La pretesa di avere la madrassa a casa nostra

In this Saturday, Oct. 5, 2013 photo, Pakistani children attend class in a school in Mingora, Swat Valley, Pakistan. Malala Yousufzai’s battle for girls’ education began when she was barely 11 years old and at a time when the Taliban roamed freely throughout the valley, blowing up schools, beheading security forces and leaving their dismembered bodies in the town square. (AP Photo/Anja Niedringhaus)

di ROMANO BRACALINI –   A Danton stava particolarmente a cuore l’istruzione elementare. Sapeva  che era il pane della rivoluzione. Così, accigliato e veemente, aveva pronunciato queste parole davanti alla Convenzione: «È tempo di stabilire il grande principio per cui i bambini appartengono alla Repubblica più che ai loro genitori».

La Rivoluzione francese, poi, si scisse in due grandi filoni ideologici che diedero luogo ai grandi totalitarismi, fascista e comunista, del XX secolo. Sotto le moderne tirannie la scuola, come aveva intuito Danton, divenne il veicolo più efficace e radicale di propaganda e di dottrina, la prima forma di asservimento e di traviamento delle gioventù. Nelle scuole fasciste c’erano i ritratti del Duce, del Re e il crocifisso che il Fascismo pagano, dopo il Concordato del 1929, aveva reso obbligatorio in tutti gli uffici pubblici del Regno. Il regime aveva i Guf e i Littoriali (frequentati dai futuri politici e intellettuali comunisti) per la formazione dei quadri dirigenti. La Scuola Normale di Pisa, d’origine napoleonica, è diventata nel dopoguerra la scuola quadri del Pci.
Finora l’Islam, come tirannia confessionale, che tutto subordina alla legge coranica e nulla sfugge al suo controllo, dalla dieta alla morale sessuale, non aveva osato impiantare pubbliche madrasse in Europa.
Il caso della scuola di via Quaranta consumatosi anni fa a Milano, è destinato a rappresentare
un pericoloso precedente. Era naturale che la comunità musulmana di Milano alzasse il tiro cominciando proprio da una scuola interamente araba, ispirata al programma scolastico vigente in Egitto, compiendo consapevolmente un atto sedizioso diventato, per il gran parlare che se ne fa, altamente simbolico e carico di incognite.

In Olanda, non sarebbe stato possibile, e nemmeno in Germania, in Svizzera e in Inghilterra, dove il terrorismo ha determinato un drastico cambiamento di rotta. Perfino il tollerante Canada ha impedito alla minoranza musulmana di avviare scuole di fondamentalismo e di fabbricarsi kamikaze da far deflagrare al supermercato.

E dunque dove poteva avvenire questo primo e dichiarato esempio di “secessione” e di separazione unilaterale dall’ordinamento scolastico nazionale, se non in Italia dove la legge talvolta scatta inesorabile e talvolta latita colpevolmente? Spiace che, in questa occasione, Milano abbia fatto da battistrada. Il caso è inquietante e prelude a più gravi fratture. Servirà da paradigma per altre azioni incolsulte in cui sarà sempre più difficile distinguere il lecito dall’aperta ribellione alle leggi dello Stato. Il direttore della scuola araba, Alì Sharis, aveva abilmente sfruttato la debolezza e l’incertezza delle autorità, Comune, Prefetto, Provveditorato
scolastico.

Come Danton, da cui lo separa una distanza astronomica, ha applicato il medesimo assunto ideologico che gli allievi, ancorché indifesi e malleabili, non appartengono ai genitori ma alla vanità e alle mire feroci della propaganda islamica; ed è alla scuola di devozione coranica che la comunità musulmana affida la tutela della propria identità non contaminata da leggi dell’Occidente profano. Verrebbe da chiedersi quanto credono di poter restare estranei e separati, e nemici, con una sorta di Stato autonomo con leggi e morale proprie dentro un altro Stato, senza che questo porti a un evitabile scontro peraltro più prossimo di quanto si pensi.

Non è solo il terrorismo dichiarato a rappresentare la minaccia globale della guerra; ma è il corpo separato delle comunità islamiche d’Occidente – che a nessuno verrebbe in mente di definire pericolose e terroriste -, a mettere in discussione e in crisi una convivenza che si annuncia sempre più difficile e impossibile.
Fatalmente le madrasse segrete, o in sonno, nel cuore di tenebra dell’Islam di Parigi, Amsterdam, Londra, Berlino e di Milano andranno ad alimentare il filone di violenza che cresce nelle presunte scuole di identità e che altro non sono che polveriere in formazione istituite col nostro consenso. Già il rifiuto plateale dell’integrazione suona come una promessa futura di insurrezione.

L’immigrazione ha perso il connotato sociale e umano che le aveva assegnato la tradizione. Gli immigrati italiani, tedeschi, francesi di seconda generazione in America non parlavano più la lingua dei padri e la religione non era un ostacolo all’integrazione che era anzi voluta e vantata come una promozione sociale
e culturale. Con essa si perdeva ogni condizione di inferiorità, insieme ai ricordi atavici della miseria e della fame.

Oggi l’immigrazione, sebbene con stessi antichi tratti di umiltà e di miseria per milioni di derelitti che cercano scampo alla guerra e alla morte (procurate da loro medesimi), è un paravento dietro il quale transitano in Occidente anche i germi patogeni dell’odio e della guerra che covano da secoli nel corpo immobile e barbarico dell’Islam. Quale migliore veicolo per i piazzisti di morte farsi passare per l’avanguardia del mondo povero che chiede conto e riparazione all’Occidente egoista e “sfruttatore”.

Al vecchio dogma marxista del buono e del cattivo sono parecchi i fessi che ci credono, essendo un falso storico che la storia totalitaria, fascista, comunista o islamica, ha sempre coltivato per riversare la colpa del proprio fallimento sul nemico di classe o di razza o di religione. Il concetto d’odio resta invariato pur nella varietà dello scopo che si vuol raggiungere. La scuola di via Quaranta fu  l’esempio più calzante di guerra psicologica ingaggiata da una minoranza straniera. Si è arrivati al punto che una palese violazione delle leggi era diventata per gli abusivi di via Quaranta un sacrosanto diritto da esigere e difendere. Per felice coincidenza anche a Mazara del Vallo, in Sicilia, vennero aperte scuole arabe per soli tunisini, dove era escluso l’insegnamento dell’italiano. L’Islam in Sicilia c’è già stato; l’insipienza e la mancanza di coraggio dello Stato italiano, che manca così platealmente ai propri doveri, può favorirne il ritorno senza nemmeno il bisogno dell’occupazione armata.
In via Quaranta i genitori dei bambini egiziani sedevano in presidio permanente per “protestare” contro la chiusura della scuola araba illegale a tutti gli effetti. Mammane imbacuccate (poche) e califfi con barba e
pance a reclamare l’arabo e il Corano per i figli. Pronunciano l’italiano con le t che diventano d e le p che diventano b, come nell’italiano del Sud, ma le pretese sono scandite giuste. Occupano senza timori il
suolo pubblico. Al loro Paese li avrebbero già dispersi a legnate. Dovremmo protestare noi, ma le parti si sono invertite. ”Minacciano” di mandare i figli in Egitto. E tra tutte le possibili minacce questa è
di gran lunga quella che preferiamo.

(da Il Federalismo)

Print Friendly

Recent Posts

3 Comments

  1. Borbonia Felix says:

    …E dove si trovava la “Madrassa” ? a Milano-Padania, non certo a Napoli-Borbonia…evidentemente non siete padroni a casa vostra e vi fate mettere i piedi in testa dall’ISLAM ! Vi siete mai chiesti come mai sul corriere della sera e altri giornali italiani non si leggono mai notizie di stupri di ragazze borboniche da parte di negri o arabi immigrati ? Semplice…perchè quelli che ci sono devono stare attenti anche a respirare, altrimenti finiscono sottoterra nel giro di pochi minuti ! Da voi gli zingari rumeni vi rivoltano come un calzino e voi muti…a Napoli quando si sono permessi di toccare una ragazzina, sono scappati dopo poche ore come conigli abbandonando il campo ROM per paura di essere TRUCIDATI…

  2. caterina says:

    ogni stato si dà delle norme civili ed etiche i cui principi fondamentali sono contenuti nelle relative costituzioni, che penso esistano anche negli stati afro-asiatici e l’investitura di ogni capo di stato nasce con un giuramento di fronte a Dio e agli uomini… e qui casca l’asino, a quale Dio? a quello che in occidente invochi anche come padre…lo insegna il Vangelo che ho sentito leggere nella passata domenica, o quello che ti ordina di distruggere gl’infedeli per meritarti il paradiso?
    E’ troppa la distanza tra culture perché i popoli mischiandosi possano vivere in pace sicuri e felici…sono distanze incolmabili: anche se a parole in occidente rinunciassimo a far riferimento a principi religiosi e ci attenessimo razionalmente a principi di buona convivenza civile, saremmo soli a uniformarcene perché altrove così non sarebbe… noi abdicheremmo alla nostra cultura e alle nostre tradizioni con una perdita netta della nostra forza, a favore di chi?.. di chi non rinuncia mai ala propria, anzi ne fa un punto di forza per avere la meglio su chi è diventato debole per sua scelta… senza contare le grandi forze e le grandi potenze che aleggiano su di noi tutti per trarre profitti da ogni situazione… chiamiamole come vogliamo, esistono sicuramente, e dei popoli se ne fregano!…e dei singoli pure…

  3. luigi bandiera says:

    La scuola o KST serve solo al potere.
    Successe negli stati uniti e non solo: pigliavano i bambini rossi e li mettevano nei loro collegi per farli americani: in italia idem con patate. Da veneti a tririnkoglioniti e ecc..
    Saluti

Leave a Comment