La Svizzera cinese, mercato libero senza wok

di GIULIO ARRIGHINI*

Li guardo e continuo a invidiarli. Gli svizzeri possono votare su tutto. E quello che votano, conta. Possono decidere se un mercato libero può e deve essere spinto o moderato. Noi, invece, oltre a continuare a non avere mercato, non possiamo decidere se morire a 300 all’ora o se farci travolgere mentre andiamo a 40 in autostrada. O se darci regole per non morire, punto.

Quando si affronta il tema affascinante e necessario del liberismo, il cuore del problema non è tanto se e come e dove spingersi, ma la libertà di decidere se farlo o meno.

Due questioni mi hanno colpito, in questi giorni. Il primo è l’accordo tra Svizzera e Cina per il libero scambio, considerando che Pechino è uno dei più importanti acquirenti di prodotti industriali elvetici. L’accordo non lega ma regola su “proprietà intellettuale, la promozione degli investimenti, la concorrenza, la trasparenza negli appalti pubblici, la questione ambientale e quella del lavoro aventi ricadute sul commercio, la collaborazione in ambito economico e tecnico e infine disposizioni di carattere istituzionale”.

Se varcate il confine ticinese, non vedrete cineserie a invadere il territorio, wok, negozi da tutto 1 euro, né ghetti per asiatici, però quando si tratta di fare affari per il Pil e per trarre vantaggio sul proprio made in, ecco che la Svizzera con la Cina ci tratta, eccome. Certo, c’è la questione dei diritti umanitari. Ma la questione etica in Italia ce la poniamo quando sappiamo che tutto o quasi ciò che arriva in commercio è frutto della sregolatezza e della clonazione, del raggiro commerciale? Neanche per idea. Almeno gli svizzeri sono coerenti e puntano a regolamentare ciò che gli serve e che gli interessa. Il resto, la cianfrusaglia, la lasciano alla nostra cialtroneria politica.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia. Anche questa positiva. Il prossimo 22 settembre gli elvetici saranno chiamati a dire che ne pensano della giornata lavorativa di 24 ore, che coinvolge gli shops annessi alle stazioni di benzina 24 ore su 24, sette giorni la settimana. Un unico ciclo produttivo con il quale si deve misurare la Svizzera del commercio per la prima volta. Lavoro notturno e domenicale no stop. Ma decide il popolo, non la politica, non i sindacati, non la confindustria elvetica. Decide la gente se sacrificare o meno vita e famiglia alla liberalizzazione totale. Ebbene, 12 volte su 13 i precedenti progetti di deregolamentazione sono stati respinti dalla democrazia diretta. E’ sceso in campo un cartello, “Alleanza per la domenica”, a portare le ragioni della difesa della società basata sui ritmi non legati alla speculazione dei petrolieri e della grande distribuzione. Con 90mila firme in pochi giorni, il peso specifico elettorale si farà sentire. Ma il punto è sempre lo stesso. Loro possono decidere. Noi no. Noi cediamo sempre più spazi ai pianeti spaziali della grande distribuzione, mandiamo tutti a dormire la sera e la mattina si ricomincia. Il resto del commercio crepa, tanto le opere di urbanizzazione le pagano le multinazionali. Per i comuni è una pacchia, in nome del liberismo de noaltri.

*Segretario Indipendenza Lombarda

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7 Comments

  1. walter says:

    bell’articolo andrebbe fatto leggere a quelli di FARE ed al professor Ichino…

  2. Roberto Porcù says:

    “Li guardo e continuo a invidiarli. Gli svizzeri possono votare su tutto. E quello che votano, conta.”
    Già, io non invidio mai, ma verso gli svizzeri ho un sentimento di apprezzamento per lo Stato che sono riusciti a crearsi. I radicali stanno raccogliendo firme per altri referendum ai quali io prevedo di non aderire. L’associazione a delinquere di stampo politico-burocratico li boccerebbe o li vanificherebbe, la costituzione più bella del mondo gliene dà modo e chi dovrebbe essere il garante di questa costituzione, dell’associazione ne fa parte.
    In troppo tarda età sono arrivato alla conclusione che con i metodi democratici qui non è possibile ottenere alcunché.
    Quando ignorarono il referendum sul finanziamento ai partiti, oltre ai quattrini rubarono quel po’ di Democrazia che c’era, da allora ne siamo di fatto privi e non so come essa verrà ripristinata. Ovunque nel mondo per i ladri di Democrazia non esiste prescrizione e la pena è molto severa.

  3. Al says:

    Ma il paese lo dovete cambiare voi, non aspettare il potente di turno (leggi i vostri “amici” alleati che hanno capito bene come sfruttarvi e dissanguarvi indebitandovi perennemente) che faccia il lavoro al posto vostro.
    Ah già, dimenticavo, il paese non è più vostro da un pezzo e quindi, giocoforza, vi tocca saltare un pasto su due.
    Bella situazione in cui vi siete cacciati…
    Ma consolatevi, siete pur sempre tra i fondatori dell’UE e i migliori amici degli USA. Con la Costituzione più bella del mondo.
    E questo è il risultato.
    Che dire? Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
    Urge reset e riconfigurazione del Belpaese.

    P.s. Porc…il mese scorso a Venezia mi hanno letteralmente pelato e trattato come un pezzente. Mai più vacanze in Italia. Piuttosto vado allle Seichelles…Costa meno e sono più cordiali (e onesti).

    • eridanio says:

      già… tutto appare come se avessimo mediamente problemi con l’autostima e se non abbiamo stima delle nostre vite non possiamo averne di quelle degli altri. Forse appare come se i nostri genitori non ci avessero trasmesso quello che a loro non è mai pervenuto. Mi sembra normale. Non soddisfacente ma normale.

      Vai a scrivere le tue osservazioni anche sugli altri media però altrimenti, qui come commento, appare come se dovessi darti del gratuitamente sadico 🙂

      • Al says:

        Non è problema di autostima, ma di opportunismo sfacciato e leccaculismo, sperando sempre siano gli altri a rimediare i vostri problemi. E intanto vi spremono.

        E voi avanti: prepotenti e spocchiosi con i piccoli e servili con i grandi, magari sperando di far parte di un nuovo grande impero nel quale, in ogni caso, sareste sempre e solo dei sudditi agli ordini del padrone.

        E non è nemmeno questione di sadismo di chi vi guarda, ma la pura e semplice realtà. Che anche tu, caro Eridanio, sai che è cosi. 😉

        • eridanio says:

          infatti “appare come se” ripetuto e ripetuto

          “appare come se” il gramo degli altri non ci riguardasse mentre io so che tutto il mondo è paese.

          Basta aver girato il mondo ed incontrato altra gente, lavorato con altra gente.

          Sti discorsi per categorie “appare come se” si voglia esorcizzare le proprie magagne.

          la pagliuzza ……la trave… vale anche fuori dal belpaese, non è una questione geografica ma umana.
          Non volevo che “apparisse come se” non avessi capito che non stavo dandoti del sadico ma dell’inopportuno

  4. eridanio says:

    La regola del poter decidere non è a presidio di scelte buone e corrette, ma è la garanzia che in caso di errore sia naturale riconoscerlo e porvi rimedio senza indugio.

    Quindi il liberismo non va giudicato per le sue intenzioni (spesso nemmeno percepibili e molto spesso solo interpretate a cappella), ma va valutato quale strumento che non garantisce la perfezione, ma che consente regolare la direzione degli sforzi di una comunità senza perdere tempo per minimizzare in prospettiva le sofferenze di tutti.

    Oggi non è l’eccesso di liberismo che ci soffoca, ma l’impossibilità di cambiare quando serve senza aver sulla testa, strati di regole e coercizioni che impediscono ogni rapida scelta di aggiustamento.

    Il mercato non è bello perché è perfetto.
    Il mercato è utile perché consente, senza che nessuno imponga nulla a nessuno, si aggiusti a servire le necessità più urgenti. La gente è il mercato io mi fido dei giudizi della gente in un mercato. Via le interferenze!

    PS: sottolineo: che nessuno imponga nulla a nessuno. E dura da digerire per tutti quelli che sanno loro cosa è bene per tutti. I paladini del bene comune.

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