La questione settentrionale è la rana nella pentola

forestaliRICCARDO POZZI – Tempo fa Giulio Arrighini, in risposta ad un intervento in pubblico incontro, paragonò la questione settentrionale a quella della ormai nota rana nella pentola.

Non fu stato il primo e non è la prima volta che la similitudine viene accostata alla situazione del norditalia. Questa volta però le discrasie, tra la base storica della Lega e la direzione di marcia del suo gruppo dirigente, aggiungono interessanti prospettive a quel ragionamento.

La rana non si accorge che la temperatura dell’acqua nella pentola sta salendo e, per questo, non si decide mai a saltarne fuori.  Fuor di metafora, questo nord ormai derubato da decenni dei suoi residui fiscali e reso politicamente irrilevante da una progressiva e intensa meridionalizzazione dello Stato (le parole sono di Sabino Cassese, non di Calderoli), non trova la forza e la decisione di ribellarsi perché il fuoco lento della sua cottura politica non dà la sensazione ai suoi abitanti che esista un momento giusto, una situazione politica adeguata per un distacco.

Viene perciò spontaneo chiedersi quale sia la funzione della  svolta  nazionalistica nel segretario Salvini. Perché il nuovo gruppo dirigente continua ad affermare che il nemico comune sia a Bruxelles e non a Roma? A cosa è funzionale questa prospettiva politica ma, soprattutto, questa direzione strategica aumenta o diminuisce la velocità di riscaldamento dell’acqua nella pentola?

E in fondo cos’è meglio per la questione settentrionale? Che si operi per rallentare il riscaldamento dell’acqua o che si aumenti la velocità di salita della temperatura, così che la rana si accorga della fine che sta facendo?

Meglio nascondere il furto tutto interno all’Italia  prospettando nuovi allungamenti di brodo con svalutazioni competitive, oppure  aderire o addirittura inasprire le imposizioni di una moneta unica e delle sue teutoniche caratteristiche finanziarie, per evidenziare ed accelerare le contraddizioni della nazione italiana ?

Difficile capire se l’infinita stagnazione economica in cui nuotiamo sia più figlia del rigido dirigismo europeo o, piuttosto, sia la logica conseguenza, ad esempio,  della nostra incapacità di risanare percentuali di invalidità dieci volte superiori alla normalità, o di tollerare regioni con più forestali del Canada.  Insomma è colpa dell’Europa o del nostro incomprimibile fabbisogno statale?

Rimane un dilemma politico senza risposta, semplice, elementare e intimo in ogni coscienza del pulviscolare autonomismo padano, è più leghista rallentare o accelerare la salita della temperatura della pentola?

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