La profezia di Bracalini nel 2004 sull’Europa: saremo dirimpettai della Siria

Italia-Ciprodi ROMANO BRACALINI* –  Avanti mezza! Solo i greco-ciprioti entrano in Europa; i turchi-ciprioti, rinchiusi nel loro angolino di miseria, trascurabile minoranza, restano fuori della porta. Prodi s’è rammaricato. Che si aspettava: che greci e turchi si abbracciassero? Nemmeno l’Onu ha brillato per lungimiranza e avvedutezza. Ormai è un guscio vuoto, come lo fu la Società delle Nazioni, che non
fermò la corsa alla guerra ma la propiziò con la formula inconcludente e ipocrita di un “pacifismo” di maniera. Contro il randello la ragione non vale. Non ci voleva molto a capire che il piano proposto dalle Nazioni Unite per la riunificazione di Cipro, dopo trent’anni di divisione, sarebbe stato respinto dal gruppo etnico maggioritario greco dell’isola.

In realtà ciascuno ha votato contro l’altro. L’Europa c’entrava poco. A Larnaka il mare è chiaro e trasparente, gli alberghi affacciati sul lungomare hanno nomi seducenti che riecheggiano ricordi millenari, ma non bisogna farsi contagiare dalla mitologia e dai depliant pubblicitari.
Nell’isola di Venere la storia è passata come un rullo compressore e ha lasciato il suo sedimento d’odio che i burocrati dell’umanitarismo un tanto al chilo
credevano di poter cancellare con un voto. La dominazione turca è durata tre secoli e non è stata lieve. Nessuna dominazione lo è. Nella parte greca dell’isola le rare moschee sembrano un miracolo di sopravvivenza.

Non si sa come siano scampate alla collera collettiva. I musulmani ci vanno quasi di nascosto. Non si sente il richiamo del muezzin. Al contrario le chiese ortodosse celebrano un rito laborioso, fastoso, corale. C’è qualcosa di doloroso nelle affollate messe ortodosse in Oriente e nei Balcani. Il turco imponeva che le chiese non superassero in altezza le moschee. Non doveva dominare la croce ma la mezzaluna. La religione, sotto il tallone dell’oppressore, ha sempre avuto un connotato forte di identità. Il dramma di Cipro si avverte a Nicosia.

 

Poco lontano dalla modernità anonima del centro cittadino, tra palme rigogliose e venditori d’uva e di fichi dolcissimi, nel caos urbanistico che sembra Bitonto, comincia il muro che divide l’isola in due dal 1974, quando l’esercito turco invase Cipro per impedire l’unione (Enosis) alla Grecia e per proteggere la minoranza turca.
Furono commesse atrocità che i cartelli bilingui in greco e in inglese lungo la terra di nessuno che porta dall’altra parte documentano con particolari fotografici agghiaccianti. Ciascuno esibisce i morti suoi. Così dall’altra parte tocca ai turchi mettere in mostra le efferatezze compiute dai greco-ciprioti per ritorsione.
Al posto di frontiera le guardie greco-cipriote scoraggiano il visitatore con notizie apocalittiche: chi vuol visitare la Repubblica turco-cipriota (riconosciuta solo da Ankara) deve sapere che può contrarre le più terribili malattie, l’Aids e la rabbia dai cani randagi che infestano il territorio. Sarà vero? Boh. Se proprio vuoi andare, devi rientrare entro una certa ora, altrimenti sono cavoli tuoi. Passato il confine, si entra in un paese poverissimo, con scene da vecchia Turchia pidocchiosa, soldati turchi dappertutto (la Turchia mantiene qui un forte contingente militare), bandiere, moschee, e turchi seduti al caffè che adocchiano il fondo schiena delle donne in pantaloni.

Mi siedo, chiedo un caffè (turco ovviamente). Sarò stato fortunato. Sono scampato all’Aids. Sono tutti molto gentili. Devono apprezzare il nostro coraggio. Sfidiamo le malattie più schifose e i cani mordaci (che non vediamo) per visitare questo avanzo di Medio Evo musulmano. Dal primo maggio l’Europa sposta fin qui le sue frontiere e in un colpo solo porta al suo interno mafia russa (di casa a Cipro da anni), puttane slave in discreto numero e
trafficanti di miserie. Sarà uno scherzo per i clandestini saltare dalla repubblichetta fantasma turco-cipriota direttamente nella sala d’aspetto dell’Europa. Il biglietto costerà meno. La strada sarà più breve e meno rischiosa. L’Europa si spinge verso le limonaie e i deserti d’Oriente (Cipro è in Asia).
Non solo ereditiamo il muro di Cipro, ma diventiamo dirimpettai del Libano e della Siria. Basterà un pattino.

(Da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

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