La recessione è iniziata col Risorgimento

italiadi Gilberto Oneto – Il pianto è generale: la situazione economica è drammatica, le esportazioni crollano, la disoccupazione aumenta, la vita rincara e saremo sempre più poveri. Siamo all’inizio di una colossale recessione le cui conseguenze non sono ipotizzabili.
La lamentazione è una costante della vita pubblica italiana ma in realtà il disagio economico è endemico e organico all’esistenza stessa dello Stato italiano. I guai non sono (solo) frutto di cattiva gestione o di congiunture avverse ma è insito nell’essenza stessa dell’Italia intesa come unità statuale. Per millenni la penisola italiana e la Padania in particolare hanno ricoperto posizioni di assoluta eccellenza economica e culturale nel contesto internazionale. Almeno dalla Civiltà di Golasecca la Padania è uno dei centri di maggiore fervore produttivo, di maggiore creatività, di più vivace produzione artistica, artigiana e culturale; lo è stata sotto l’Impero, lo è diventata sempre di più nel Medioevo e nel Rinascimento.

Ha continuato a essere una delle terre più ricche e vitali, costipata di artisti, banchieri, artigiani, inventori, musicisti, mercanti e dotti. Il tutto è durato fino al XIX secolo: quella che Napoleone poteva promettere alla sua soldataglia era la conquista di una delle terre più ricche, fertili e opulente del mondo. Se il primo colpo alla prosperità italiana l’ha dato Napoleone, lo strangolamento sistematico e mortale è venuto con il cosiddetto Risorgimento e con l’unità politica che ne è seguita. Le prime comunità a essere immiserite sono state le due serenissime Repubbliche di Genova e di Venezia, per secoli forzieri e fucine della migliore attività. Poi è toccato al Piemonte, messo sotto pressione e tartassato da governanti sciagurati che hanno dissipato ricchezze enormi nella creazione di una macchina bellica spropositata, in guerre e spedizioni criminali, nel mantenimento di “vecchi patrioti” e nell’acquisizione di nuovi adepti alla nobile causa della conquista unificante.

Sotto il rapace fisco sabaudo sono finiti il Lombardo-Veneto e la Toscana, due delle regioni più ricche d’Europa e poi il Regno delle Due Sicilie, nei cui forzieri c’erano i più grandi depositi di valuta di tutto il Mediterraneo. Valori accantonati nei secoli sono stati dissipati in poche settimane per pagare il debito accumulato per le imprese risorgimentali e per soddisfare una brulicante folla di patrioti e di postulanti tricolori. Nella visione ottocentesca il sacrificio avrebbe dovuto essere compensato dalla creazione di un grande mercato interno di cui ha temporaneamente tratto vantaggio la borghesia industriale settentrionale (e i loro sodali e confratelli europei, soprattutto inglesi) ma che ha completamente devastato l’economia meridionale, la sua nascente industria e la sua capillare rete commerciale: Napoli possedeva la più grande flotta mercantile del Mediterraneo.

La miseria si è abbattuta sul Meridione, ma poi anche sulla Padania, soprattutto sulle classi più povere e sui contadini. Il risultato è stata una massiccia emigrazione verso l’estero che ha allontanato dal nuovo Stato più di un terzo dei suoi abitanti in una devastante fuga del tutto sconosciuta agli Stati preunitari. Il fenomeno ha colpito tutte le regioni e si è esteso anche al Veneto dopo il 1866. Dalle radiose giornate risorgimentali la crisi economica e l’inesorabile impoverimento della penisola sono proseguiti con alti e bassi ma senza alcuna sensibile inversione di tendenza. Il Paese più ricco d’Europa si è ridotto a condizioni balcaniche.

Un sensibile (ma temporaneo) sollievo si è avuto solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando la situazione geo-politica generale ha posto la Repubblica italiana nella fortunata condizione di ultimo dei ricchi, di anello debole del cosiddetto Primo Mondo, ma corroborato dall’esclusione di tanti concorrenti rimasti al di là della Cortina di ferro, schiacciati da regimi politici rossi o neri, o ancora sprofondati nel più arcaico quartomondismo. Di questa fortunata situazione, l’Italia ha saputo trarre solo vantaggi effimeri e temporanei, come l’inclusione iniziale al Mec assieme a partner ben più solidi e interessati a salvare la stabilità politica italiana. In tutto questo periodo l’Italia non ha fatto che aggravare i guai del proprio statalismo e della sua innaturale unità: illusa che la fortuna potesse continuare in eterno, ha limitato la propria capacità produttiva ad alcune regioni cui ha affidato il compito di sostenere tutte le altre, gestite come assistito serbatoio di consenso.

Così alla caduta del Muro di Berlino e alla fine delle artificiali condizioni di vantaggio che la situazione di divisione del mondo le assicurava, l’Italia si è ritrovata a fronteggiare l’agguerrita concorrenza di Paesi più vitali, più attivi e spesso dotati di infrastrutture e di sistemi educativi assai più efficienti. Nel combattere questa sua più dura battaglia, l’Italia si è trovata bloccata da strutture burocratiche sovradimensionate e inefficienti, da un esercito sterminato
di pubblici dipendenti e di finti invalidi, di disoccupati cronici e di eterni assistiti, da una classe dirigente corrotta e incapace, dalla asfissiante presenza della malavita organizzata (e dai suoi legami con i palazzi del potere) e da un sistema scolastico e universitario da repubblica delle banane.

Con tutta questa zavorra, negli ultimi lustri aggravata da un’asfissiante immigrazione selvaggia, la Repubblica italiana non riesce a fare fronte alle nuove più ampie dimensioni comunitarie, al mercato globale e alla sfide della concorrenza vera. Oggi si inventano diagnosi improbabili e soluzioni di fantasia, si fanno norme che vorrebbero imporre la produttività, la voglia di lavorare e l’intelligenza per legge, si invocano dazi e gabelle, si aggrava la persecuzione
fiscale nei confronti dei ceti produttivi, si danno grasse mance agli statali, si inventano improbabili alchimie contabili.

Tutto inutile: la crisi economica è la coerente conseguenza dell’unità politica. L’unità fasulla e questurina porta solo oppressione e miseria. La Padania indipendente potrebbe più che onorevolmente competere sui mercati internazionali, i suoi cittadini potrebbero facilmente tornare a godere di un tenore di vita europeo, la nostra terra potrebbe tornare a essere uno dei motori dell’Europa vera. L’indipendenza è la sola salvezza della Padania. Anche
dell’Italia.
Culture – Conti arretrati
Ha continuato a essere una delle terre più
ricche e vitali, costipata di artisti, banchieri,
artigiani, inventori, musicisti, mercanti
e dotti. Il tutto è durato fino al XIX secolo:
quella che Napoleone poteva promettere
alla sua soldataglia era la conquista di una
delle terre più ricche, fertili e opulente del
mondo. Se il primo colpo alla prosperità
italiana l’ha dato Napoleone, lo strangolamento
sistematico e mortale è venuto con il
cosiddetto Risorgimento e con l’unità politica
che ne è seguita.
Le prime comunità a essere immiserite
sono state le due serenissime
Repubbliche di Genova
e di Venezia, per secoli forzieri e
fucine della migliore attività. Poi
è toccato al Piemonte, messo sotto
pressione e tartassato da governanti
sciagurati che hanno
dissipato ricchezze enormi nella
creazione di una macchina bellica
spropositata, in guerre e spedizioni
criminali, nel mantenimento di “vecchi
patrioti” e nell’acquisizione di nuovi
adepti alla nobile causa della conquista unificante.
Sotto il rapace fisco sabaudo sono
finiti il Lombardo-Veneto e la Toscana, due
La lamentazione è una costante
della vita pubblica italiana
ma in realtà il disagio economico
è endemico e organico
all’esistenza stessa
dello Stato italiano

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