La scomparsa dei settentrionali. Anche di chi li rappresenta?

di GIOVANNI POLLIbussola NORD

C’era una volta la Questione settentrionale. Ma ora chi l’ha più vista? L’ultima volta che fu avvistata in maniera incontrovertibile e palese in seguito ad un voto popolare era il 2008, anno in cui si tennero le ultime elezioni democratiche. Quelle svoltesi, per sintetizzare, prima del golpe Monti e di quell’altra tornata che battezzò l’attuale legislatura, dalla quale non emersero né maggioranze né indicazioni utili per evitare la prosecuzione dell’esperienza sciagurata di quel governo a forte trazione bancaria imposto dall’eurocrazia.

In quell’anno, con la vittoria della Lega Nord insieme al Popolo delle libertà, un articolo a firma di Luca Ricolfi, Paola Ferragutti, Francesca Dallago pubblicato sulla rivista politica “Polena” ed intitolato esplicitamente “Le elezioni di aprile e la “questione settentrionale”, parlava molto chiaro: “Non era ancora finito lo spoglio delle schede, e la maggior parte di noi si stava ancora chiedendo chi fosse il vincitore di queste elezioni. Ma in quella notte vagamente surreale Piero Ostellino una cosa l’aveva capita al volo, e la raccontava in due interventi sul Foglio e sul Riformista: il voto di aprile aveva improvvisamente riaperto la “questione settentrionale”, ossia precisamente il grande nodo economico-sociale su cui nel 1994 – dodici anni fa – era nata la seconda Repubblica (Diamanti, Mannheimer, 1994)”.
Un rimando ed un altro rimando ad autori titolati per sottolineare come, ancorché non riconosciuta esplicitamente a livello accademico come l’omologa meridionale, la Questione settentrionale occupasse gli spazi del dibattito anche molto al di fuori dell’ambiente del movimento politico, la Lega Nord, che in un modo o nell’altro fino a quel momento l’aveva posta chiaramente all’attenzione di tutti nel corso di un quarto di secolo. “Secondo Ostellino la Questione settentrionale è “il problema di come rispondere alla domanda di modernizzazione degli elettori italiani che appartengono alle zone più industrializzate””, si può ancora leggere in quell’articolo su “Polena”.

Ma addirittura l’esistenza di un problema di rappresentanza politica delle aspirazioni della parte produttiva dello Stato italiano arrivò ad essere ammessa anche da personaggi del centrosinistra tutt’altro che di secondo piano, come Sergio Chiamparino e Massimo Cacciari. Nel 2013 fu oggetto addirittura di un sondaggio della SWG di Trieste e di un successivo dibattito pubblico proprio con la loro partecipazione. L’indagine demoscopica rivelava che il il 16 per cento ritenesse assolutamente discriminato, mentre per un altro 30% fosse “abbastanza” discriminato. I numeri? Per quasi 27 milioni di cittadini del Belpaese (il 66% di quelli del Nord) le politiche italiane hanno sfavorito il Settentrione.

Poi, ma già con Monti si era avuto lo stop al Federalismo fiscale e l’avvio di una martellante propaganda contro tutte le autonomie locale, con Letta e Renzi la parola d’ordine fu una soltanto: ricentralizzazione. Anche la Lega Nord guidata da Matteo Salvini ha iniziato da quel momento a ricercare la copertura di uno spazio politico diverso e fino a quel momento non occupato. La lotta contro l’euro, l’eurocrazia e l’immigrazione incontrollati hanno finito per relegare in un piano marginale la stessa storica ragione fondante della Lega: la restituzione dei poteri dal centro alla periferia.

Solo di pochi giorni fa, un altro articolo – questa volta sul giornale online IlPost – ha saputo interrompere la calma piatta su questo argomento con un titolo che è apparso come un vero schiaffo ai dormienti: “La scomparsa dei settentrionali”, a firma Lorenzo Ferrari. Impietoso e brutale l’attacco, un vero e proprio censimento che non lascia scampo: “In Italia, non c’è più un solo settentrionale nei principali posti di potere: non era mai accaduto prima. Il presidente della repubblica, si sa, è siciliano. Il presidente del consiglio, si sa ancora meglio, è fiorentino. Il partito su cui si regge tutto il sistema – il Partito Democratico – è presieduto da un romano e in Parlamento è guidato da un lucano e da un sardo. L’altro partito di maggioranza è diretto da un siciliano, e al governo i ministri più importanti sono romani, siciliani e toscani. Qualche ministro settentrionale c’è, ma hanno poco peso politico o sono in crisi, come Lupi”.

Naturalmente l’articolo ha citato esplicitamente anche il Carroccio, e non certo per lodarne l’impegno: “Persino il partito che era nato esplicitamente per fare gli interessi del Nord, la Lega Nord, sta abbandonando il suo carattere settentrionale”.

Tra le cause, il fenomeno sarebbe dovuto  “in parte” ad “una reazione ai fallimenti degli ultimi decenni, ma è anche la manifestazione di una crisi più ampia che investe la classe dirigente del Nord, pure al di fuori delle istituzioni politiche”.
Tutto qui? Potremmo allora anche aggiungere una miopia perseverante nel considerare solo ed esclusivamente “il Nord” come un dato socioeconomico e geografico. Un mero punto cardinale, privo di quella valenza socioculturale ed identitaria che – al contrario – era stata propria non soltanto del padanismo leghista a dire il vero un po’ tanto confuso, ma anche del coraggioso quanto sfortunato progetto della “Padania” dell’allora presidente della Regione Emilia – Romagna Guido Fanti, a metà degli Anni ’70.

La sfida, oggi, è per questo motivo più dura che mai: il mainstream politico e della comunicazione pubblica ha espunto almeno per il momento la questione territoriale dai suoi temi di fondo e anche da quelli di contorno. Il movimento territoriale per antonomasia, la Lega Nord, in questa fase batte altre terreni politici. La “libera stampa”, o meglio quel che ne rimane, è un tutt’altre faccende affaccendata.
E la parte – malgrado la crisi – più produttiva di questo Stato resta sempre più priva di rappresentatività, di visibilità, di potere contrattuale. Fino a che punto, dopo aver conosciuto le speranze dei decenni passati, una situazione di questo tenore potrà  essere considerata ancora sostenibile?

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6 Commenti

  1. Fabrizio says:

    Ma, Signori, tutti quanti
    che inveite contro i Santi
    che soffriron nel tormento,
    fieri del Risorgimento.
    Visto che di questa Italia
    non ve ne’ soltanto Una
    piu’ d’un secolo sta a balia
    senza piu’ speranza alcuna?
    Voi spiegatene i tronconi,
    “qui si parla, qui le regioni!”
    Ma nessuno che mai di-ha…
    …Questa l’e’ la Patria mi-ha!
    Quindi allora? l’italiano?
    Questo o quello? “No! Quello e’ profano!”
    Anch’io sono un po’ ammorbato,
    Mi riprendo il Granducato!
    Perche’ proprio li ch’e’ nato,
    nato li’ ch’e’ l’italiano
    lingua fatta non da un nano,
    bella, e scritta da giganti,
    miei Signori tutti quanti!
    Il Petrarca. E piu’ alto, il Dante.
    Li scordate immantinente?
    Bene. Dato che conviene,
    la spezziamo senza pene.
    Senza pene e senza grane,
    realizziamo sto rottame.
    Che l’Italia frammentata,
    sia discorso di giornata
    e ad ognuno sia patria su-ha
    rintanati in ogni bu-ha!”
    Tu riprenditi Milano,
    Tu rinchiuso in Vaticano,
    La Repubblica Romana…
    Mamme’…ToccA…la TOSCANAAA!

  2. Maleventum says:

    x Luigi Bandiere:
    A parte il fatto che l’unita’ d’Itaglia non l’hanno voluta i meridionali,ma i mille bergamaschi di rosso vestiti quando hanno invaso uno Stato libero come il Regno Delle Due Sicilie…non ce lo scordiamo mai questo…Quanto alle etnie,vincono quelle che fanno i figli. Se va alla Mangiagalli si accorgera’ che i nuovi nati si chiamano “Mohamed” e non “Ambrogio” ! E’ il Capitalismo il vero nemico dei Popoli e non i meridionali,che al momento dell'”unita'” ( ma c’è mai stata? ) vivevano per i cazzi loro…

  3. luigi bandiera says:

    L’impero romano fu voluto ed ottenuto dai meridionali; l’italia fu voluta dai poteri forti di quel tempo e contrastata dai meridionali che NON la volevano.
    Adesso pero’ a loro conviene questo stato dato che nei trascorsi 150a circa di unita’ hanno potuto tornare sui posti di comando e controllo del NUOVO IMPERO ROMANO. Ovviamente pe magna’.
    Oggi, dato che Giovanni Polli cura Lingue e Dialetti, sa che non si parla in nessuna regione italiana l’italiano, ma una lingua risultante dal mescolamento delle lingue locali. Al nord si nota con l’italianizzazione di certe parole e modi di dire e fare; mentre al sud si passano per nostri insegnanti ma in realta’ parlano piu’ di noi in dialetto italiano.
    L’italiano lo parlano e lo scrivono in pochissimi. RARI.
    Adesso poi con aggiunta continua e quotidiana di parole inglesi tra non molto non sara’ piu’ il caso di dire: parliamo in italiano in italia.
    Le lingue seguono l’andazzo dei popoli che o colonizzano o soccombono.
    Oggi i settentrionali sono in via di estinzione: basta seguire l’andazzo Televisivo… in ispecie nelle emittenti di stato (meridionale) e o comunque di servizio pubblico, sebben private.
    Stiamo per essere SOTTOMESSI al meridione (lo siamo gia’) con l’aiuto dell’intellighenzia nostrana che o e’ IGNORANTE o e’ TRADITRICE..!
    Scrivevo e sempre in tempi non sospetti: l’intellighenzia italiana ma anmche occidentale, e’ MALATA..!
    Questa malattia ci portera’ a SOCCOMBERE..! (ripeto, stiamo gia’ soccombendo).
    Ognuno la veda per il suo tornaconto e capira’ la metafora.
    Giovanni carissimo, se tutto va bene siamo rovinati.
    At salüt

    • Stefania says:

      A me pare che avanti ad un invasore tra nord e sud non ci sia differenza. Anzi, forse al sud hanno provato a contrastare col sangue e la vita l’arrivo dei savoia. I lombardi cosa fecero?

      • luigi bandiera says:

        Si, Stefania.
        I nordici sono colpevoli della loro, chiamiamola appunto, DISFATTA.
        Il brutto per loro, noi, e’ che continua.
        Parlare ai figli in italiano e’ gia’ una resa incondizionata.
        Lo capii quando mia (ormai nei cieli) sorella li’ a Vancouver la invitavano o le consigliavano di parlare in inglese ai suoi figli. Oggi i miei nipoti comunicano con me con molta difficoltà e cosi’ vale per tutti i figli dei nostri emigranti.
        Tagliano le radici per fare canadesi in Canada e italiani in italia.
        E’ una strategia antica come i figli dei pellirosse che venivano sequestrati e portati nei collegi USA per “civilizzarli” e ovviamente farli mericani.
        Gli OCCUPANTI seguono da sempre lo stesso andazzo..! Non si inventa mai nulla.
        Pero’, oggi funziona al contrario, qua da noi, siamo noi i pellirosse e gli invasori i colonizzatori.
        Chi li appoggia (l’intellighenzia talibana) e’ collaborazionista e super traditore.
        Ma cio’, i xe iluminai ori… e nialtri dei porigrameti… vale sempre quel che dicono loro e noi guai parlare specie al contrario… li possino, dicono a Roma da sempre predona…
        Un caro saluto.

  4. marco preioni says:

    Le “questioni” si manifestano quando sorgono dei “problemi”. Il settentrione è stato indiscussa guida economica e politica fino a metà anni sessanta. Poi è iniziato il declino dovuto alla meridionalizzazione culturale, sociale, politica ed etnica. Lo squilibrio economico tra nord e sud si è ridotto e da ciò è nato lo squilibrio interno al nord: non solo una questione economica, ma anche una questione di “lesa immagine”. La Lega anni novanta ha individuato una “questione settentrionale” proprio perchè l’ egemonia nordista si stava sbriciolando. La Lega aveva in origine una funzione difensiva della tradizione e del primato economico del nord. Poi, l’ aggancio al craxi-berlusconismo ne ha modificato il corso. La Lega è diventata il partito dell’ edilizia di paese. Il grido bossiano “padroni a casa nostra” è stato raccolto soprattutto pensando alla “casa” ed al fatto che le amministrazioni comunali gestiscono l’ uso del mattone e del cemento. La Lega si è calabresizzata, rilevando l’ elettorato nicolazziano legato al mondo del geometra padano e dell’ impresarietto calabrese associatamente interessati a mettere le mani sull’ amministrazione territoriale. Il modello federale è stato inteso nel senso autonomistico e più precisamente in senso anarchico per scardinare il sistema dei controlli e dei vincoli. L’ attacco alla burocrazia in realtà è l’ affermazione della volontà di consentire l’ arbitrio della componente politica degli enti locali nell’ uso del territorio e delle risorse collettive. Il palazzo della regione e le mutande verdi sono l’ emblema del federalismo all’ italiana.
    Un saluto all’ omegnese Giovanni Polli.

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