazzoleni says:

    era un gigante ììì

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