La quiete dopo la tempesta 2 / Una cura di 10 anni per le foreste venete

forestedi CORRADO CALLEGARI – Prosegue la nostra ricerca di una soluzione, di un progetto per far rinascere il Veneto dopo la strage dei boschi di fine ottobre. Il territorio è ferito dalla presenza ovunque di microfrane, aree di terreno denudato a causa dello sradicamento degli alberi. Non ci dovrebbero essere problemi su questo fronte grazie alla bioingegneria. Il Veneto infatti, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, è stata una delle regioni dell’arco alpino ad essere stata pioniere in queste tecniche.

Una valutazione particolare merita il tema della difesa attuata da una parte dei boschi distrutti  dalla caduta di valanghe e di massi per gli abitati e le infrastrutture: oltre al ripristino della capacità regimante del bosco,  si dovranno realizzare opere temporanee (ad esempio difese passive in tronchi disposti a cavalletto, secondo tecniche già consolidate), al fine di contenere i rischi di dissesto.

Per fare questo si potrà ricorrere alla competenza dei tecnici dei Servizi Forestali Regionali ed all’esperienza ed alla capacità operativa degli operai forestali regionali oggi coordinati da Veneto Agricoltura.

Il Programma Regionale di Sistemazioni Idraulico Forestali (Programma SIF) dovrà essere di molto potenziato per permettere un pronto intervento generalizzato nelle aree di maggior dissesto, anche al di fuori delle aste torrentizie, con la logica che ad inizio ‘900 ha permesso di costruire la meravigliosa Foresta di Giazza.

DIFESA DAI PARASSITI

L’altra grave forma di “dissesto” innescata dalla tempesta Vaia è quella generata dagli attacchi di insetti xilofagi. In particolare sono da temere le gradazioni di Ips typographus (coleottero scolitide noto come Bostrico) a carico dell’Abete rosso. L’esperienza maturata in altri gravi eventi che hanno colpito le foreste europee mostra che i danni da insetti possono superare quelli provocati dal vento o dalla neve. La miglior profilassi è sicuramente la pronta rimozione del legname; complementare alla prima ma non alternativa alla prima è l’utilizzo di trappole a ferormoni.

MESSA SICUREZZA E RICOSTRUIRE

Bonificato il territorio, va programmata la riforestazione. Nella tradizione forestale veneta, sappiamo che i boschi vengono rinnovati in modo naturale, senza ricorso al rimboschimento artificiale (come invece è comune in Paesi a noi vicini che applicano forme di selvicoltura diverse dalla nostra). Nelle aree dove il crollo del bosco è stato generalizzato, si è di fronte, di fatto, a dei tagli a raso che impongono il ricorso alla rinnovazione artificiale.

Nel caso dei boschi a prevalenza di conifere, (pensiamo ai rimboschimenti postbellici dell’Altopiano di Asiago; imboschimento di prati e pascoli abbandonati dall’agricoltura) si potrà cogliere questa occasione per cambiare la composizione dei boschi. Il terreno dopo decenni si è evoluto e può ospitare cenosi più complesse, costituite da boschi di latifoglie o misti. Da considerare infine il cambiamento climatico e quindi l’avanzamento della vegetazione verso quote anche più alte.

La grande esperienza maturata in Veneto in tema di studio delle tipologie forestali permette di pianificare in modo corretto la composizione dei rimboschimenti.

COME RIPOPOLARE

Nelle azioni di rimboschimento e di arricchimento si dovrà fare soprattutto ricorso all’uso di latifoglie (faggio, aceri, frassini, tigli), senza tralasciare anche le specie arbustive e le cosidette specie arboree sporadiche (ad esempio sorbi, olmo montano, ciliegio selvatico).

Particolare attenzione dovrà essere rivolta ai tratti di bosco che bordano i corsi d’acqua dove il cambio di composizione potrà avere effetti molto positivi sulle cenosi acquatiche.

Altrettanto importante sarà la progettazione degli orli delle foreste, soprattutto di quelli lungo le strade e le linee elettriche e telefoniche, dove si dovrà evitare lo sviluppo di alberi d’alto fusto e si potranno invece creare degli interessanti ecosistemi  per la conservazione della biodiversità.

Si dovrà infine porre attenzione alla conservazione delle zone umide, alla creazione di radure e zone prative, per costruire nel complesso ecosistemi il più vari possibili nella composizione e nella struttura, garanzia di resilienza nei confronti dei grandi fattori di disturbo di tipo biotico ed abiotico.

IN QUANTO TEMPO

Quando si potranno vedere i primi risultati? La ricostruzione non potrà non superare almeno un decennio. Si noti che in questo tipo di attività potranno essere impiegati, oltre agli operai forestali regionali, anche giovani in servizio civile od impiegati stagionalmente, tenendo presente che le opere di ricostruzione del manto forestale non riguardano solo l’operazione di impianto ma richiedono anche onerose attività di cura dei giovani rimboschimenti.

(2 – segue)

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