La sinistra per liberarsi del Cav doveva mandarlo al Colle

QUIRINALEdi DIEGO GELMINI – Si fa presto a dire “correva l’anno”, ma se ci abiti dentro devi correre anche tu, altrimenti si rischia di ritrovarsi per terra in braghe di tela a visionare il panorama. Quella primavera scomo-da del 1999, ultimo anno del secolo popolare e religioso, meglio conosciuto come cinquantennio democristiano, vedeva Prodi alle prese con un partito unico di nome Ulivo, i giudici di Palermo che volevano mettere in galera Dell’Utri, e soprattutto bisognava infilare qualcuno sul seggiolone del Quirinale, già appartenuto ai Papi e requisito dai piemontesi, dovevamo trovare un Capo dello Stato, non uno qualunque.
Cossutta era in visita a Mosca per incontrare Milosevic. Sì, avete letto bene e non serve alcun commento visto che il nostro rappresentante italico lievemente bolscevico è stato per anni il sodale del prossimo presidente della Camera. Come corre la storia!Su queste strane cose discorrevo amabil-mente in quella primavera avvelenata al baretto di via Negri con un paio di amici e compagni di scuola di professione magistrati, per nulla bolscevichi. Eravamo praticamente nel perimetro di palazzo Mezzanotte, quello della Borsa, e poi con un nome simile non c’è da meravigliarsi quando negli anni successivi abbiamo as-sistito a tanti chiari di luna per le tasche degli italiani, fregature da paese dei baloc-chi, altro che civiltà avanzata.

Di questo e di altro si parlava con loro, uscendo da il Giornale, dove avevo scritto per tanti anni per il Gran Fenicottero. Si discorreva con rimpianto su quell’eroe bor-ghese, Giorgio Ambrosoli, che a noi milanesi è rimasto nel Dna, della stagione terribile partita da Turatello e Vallanzasca, ingabbiati al Filangeri da uno splendido giudice Francesco Di Maggio, figlio di un carabiniere siciliano, poi spedito in Austria a fare coope-razione internazionale, ossia allontanato da troppe indagini roventi all’epoca in cui Fal-cone finiva a Roma a fare il burocrate nel ministero di Martelli.
E nonostante tutto – si diceva – abbiamo ancora il miglior Diritto penale del mondo, quello del codice Rocco.
Però, sostenevo io, certe sentenze fabbrica-te in questi anni fanno un po’ sorridere: come quella del macellaio obbligato a riassumere a bottega il garzone che gli ingrop-pava la moglie, perché – si legge nella sentenza – allietava la signora assai con-senziente ma solo e rigorosamente al di fuori dell’orario di lavoro. I regimi giuridici, concludevamo, sono infine maneggiati dagli uomini e si sa, la carne è debole, il portafogli è vuoto e l’ambizione è enorme:qualche disgraziato accidente è sempre in agguato dietro l’angolo. In quel famigerato ’99 la sinistra aveva già da qualche anno rispedito a casa il Cavaliere e presto sarebbe cominciata la nuova campa-gna elettorale. Visto che qualcuno sul Colle bisognava pur metterlo, io suggerii un’ipo-tesi: metteteci Silvio, che ve lo togliete dai piedi e lui ci restituisce la politica italiana. Ionon amo il Cavaliere – mi affrettai a precisare ben conoscendo l’allergia dei miei interlocu-tori per l’ex palazzinaro di Milano Due -primo perché è milanista, secondo perché per anni dal 1986 al 1994 ho visto con i miei occhi “Cilindro” Montanelli tornare scorna-to dagli incontri con quell’Editore che si comportava come l’effetto serra per i ghiacciai: prima erodeva la redazione degli spettacoli, poi quella dello sport, e infine metteva i suoi uomini nella redazione politica. E Montanelli il Vecchio rimaneva come un pinguino alla deriva, sull’ultimo pezzo di banchisa ghiacciata alla deriva, a scrutare l’orizzonte con pochi rampolli fedelissimi,
come quei due ragazzi che si chiamano Peter Gomez e Marco Travaglio, neanche un po’ bolscevichi, che alla sola vista del Cavaliere divenivano preda di uno stato patologico di irritazione permanente effettiva.

Ma era l’editore, quello che ci metteva i soldi, era suodiritto fare quello che voleva al Giornale. Terzo non lo amavo perché mi occupavo da un decennio di spettacolo leggero, bivacca-vo a Zeligscrivendo i pezzi alle quattro di mattina, e portavo gratis nelle trasmissioni di Canale 5 gente come Aldo e Giovanni, Dario Vergassola, Elio e le Storie Tese e dozzine di altri che oggi hanno dato a me qualche soddisfazione morale e alla Fininve-st molte soddisfazioni economiche. Gli uomini del biscione televisivo di Cologno, tutti tranne Antonio Ricci, con la lungimiranza dello struzzo e il buon senso del gambero mi trattavano regolarmente come un fastidio necessario alla crescita (culturale?) delle loro vaccate, e accettavano volentieri i miei mo-desti suggerimenti (gratuiti) pur di non muoversi dalla propria sedia per vedere il mondo, per cercare in proprio, per fabbricar-si un’opinione privata, per dimostrare di amare il proprio mestiere. Ha ragione il Berlusca: lui ha sempre dato via stipendi, perché quelli che non paga e ai quali non produce un vantaggio non lo hanno mai amato. Anzi molta gente dello spettacolo italiano, soprattutto l’ambiente romano, ha sempre considerato “il nano di Arcore” un “pericoloso mitomane”. Sarà, ma come mi-tomane di strada ne ha fatta davvero tanta, rappresentando più della metà degli italiani residenti che in qualche modo si ritrovano appieno nella sua mitomania.

Quindi non si poteva dire che io amassi il Cavaliere, ma – dissi ai magistrati – se non sfruttate ora l’occasione di mandarlo al Quirinale ve lo ritrovate tra i piedi alle prossime elezioni e la politica italiana per i prossimi 10 anni diventa come il derby, una cosa inutile, anche se divertente, che non si sa mai come va a finire e quanti danni può fare.
Del resto – continuai in quel lontano 1999 -io non sono un giudice che applica il nostro perfetto diritto italiano, quello delle macellerie con uso di retrobottega a luci rosse, e non so quanto le carte dei Pubblici Ministeri dimostrino in tema di connivenze con certigalantuomini, ma so che gli americani quando arrivarono a liberare il sud Italia presero i mafiosi che il prefetto Mori per conto del Duce aveva assicurato alla patrie galere e li misero a fare i sindaci per riportare ordine e serenità in Sicilia. E poi ci stupiamo che negli anni successivi Cosa Nostra abbia dilagato in lungo e in largo. Ipocrisia o ignoranza? Chiedere per conferma a due giovanotti che proprio in quegli anni ed in quei posti iniziavano la loro carriera istitu-zionale, due pezzi da novanta di nome Licio e Giulio, mi sembra che uno debba fare il presidente del Senato. Oggi.

Ma a Craxi, che in terra siciliana a Sigonella osò opporsi al volere degli americani che volevano impadronirsi dell’aereo di Abu Abbas con i terroristi palestinesi, non lo potete più chiedere, pare che certi colpi di testa costino molto cari: come correva quel 1985! Insomma i miei compagni di scuola, magi-strati per vocazione e convinzione, pensarono che io fossi passato armi e bagagli al nemico, scambiarono una stilla di realpolitik per una dichiarazione di guerra alla categoria di palazzo di giustizia. Purtroppo il derby era già cominciato. Nel frattempo l’Italia dei Valori – in cui molti milanesi avevano riposto qualche speranza – era già divenuta in mano a Di Pietro l’Italia dei Malori. Prodi strizzava l’occhio all’Europa dove i tedeschi lo ringraziavano per averci trascinato nell’euro a 2.000 lire quando il valore reale era di 1.000 (ma qualcuno giura che Prodi fosse disposto anche a trattare sulle tremila lire!): i crucchi sapevano che se fossimo rimasti fuori dall’euro, come la Finlandia e l’Inghilterra gli avremmo fatto una concorrenza brutale e non potevano permetterselo. Così accetta-rono anche le carte false di Maastricht, pur di non lasciarci fuori.
E alla fine anche l’altro artefice dell’operazione venne premiato, quel Carlo Azeglio, il Gran Toscano finì sul colle come compromesso “alto”. Alto quanto il fixing della lira e dell’euro che nel frattempo quattro mesi dopo la sua introduzione era già precipitato.

Oggi invece è cambiato tutto, il Paese è metà dell’Inter e metà del Milan, la sinistra vuole fare il partito democratico ma non si sa con chi, l’euro va che è uno schifo e l’economia è peggio prima, gli americani prelevano gli Imam da viale Jenner e molti cittadini vorrebbero dargli anche gli altri, e come al solito non sappiamo dove mettere Berlusconi. La sinistra si scordi di lasciarlo a casa, perché tutti quei milioni di voti ad Arcore non ci entrano neanche con la pressa. E vedrete che a tempo debito qualcuno pro-porrà di mandarlo a quel Colle. Oppure il Paese faccia un bel gesto di portata storica, restituisca con tante scuse il Quirinale a chi lo ha costruito, alla Santa Sede. Ratzinger come capo dello Stato sarebbe il più formidabile dei rimedi e francamente l’uomo più adatto al compito. Io ci starei a vedere i due capi di Stato e delle Chiese di Italia e Inghilterra, stringersi la mano a Buckingham Palace per il the delle cinque. Sem-pre meglio del derby inesorabile che ci
propineranno tutti i giorni.

(da il settimanale Il Federalismo, direttore Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. caterina says:

    Italia irriformabile per un vizio di origine!… poteva rimanere a Torino, o al massimo a Firenze se gli piaceva di più… che forse un qualche legame c’era con il padre rimasto ignoto di un Savoia che sostituì l’erede morto in culla… poteva rimanere distinta, massone pure senza far finta di esser qualcos’altro… dinastia guerriera per continuare a meritarsi la corona che qualcuno gli ha messo in testa…
    a Roma ci bastava il Papa, che ce n’è uno solo, al momento due, ma il suo interesse è il mondo, anzi, oggi i migranti che si accomodano qui, non ovviamente in Vaticano che è troppo piccolo… e magari in giro i cristiani vengono ammazzati a suon di scimitarre, ma sono martiri che si aggiungono a quelli dei primi secoli, dati qui in pasto ai leoni… colpa loro perché non adoravano gli dèi dei romani…
    e noi a tutti i costi dovremmo piazzarci proprio in quella che da sempre è stata una cloaca massima?

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