La “Spending review” è una pagliacciata tutta italiana

di MATTEO CORSINI

Una delle ultime uscite del ministro Saccomanni è questa: “Sulla spending review c’è un impegno forte del governo ad intervenire in maniera sistematica creando una struttura permanente, alla quale parteciperà oltre al ministero, la Ragioneria, la Corte dei conti, la Banca d’Italia oltre, se si vuole, a dei volontari del settore privato. Non agiremo nominando una specie di cavaliere solitario che deve venire con lo spadone a tagliare le spese, ma creando, appunto, una struttura permanente”.

Mi sono già occupato diverse volte di spending review, fin da quando il concetto venne pomposamente venduto agli italiani da Mario Monti. All’epoca qualcuno si illuse che sarebbero arrivati tagli di spesa, ma la traduzione letterale – revisione della spesa – avrebbe dovuto rendere chiaro fin dall’inizio che di tagli veri non se ne sarebbero visti. Al più piccole riduzioni in talune voci di spesa, (più che) compensate da incrementi di altre. Non ritenendo forse sufficiente l’esperienza dei tanti tecnici al governo – compreso Piero Giarda, che da decenni si occupa di analizzare la spesa pubblica italiana – Monti nominò un commissario ad hoc: Enrico Bondi. Noto per aver risanato diverse aziende malmesse, Bondi, non senza incontrare resistenze da parte della burocrazia ministeriale, portò a termine il compito assegnatogli. Parallelamente anche Francesco Giavazzi, chiamato da Monti a esaminare il variegato mondo degli incentivi fiscali, indicò dove e come ridurre o eliminare quegli incentivi. Ovviamente non se ne fece nulla, in entrambi i casi.

Io ne ero certo fin dall’inizio, e non perché abbia particolari capacità di prevedere il futuro, bensì perché era evidente che, avendo perso l’occasione di inserire i tagli di spesa (diversi dalla revisione del sistema pensionistico) nel primo pacchetto di provvedimenti votati dal parlamento a occhi chiusi nell’emergenza di fine 2011, oltre alle chiacchiere non si sarebbe andati.

Adesso il ministro Saccomanni parla di “impegno forte del governo”, ma non trova di meglio se non proporre la creazione dell’ennesima “struttura permanente”, un baraccone che lo stesso ministro contrappone alla figura del “cavaliere solitario che deve venire con lo spadone a tagliare le spese”. Insomma: si rinnega l’esperienza del commissario Bondi e si istituisce una struttura che, con ogni probabilità, non produrrà altro che carta con tanti numeri e grafici, ma nessun risultato concreto. Al contrario di Saccomanni, io credo che servirebbe davvero intervenire con lo spadone. Di certo, però, non mi aspetto che ciò possa avvenire se a far parte della struttura saranno, come pare, per lo più persone che hanno trascorso l’intera loro vita professionale all’interno della pubblica amministrazione. Qualcuno crede davvero che i tax consumers possano diventare paladini dei tax payers? Traduzione: che chi vive dei soldi degli altri si suicidi?

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2 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Tra poco avranno problemi a pagare gli stipendi.

    • Ernesto Furioso says:

      Non vedo l’ora,e insieme agli stipendi ci saranno pure le pensioni.
      Su oltre 800 miliardi di euro in spesa pubblica,nemmeno il 10% sono riusciti a tagliare quando ci sono aziende che hanno tagliato fino al 40%.
      O sono incapaci o stanno eseguendo ordini tassativi,l’italia và affossata.

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