La Svizzera e i suoi stranieri: il pragmatismo, prima di tutto

Swissinfo-image-42044814di   Marc-André Misere –  Gli immigrati hanno ampiamente contribuito a costruire la Svizzera moderna. Provenienti principalmente da Francia, Germania e Italia, nel 1914 costituiscono già il 15% della popolazione del paese. Alcuni sono banchieri o industriali, ma la maggior parte lavora nei campi, nelle fabbriche o sui grandi cantieri ferroviari.
Con la crisi economica post-conflitto il paese vede nascere un sentimento di paura per un possibile inforestierimento (“Überfremdung” in tedesco), ossia la presenza troppo numerosa di stranieri, ormai percepiti come una minaccia per la coesione nazionale.
È in questo clima che il Consiglio federale (governo) elabora nel 1931 la prima Legge sugli stranieri. La normativa «porta con sé l’idea che la Svizzera non è un paese d’immigrazione e che gli stranieri possono solo soggiornare per un periodo limitato. È l’origine del famoso statuto di stagionale», afferma Etienne Piguet, professore di geografia umana all’università di Neuchâtel e autore nel 2013 del libro “L’immigrazione in Svizzera. Sessant’anni con la porta semiaperta”.
Al termine della Seconda guerra mondiale, la Svizzera ha nuovamente bisogno di braccia. Decide così di spalancare le porte all’immigrazione, attenta però a richiuderle non appena l’economia rallenta e i bisogni dell’economica diminuiscono. È quanto accade nel 1963, quando il Consiglio federale introduce per la prima volta una quota massima di stagionali per cantone. «A quei tempi, la preferenza nazionale è considerata come qualcosa di assolutamente normale, ricorda Piguet. A prevalere è l’idea che la Svizzera offre dei posti di lavoro e coloro che ne usufruiscono devono semplicemente considerarsi fortunati. Poi potranno rientrare al paese coi propri risparmi».
Il lungo cammino verso l’integrazione
“Gastarbeiter”, lavoratore straniero: la terminologia è chiara. Lo straniero – all’epoca soprattutto italiano – è benvenuto in Svizzera per lavorare, ma nulla di più. Roma però la pensa diversamente. Nel 1964, cedendo alle pressioni costanti dell’Italia, la Svizzera finisce per concedere la possibilità di trasformare, dopo cinque anni, il permesso di stagionale in permesso annuale e accorda ai lavoratori italiani il diritto, fino ad allora negato, al ricongiungimento famigliare.
L’anno seguente è lanciata a Zurigo la prima iniziativa popolare “contro l’inforestierimento”, che sarà ritirata nel 1968 prima della votazione. La seconda arriva nel 1970, promossa da James Schwarzenbach, parlamentare del partito di estrema destra Azione nazionale. L’iniziativa vuole limitare il numero di stranieri al 10% della popolazione. Una misura che avrebbe implicato l’espulsione di 300mila persone dal territorio elvetico. Il testo è respinto dal 54% dell’elettorato, ma sono ben otto i cantoni che dicono sì.
Le iniziative seguenti, sottoposte al voto nel 1974 e nel 1977, sono respinte in modo ancora più netto dalla popolazione elvetica. Nel frattempo, il governo crea la Commissione federale degli stranieri, che promuove integrazione e naturalizzazioni accelerate.
«Si comincia a riconoscere che queste persone fanno parte della nostra società, che non ripartiranno e che sta nascendo una seconda generazione di immigrati. È il punto di partenza di una politica d’integrazione», sottolinea dal canto suo Sandro Cattacin, sociologo all’università di Ginevra ed esperto di migrazione.

Dopo l’ondata xenofoba degli anni Settanta, la sinistra contrattacca con una proposta volta a sopprimere lo statuto di stagionale, che giudica inumano. Ma la sua iniziativa, denominata ‘Essere solidali, per una nuova politica degli stranieri’, è respinta in votazione popolare nel 1981 con una maggioranza schiacciante dell’83,8%. Bisognerà attendere il 2002 e l’entrata in vigore dell’accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE, per vedere abolito il permesso di stagionale. Nel 1985, 1993 e 1995, gli svizzeri respingono ancora tre iniziative volte a limitare l’immigrazione.

La porta semiaperta agli immigrati
«In questo periodo nessuna iniziativa particolarmente restrittiva è stata accolta dal popolo, riassume Piguet. Ma allo stesso tempo sono state bocciate anche le iniziative a favore degli immigrati. La Svizzera ha sostenuto l’immigrazione, ha reclutato lavoratori soprattutto per rispondere ai bisogni dell’economia, ma parallelamente ha sempre cercato di frenare. È ciò che ho definito la strategia della porta semiaperta».
Per Sandro Cattacin, se oggi la Svizzera urbana sembra convivere bene con l’immigrazione, una parte della popolazione coltiva ancora questo riflesso di chiusura. Ma questo sentimento è evoluto nel tempo: «Il discorso xenofobo degli anni ’60-’70 non era incentrato, come oggi, su aspetti culturali, ma sul mantenimento di ciò che ha fatto la bellezza del paese. Schwarzenbach era un romantico, un verde, molto orientato verso la natura. Ai suoi tempi, la Svizzera ha conosciuto una cementificazione accelerata, un po’ come accade oggi nei paesi dell’Est europeo. E quando questi cambiamenti sopraggiungono troppo rapidamente, la gente si sente disorientata e si rifugia in sentimenti conservatori».

Freno all’immigrazione, una prima
Come spiegare allora il voto del 9 febbraio 2014? Quel giorno gli svizzeri hanno accolto, a stretta maggioranza, l’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) contro la cosiddetta ‘immigrazione di massa’.
«È un caso interessante, analizza Sandro Cattacin. La maggior parte delle iniziative precedenti, che erano apertamente xenofobe, hanno ottenuto più o meno lo stesso risultato, ma in senso inverso: il 60-40% di no. C’è però un 20% circa dell’elettorato che è può tendere verso la xenofobia, se la proposta non tocca il suo benessere o il suo portamonete. L’abbiamo visto con il divieto di costruire minareti e assisteremo a un fenomeno analogo con l’iniziativa anti-burka».

«Per contro, malgrado le conseguenze importanti sull’economia, l’iniziativa del 9 febbraio è riuscita a convincere una parte di quel 20% dell’elettorato. Il fenomeno si spiega con una certa confusione nella testa della gente, che non sapeva bene su che cosa si votasse esattamente. I Verdi ticinesi, ad esempio, hanno sostenuto l’iniziativa spinti da un sentimento anti-europeo. Ciò è bastato a far pendere l’ago della bilancia verso il sì e a mettere la Svizzera di fronte a problemi che non sa come risolvere».

Nemmeno Etienne Piguet intravede una soluzione al dilemma svizzero: introdurre dei contingenti, senza violare l’accordo sulla libera circolazione. Dal suo punto di vista, il freno all’immigrazione dovrebbe comunque assumere una «forma misura moderata, come una clausola di salvaguardia destinata a non essere mai attivata». Almeno per quanto riguarda l’immigrazione europea. Piguet prevede invece restrizioni molto più severe per i cittadini provenienti dagli Stati terzi e soprattutto per i richiedenti l’asilo.
«In pratica, la Svizzera cercherà di mantenere il più ampio margine di libertà possibile con l’UE, chiudendo invece le altre vie d’accesso. Ciò riflette una volta di più l’idea che il principio dominante della politica migratoria elvetica risiede nella volontà di permettere all’economia di trovare la manodopera necessaria nel modo più facile possibile».

(fonte www.swissinfo.ch)

 

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