La sovranità della Legge, contro gli abusi delle loro leggi

di GIOVANNI BIRINDELLI*

La decadenza si manifesta in modo estremamente reale, concreto, tangibile: un imprenditore che si toglie la vita, un’impresa che chiude, una persona che perde il lavoro, una famiglia che non ce la fa ad arrivare a fine mese, un campo di ulivi che viene abbandonato a se stesso. È allora istintivo e perfino rassicurante cercare di contrastare la decadenza in modo altrettanto reale, concreto, “fattivo” e, contemporaneamente, evitare e perfino ridicolizzare le chiacchiere filosofiche. Tuttavia, anche se la decadenza a cui stiamo assistendo si manifesta in modo molto reale e concreto, la sua causa ultima è puramente filosofica: essa consiste nell’idea astratta di legge che è stata imposta, nel caso italiano, dalla costituzione.

Le vessazioni fiscali dello stato e delle sue agenzie sono possibili perché c’è una “legge” che le consente, ma cosa ha reso possibile quella “legge”? Una pressione fiscale folle, una violazione della privacy che farebbe impallidire di vergogna il Grande Fratello di Orwell, la RAI, il corso forzoso, la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali, la riserva frazionaria delle banche, il divieto dell’uso del contante, il finanziamento dei partiti, quello dei giornali, quello del teatro, del cinema, la scuola pubblica, la burocrazia, l’editto comunale che impedisce a un’enoteca di Roma di versare il vino ai suoi clienti in bicchieri di vetro e infinite altre forme di interventismo dello stato nell’economia e nelle nostre vite sono possibili perché ci sono “leggi” che le consentono: ma cosa consente quelle “leggi”?

Perfino i pochissimi economisti degni di questo nome che coerentemente e lucidamente vedono nell’interventismo politico, economico e in particolare monetario, la causa diretta della decadenza, quasi mai si chiedono cosa ha reso possibile questo interventismo e la sua continua crescita.

Li ha resi possibili un’idea filosofica di legge: il positivismo giuridico (la “legge” positiva ofiat). Questa idea di “legge” sta alla base della repubblica italiana così come stava alla base del regime fascista. In base a questa idea, la “legge” è un provvedimento particolare burocraticamente corretto deciso da un’autorità legalmente costituita. Che questa autorità sia un dittatore o una maggioranza rappresentativa è del tutto irrilevante ai fini dell’idea filosofica di legge.

Il problema della “legge” fiat è che essa rende il potere politico (chiunque sia a detenerlo) illimitato o, il che è lo stesso, limitato in modo arbitrario (per esempio dalla volontà di una maggioranza qualificata). E un potere politico illimitato tende necessariamente a espandersi, e con esso l’interventismo dello stato. Non ha quindi alcun senso logico, né alcuna possibilità di successo, cercare di arginare l’interventismo dello stato e la sua continua crescita, e quindi la decadenza, all’interno dell’idea filosofica di “legge” che li produce necessariamente, per esempio riducendo le tasse oppure cercando di allargare le maglie della burocrazia. Coloro che dichiarano di voler difendere il libero mercato e rilanciare la crescita all’interno dell’idea filosofica di legge che li distrugge, fanno un danno alla libertà e alla crescita ancora maggiore di coloro che li aggrediscono direttamente.

Ciò che è sorprendente non è che il debito pubblico continui ad aumentare nonostante una pressione e un’oppressione fiscali sempre crescenti, nonostante tassi d’interesse straordinariamente e artificialmente bassi e nonostante una sempre maggiore inflazione (con conseguente perdita del potere d’acquisto della moneta, il che, oltre a impoverire la gran parte delle persone, trasferisce risorse dai creditori ai debitori, e quindi al debitore più grande di tutti: lo stato). Ciò che è sorprendente è che molte persone si sorprendano di questo fenomeno. Ciò avviene perché esse non ne hanno capito la causa ultima: l’idea astratta di “legge” che rende possibile, e quindi nel lungo periodo necessariamente sempre crescente, l’interventismo dello stato.

Per contrastare efficacemente l’interventismo e la sua continua espansione, e quindi per tornare alla crescita sostenibile, alla prosperità, alla civiltà e alla libertà, occorre non “fare” ma disfare; occorre mettere lo stato nelle condizioni non di “fare” meglio, ma di non poter fare. In altre parole, occorre capire che lo stato è il male, non la cura, e quindi occorre chiuderlo in gabbia: limitare in modo non arbitrario il suo potere. E per fare questo è necessario invertire l’idea filosofica di legge. Cioè passare dalla “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario (la “legge” fiat) alla Legge intesa come limite non arbitrario al potere politico. Questa è la Legge intesa come principio o, più semplicemente, la Legge (qui mi riferirò a essa usando semplicemente il termine Legge in quanto questo era il suo significato originario).

La Legge è una regola generale e negativa di comportamento individuale che deve valere necessariamente per tutti allo stesso modo. Essa è negativa nel senso che stabilisce cosa una persona non deve fare, non cosa essa deve fare. In questo senso, la sovranità della Legge (che è una cosa opposta alla sovranità del parlamento) coincide con la libertà, la quale non è altro che quella condizione dell’uomo in cui la coercizione di alcuni su altri è limitata alla difesa della Legge.

La “legge” fiat la fa, cioè la decide, l’autorità (p. es. il parlamento italiano sovrano, oppure Hiltler), ma chi fa la Legge? Nessuno. E voglio dire nessuno. In quanto principio, infatti, la Legge, esattamente come la lingua, è il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo; quindi essa non è arbitraria, così come non sono arbitrarie le regole di una lingua. Mentre in uno stato totalitario il compito del legislatore è fare la “legge” fiat, in una società libera il compito del legislatore è scoprire, custodire e difendere la Legge, la quale esiste indipendentemente da lui e dalla sua volontà e non può essere fatta più di quanto possa essere fatta una lingua.

Mentre in uno stato totalitario e quindi collettivista come quello italiano attuale chi lo controlla ha il potere di stabilire cosa è il “bene” e, attraverso la “legge” fiat, quello di obbligare tutti a concorrere in qualche modo alla sua realizzazione, in una società libera l’unico compito dello stato (ammesso che ci sia) è quello di difendere regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (la Legge). Purché si muova all’interno di queste regole non arbitrarie, in una società libera ciascuno è libero di perseguire ciò che soggettivamente ritiene essere il “bene”, senza essere sottoposto a nessuna interferenza da parte della “collettività”, a nessun “bene comune” o “interesse generale” o “del paese”.

La sovranità della Legge, cioè la società libera, non è necessariamente una in cui non ci sono provvedimenti particolari (i quali devono per forza essere fatti o decisi: pensiamo al finanziamento di un tribunale), ma una in cui questi sono limitati alla difesa della Leggedalla Legge. In una società libera, il potere di decidere questi provvedimenti particolari (il potere politico) è separato da e sottoposto a quello legislativo (il potere di scoprire, custodire e difendere la Legge). Nelle attuali “democrazie” totalitarie, invece, questi due poteri sono confusi l’uno con l’altro e sommati l’uno all’altro. Nelle parole di Hayek, «Quello che è successo con l’apparente vittoria dell’ideale democratico è stato che il potere di scoprire le leggi e il potere approvare provvedimenti particolari sono stati messi nelle mani delle stesse assemblee. L’effetto di questo è stato necessariamente che la maggioranza parlamentare di governo è diventata libera di darsi qualsiasi legge l’aiutasse meglio a raggiungere i particolari scopi del momento. Ma necessariamente ciò ha significato la fine del principio del governo sotto la legge. […] mettere entrambi i poteri nelle mani della stessa assemblea (o delle stesse assemblee) ha significato di fatto il ritorno al governo illimitato».

Ora, scoprire, custodire, difendere e formulare la Legge non è sempre facile. Dove la legge è la “legge” fiat l’unica capacità che è richiesta per essere legislatori è quella di saper premere un pulsante. Tuttavia, dove la legge è la Legge, il compito del legislatore è estremamente difficile. A volte, p. es. quando ci sono principi in competizione fra loro (princìpinon interessi), può essere perfino impossibile. Quando la legge è la Legge, e non il suo inverso, il lavoro del legislatore richiede capacità e preparazione straordinarie: molto superiori a quelle che chi vi parla, per esempio, potrebbe mai sognare di avere. Questo lavoro, tuttavia, è aiutato dal fatto che, al contrario della “legge” fiat, la Legge deve essere necessariamente uguale per tutti, non nel senso che la cosiddetta “uguaglianza davanti alla legge” ha nell’articolo 3 della costituzione italiana, ma nel senso che è sempre illegittimo il ricorso alla disuguaglianza legale (che consiste nel trattare allo stesso modo persone che appartengono a determinate categorie ma in modo diverso persone che appartengono a categorie diverse, come avviene ad esempio nel caso delle “leggi” razziali o della progressività fiscale): se una regola vieta un’azione in alcuni casi particolari ma non in altri, allora c’è un problema. Per esempio, se una regola vieta la contraffazione in alcuni casi ma la permette in altri, allora c’è qualcosa che non quadra. Dove la legge è la Legge, o la contraffazione è legittima in generale oppure quella regola che la permette in casi particolari è illegittima (e non è difficile capire quale delle due sia la risposta). Viceversa, dove la legge è la “legge” fiat non c’è bisogno di coerenza: la domanda «in base a quale principio?» non è contemplata. L’uguaglianza davanti alla legge diventa disuguaglianza legale. La difficoltà di scoprire la Legge e di difenderla coerentemente è semplicemente rimossa attraverso la rimozione della Legge. Dove vige il positivismo giuridico, una regola può tranquillamente vietare un’azione in alcuni casi particolari e non in altri, senza che questo sia un problema: quello che conta non è la coerenza ma la volontà arbitraria di chi controlla lo stato.

L’esempio tipico, fra gli infiniti che potrebbero essere fatti, è quello della stampa di moneta a corso forzoso: l’euro per esempio, oppure, ancora peggio, la lira. Infatti, su un piano di principio, non c’è differenza alcuna fra l’azione di un gioielliere che sostituisce delle perle di una collana con perle finte, diminuendone così il valore, e quella di una banca centrale che, stampando denaro a corso forzoso, diminuisce il valore dei 50 euro che ho in tasca e che lo stato mi obbliga a usare per fare la spesa. In entrambi i casi si tratta di contraffazione. Tutti danno per scontato che la contraffazione sia illegittima. Tuttavia solo pochissimi notano o si scandalizzano del fatto che la banca centrale commetta legalmente il crimine della contraffazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che, attraverso la stampa di moneta, le persone vengono tassate ulteriormente e in modo tale che chi le tassa non debba sostenere il costo politico di questa tassazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che la cosiddetta “crisi” che vediamo, che è solo un preludio di quella che sta per venire, sia il risultato della stampa di moneta a corso forzoso da parte delle banche centrali e, più in generale, delle distorsioni della struttura produttiva indotte dalla manipolazione monetaria e del credito e dall’interventismo. Solo pochissimi sono consapevoli del fatto che è il privilegio della stampa di denaro a corso forzoso e cioè della contraffazione del denaro, che ha reso possibili le guerre, a partire da quelle mondiali (il gold standard in Europa è stato abbandonato nel 1914 per finanziare una guerra che, altrimenti, avrebbe richiesto un’imposizione fiscale esplicita di dimensioni tali che all’epoca nessuno l’avrebbe accettata e gli stati avrebbero dovuto rinunciare alla guerra).

Perché? Perché molti condannano la contraffazione quando è commessa da un gioielliere e non la notano nemmeno, né tantomeno si scandalizzano, quando è commessa dalle banche centrali e cioè dallo stato, anche se in questo secondo caso i danni prodotti sono infinitamente superiori e a tutti gli effetti catastrofici?

Uno sarebbe tentato di rispondere che ciò avviene perché le persone non conoscono la scienza economica, cioè la Scuola Austriaca di economia: Hayek sosteneva che i socialisti non sarebbero socialisti se conoscessero la scienza economica, Ford sosteneva che se le persone sapessero come funziona il sistema monetario e bancario scoppierebbe immediatamente la rivoluzione. Per quanto ciò sia vero in molti casi, non è questa la ragione: la scienza economica è una disciplina complessa e sarebbe folle aspettarsi che tutti abbiano il tempo e l’inclinazione per studiarla (anche se sarebbe lecito aspettarsi che almeno i professori di economia la studiassero, cosa che non avviene praticamente mai): tra l’altro se tutti la studiassero ci sarebbe la diffusione della scienza economica ma non ci sarebbe un’economia. La ragione per cui molti condannano la contraffazione quando è commessa dal gioielliere ma non quando è commessa, con un danno infinitamente maggiore, dalla banca centrale e quindi dallo stato, è che essi non sanno cos’è la Legge. Al contrario dell’economia, la Legge, il principio, non ha bisogno di essere studiata, ma solo di essere sentita dentro di sé, che la si rispetti o meno. La Legge intesa come principio incorpora già in sé la scienza economica, cioè i comportamenti che sono economicamente sostenibili.

Noi non sappiamo cosa è la Legge perché siamo stati indottrinati a non sentirla dentro di noi, fin dai primi anni di scuola (pubblica o comunque sottoposta a programmi pubblici). Siamo stati indottrinati a guardare la legalità di un provvedimento (cioè il fatto che questo rispetti o meno la “legge” fiat, cioè la decisione arbitraria dell’autorità) e a non guardare alla sua legittimità. In altre parole, siamo stati indottrinati a non chiederci: «in base a quale principio?». I nemici peggiori della libertà sono paradossalmente, e spesso inconsapevolmente, le persone perbene che, credendo di difendere la Legge, difendono i comandi arbitrari dell’autorità che questa ha chiamato “leggi” perché essi avessero la stessa autorevolezza della Legge ma che sono espressione di quel potere politico illimitato che la Legge è cresciuta proprio per arginare. Cambiando il significato di una parola, lo stato totalitario si è appropriato dell’essere perbene delle persone e lo usa contro di esse in funzione di fini arbitrari stabiliti da chi lo controlla. Semplicemente, le ha ingannate. Quando un numero sufficiente di persone si farà la domanda «in base a quale principio?», la libertà, la prosperità, la sua crescita sostenibile e la sua diffusione saranno già tornate, e per restare. Non c’è bisogno di sapere perché la stampa di moneta e, in modo diverso, ogni altra forma d’interventismo, produce miseria, soprattutto per coloro che sono finanziariamente più deboli, e decivilizzazione: per evitare queste ultime, basta scordarsi di quello che si è imparato fin dai primi anni di scuola, guardare dentro di sé, sentire cosa è la Legge (capendo l’opposizione fra essa e la “legge” fiat) e pretendere, soprattutto da parte dello stato, comportamenti che siano coerenti con essa.

Oggi, nell’arena politica italiana, la Legge, e quindi la libertà, non è difesa da nessuno: non esiste un solo partito politico che non si sia schierato contro la Legge e contro la libertà, cioè in difesa della costituzione e del suo collettivismo. I risultati si vedono. Dopo “Forza Evasori” di Leonardo Facco, a cui lo stato, in modo non so se legale (né mi importa) ma sicuramente illegittimo, vietò la competizione elettorale, Liberi Comuni d’Italia è la prima organizzazione politica che ha il coraggio di affrontare a viso aperto, sola contro tutti, la radice del problema: l’idea filosofica di legge e tutto ciò che ne consegue. Liberi Comuni affronta la radice del problema in modo istituzionalmente coerente, cioè proponendo una separazione del potere politico da quello legislativo, la sottomissione del primo al secondo e, nel rispetto del fondamentale principio di autodeterminazione (lo stesso principio che rende illegittimo a chiunque decidere come qualcun altro deve spendere il proprio denaro, per esempio), una struttura istituzionale decentrata. A partire da oggi, se a Liberi Comuni d’Italia lo stato non impedirà di competere, chi cerca la coerenza nell’idea di libertà ha l’opportunità di agire politicamente in sua difesa.

Come ho già accennato a Rivo Cortonesi, che mi ha fatto l’onore di chiedermi una consulenza, al di là di valutazioni di tipo strategico, il Codice dei Liberi Comuni richiede ulteriore lavoro per superare alcune contraddizioni. Tuttavia l’impianto di base c’è ed è solido e, soprattutto, c’è una totale apertura a un miglioramento continuo. Il Codice dei Liberi Comuni sta alla costituzione italiana come il sistema eliocentrico sta a quello geocentrico: nel Codice dei Liberi Comuni, infatti, non è la “legge” a orbitare attorno all’autorità ma, viceversa, è l’autorità a orbitare attorno alla Legge. Cioè, non è la “legge” a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità a derivare dalla Legge, «non -come dice di nuovo Hayek- nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) difende una legge che si presume esistere indipendentemente da essa».

Non si tratta di una rivoluzione politica: come abbiamo visto col passaggio dal fascismo all’Italia repubblicana, le rivoluzioni politiche, quando mantengono inalterata l’idea filosofica di legge, sono solo operazioni di facciata che consentono il cambiamento di tirannia ma non la sua eliminazione. Si tratta (ed è un passo preliminare e necessario a quello di una rivoluzione politica pacifica verso la libertà) di una rivoluzione di pensiero, cioè di una rivoluzione di sistema di riferimento, esattamente come nel caso della Rivoluzione Copernicana. E come dice Arthur Koestler, «le rivoluzioni di pensiero che danno forma all’essenza di un’epoca storica non sono diffuse mediante libri di testo – esse si diffondono come epidemie, mediante contaminazione da parte di agenti invisibili e innocenti portatori-sani, attraverso le più diverse forme di contatto, o semplicemente respirando la stessa aria». Queste parole furono scritte quando non c’era Internet.

Se si guarda al successo che, soprattutto fra le nuove generazioni, il pensiero libertario sta avendo negli Stati Uniti, grazie alla tenacia di intellettuali del calibro di Ron Paul, di Lew Rockwell e del giudice Andrew Napolitano (solo per citarne alcuni), al coraggio di eroi come Edward Snowden e Chelsea Manning, e anche grazie Bitcoin e ad altre monete digitali basate su un sistema di certificazione decentrata della proprietà, si capisce che, almeno al di là dell’Atlantico, questo contagio della libertà è già in fase avanzata. Io non so se noi saremo in grado di assistervi ma sono convinto che la libertà vincerà anche in questa penisola, o almeno in alcune sue parti, non nel senso che un giorno esisterà la società perfettamente libera, ma nel senso che un giorno sarà invertita la direzione di marcia e questa sarà, invece che verso la schiavitù, verso la libertà e quindi verso la sovranità della Legge intesa come principio. Un giorno inizieremo a imparare l’arte della libertà invece che a disimpararla, e quello sarà il giorno in cui torneremo a crescere, in modo vigoroso e sostenibile.

Tuttavia, anche se non ci fosse nessuna speranza che la direzione di marcia possa essere invertita (e non credo che sia così), questo non vorrebbe dire che battersi per la libertà sia tempo perso. Stare coerentemente dalla parte della libertà fa bene all’anima: consente quella stima si sé, quel guardarsi allo specchio con occhi limpidi, quell’integrità del proprio onore, che rimangono sempre intatti in mezzo a ogni difficoltà della vita e che sono fonte, se non di gioia, di serenità e di equilibrio.

*Discorso tenuto alla Assemblea di “Liberi Comuni d’Italia” il 4 maggio scorso a Siena

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3 Comments

  1. PS. Ringraziando L’Indipendenza per la pubblicazione di questo intervento, preciso che il Codice dei Liberi Comuni, difendendo coerentemente la Legge e quindi anche, esplicitamente, il principio di autodeterminazione di individui o gruppi, garantisce il diritto di secessione.

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