La questione Kosovo e i diritti tirati a seconda della convenienza

di STEFANO MAGNI

Il Regno Unito è contrario ad un Kosovo diviso. Lo ha ribadito William Hague, ministro degli Esteri britannico. In visita a Pristina non ha deluso il suo interlocutore, il premier kosovaro Hashim Thaci. “La mappa del Sud-Est europeo è conclusa”. Una volta tracciati questi confini, non si cambiano. Dunque la Gran Bretagna si opporrà ad una eventuale secessione delle regioni kosovare a maggioranza serba. Che, per altro, hanno già votato per la loro indipendenza da Pristina, in un referendum non riconosciuto da Belgrado, né dalla comunità europea.

Benché dia il buon esempio a casa, concedendo alla Scozia la possibilità di un referendum per l’indipendenza, nei Balcani Londra si attiene alla linea di Bruxelles. Ma la Ue è sempre stata a favore del principio della “integrità territoriale”? Lo è solo da quando il Kosovo è indipendente. Nel 1991 è prevalso il principio di autodeterminazione dei popoli, quando Croazia e Slovenia hanno dichiarato la secessione dalla Jugoslavia. L’integrità territoriale dell’allora Jugoslavia, soprattutto in presenza di un conflitto molto sanguinoso (e delle prime operazioni serbe di pulizia etnica contro i croati), non è stato ritenuto un principio fondamentale. Per fortuna di croati e sloveni. Dal 1992, quando è scoppiata la guerra in Bosnia, i governi che attualmente sono parte dell’Ue hanno, a maggioranza, sancito l’autodeterminazione della Bosnia. Problema numero uno: e i serbi di Bosnia che vogliono proclamare l’indipendenza da Sarajevo (la capitale del nuovo Stato)? E i serbi che vogliono l’indipendenza dalla Croazia? Dimostrando che fossero armati da Belgrado, il loro ruolo e le loro aspirazioni sono state paragonate, dalla comunità internazionale, più ad una malcelata invasione che non a un sincero desiderio di secessione. In questi due casi, l’integrità territoriale della Croazia e della Bosnia è stata ritenuta più importante rispetto al principio di autodeterminazione dei serbi locali. E non è stata una scelta indolore, considerando che, nel 1995, i serbi della Krajna (Croazia) hanno subito una vera e propria pulizia etnica. Nel 1998, quando è scoppiata la guerra civile nel Kosovo, il principio di autodeterminazione dei popoli è tornato ad essere tenuto in considerazione più di quello dell’integrità della Serbia. Che tuttora considera il nuovo Stato come una sua “provincia” meridionale. Oggi, però, a fronte di un Paese nuovo etnicamente diviso, l’Ue torna ad abbracciare il principio di integrità del Kosovo, contro l’aspirazione alla secessione dei serbi locali.

Un serbo, a questo punto, è legittimamente portato a chiedersi come mai i principi cambino, ma il risultato resti sempre lo stesso: la perdita di territori da parte della Serbia. E da qui sorgono molte teorie del complotto balcanico sulla volontà dell’Ue di “spartirsi” la ex Jugoslavia, a scapito del suo Stato dominante (la Serbia). Dall’altra parte, però, i kosovari (così come i bosniaci musulmani, i croati e gli sloveni) ritengono che la Serbia debba essere contenuta, perché è Belgrado che ha iniziato tutte le guerre balcaniche, rispondendo a suoi interessi regionali e a una sua ideologia nazionalista. E d’altra parte, come non notare che la Slovenia ha potuto secedere dopo soli 10 giorni di guerra, mentre per l’indipendenza della Croazia è scorso il sangue per sei mesi? Perché la Macedonia e il Montenegro hanno dichiarato la loro indipendenza con un semplice referendum, mentre il Kosovo, la Bosnia (e, ancora, la Croazia) hanno dovuto combattere guerre sanguinose? Perché, evidentemente, per Belgrado, è sempre valso il motto nazionalista che “ove c’è un serbo, ivi è la Serbia”. Che per i nazionalisti più oltranzisti si traduce in “ove c’è la tomba di un serbo, ivi è la Serbia”. Dove, invece, ci sono nazionalità amiche ed etnicamente non serbe, l’indipendenza è consentita da Belgrado. Vista dal Kosovo e dall’Occidente, le guerre balcaniche sono state soprattutto guerre ideologiche: contro il nazionalismo espansionista del regime di Milosevic, giudicato destabilizzante e potenzialmente pericoloso. Gli altri due principi, integrità e autodeterminazione, sono stati usati in modo funzionale alla sconfitta di Milosevic.

Anche da un punto di vista ideologico, però, la questione del Kosovo inizia a porre un bel dilemma. Prima di tutto perché Milosevic è morto e il suo regime è defunto da 12 anni. E poi, parlando di quest’ultimo governo, è stato Ivica Dacic, premier socialista di Belgrado, a ventilare l’ipotesi (pragmatica, questa volta, non ideologica) di una divisione del Kosovo in cambio di un eventuale riconoscimento di Pristina. Lo dichiarò, esplicitamente, il 15 maggio 2011: “Io penso che l’unica soluzione realistica sia quella di tenere in Serbia le aree a maggioranza serba e far secedere quelle a maggioranza albanese. Questa è l’unico modo realistico per giungere ad una rapida conclusione della questione. Tutte le altre sono solo una gran perdita di tempo: anni e decenni verrebbero sprecati per risolvere ogni singolo, piccolo, problema”. Ora Dacic coesiste, al governo, con una maggioranza nazionalista, che mal digerisce la secessione anche solo di un frammento del Kosovo. L’Ue, però, potrebbe cogliere l’opportunità di trattare sulla “unica soluzione realistica” proposta dal capo dell’attuale governo di Belgrado. E insistere su quella. Perché, invece, continuare a chiedere alla Serbia di garantire l’integrità del Kosovo, che è uno Stato bi-nazionale?

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8 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Pare che della volonta’ della gente non glieni freghi nulla a nessuno dei capipopolo.

  2. joseph says:

    ha ragione il premier Dacic, oramai la storia non permette uno sviluppo diverso.

  3. Davide says:

    La scelta più logica è anche secondo me quella di far tornare la parte del Kosovo serbo alla Serbia in cambio del riconoscimento serbo del Kosovo albanese.

    Anche se la minoranza albanese del Kosovo serbo non se la passerebbe sicuramente bene una volta tornata sotto la Serbia…

    Un bel rebus… l’importante è non vedere più violenza in Europa

    • Salice triestino says:

      Assolutamente, questa è l’unica soluzione. E la UE dovrebbe prima di tutto convincere di questo i leader kosovari albanesi, magari in segreto.
      Bisogna fare in modo che appaia una vittoria di entrambe le parti. Ormai è quasi più una questione di immagine, dopo così tanto tempo. Fare in modo che la Serbia possa reintegrare le zone serbe del Kosovo, ed il Kosovo ottenga il tanto agognato riconoscimento da parte della Serbia, che quindi sbloccherebbe l’eventuale riconoscimento anche da parte di tutti gli Stati che finora non l’hanno potuto o voluto fare, e dell’ONU.
      Con zone serbe del Kosovo si intendono ovviamente le zone abitate da serbi, che siano però in contiguità territoriale col resto della Serbia. Per le enclavi serbe interne al Kosovo invece bisognerebbe garantire piena autonomia nazionale e religiosa in seno al Kosovo, in base ad accordi bilaterali con la Serbia.

  4. Giorgio Fidenato says:

    Perché continuare a vedere la storia come una terra di confini al cui interno scorazzano bande di criminali (i politici) il cui unico scopo è rastrellare il bottino rappresentato dal frutto del lavoro dei propri sudditi? Per chi è federalista ed ami veramente la libertà, non è ora di cominciare a vedere il mondo come un miliardo di stati i cui confini sono rappresentati dalle proprietà private dei singoli individui in pacifica cooperazione l’un l’altro? Non è ora di finire con questi nazionalismi sanguinari?

  5. Gigi says:

    Personalmente credo che gli stati multinazionali non siano un problema a condizione che i cittadini delle etnie presenti siano concordi nel volerlo. Se le aree a maggioranza serba del Kosovo vogliono unirsi a Belgrado devono averne la possibilità. Pensare invece ad un Kosovo serbo come vorrebbe la maggioranza della popolazione di Serbia è assurdo.

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