La povertà che schiaccia casa nostra. Dalla Grexit alla Nordixit

di GIULIO ARRIGHINIbussola NORD

Sembra, anzi lo è, un bollettino dal fronte di guerra. Il rapporto Inps 2014 ci dice che il reddito reale è sceso del 30 per cento e che il Nord soffre. Che i cinquantenni sono i nuovi poveri, nel guado tra una pensione lontana e un lavoro che non c’è più. Anche se apparentemente la forbice tra Nord e Sud sposta nel Mezzogiorno l’asse del disagio, è a casa nostra che l’Inps registra l’incremento maggiore di nuovi poveri. Vuol dire che la festa è finita da un pezzo, che l’erosione fiscale e la fame di lavoro hanno presentato da tempo il conto. I dati sono del 2014, ma non si diventa poveri tutto in una volta sola. Il trend è in salita da anni. Il Nord egoista che non ce la fa ad accogliere lo straniero non ha più risorse per se stesso.  Eppure assistiamo increduli ai pistolotti del perdono e della preghiera per chi non vuole clandestini a casa propria.

Dice l’Inps… NORD E SUD: La distanza tra i tassi di povertà tra Nord e Sud era nel 2008 di 24 punti percentuali (11% al Nord e 35% al Sud). Tra il 2008 e il 2013 tale divario è ulteriormente aumentato, arrivando a circa 30 punti percentuali (14% al Nord e 43% al Sud). Tuttavia, osservando la variazione percentuale del numero dei poveri per area geografica si può notare come sia soprattutto il Nord-Est l’area del paese che ha fatto registrare gli incrementi proporzionalmente maggiori del numero di poveri (+61 per cento), seguita dal Centro (+50 per cento) e dal Nord-Ovest (+33 cento).

Attenti bene, il Nord Est che l’altro giorno, abbiamo appreso dal rapporto dell’ufficio studio di Intesa San Paolo, ha detto che cresce ad una velocità superiore alla Germania e che è tra i distretti più produttivi del Paese. Eppure è lì che crescono disoccupati e nuove povertà, disoccupazione e disagio. Vuol dire che sicuramente si esporta di più, ma che per dieci ricchi che fanno da volano, ce ne sono altri 100 di imprenditori che chiudono e mollano la presa.

La verità sta nel mezzo? No, la verità è che le botteghe chiudono, che le piccole attività familiari spariscono, che la desertificazione commerciale non fa sconti a nessuno, anche nel Nord Est che corre ma che lascia in stazione le locomotive che prima tiravano.

Una cosa tra quelle sentite da Tsipras, è vera anche per il nostro paese, e cioè che gli aiuti dell’Ue e della Bce sono arrivati ma per le banche, greche ed europee. Certo, sono state salvate le banche e i loro manager. Le loro speculazioni e gli investimenti criminali. I soldi non sono arrivati per dare credito al piccolo consumo, alle famiglie, alle piccole botteghe.

Seguiamo con attenzione la Grecia, ma voglio vedere quanti tra i leader politici si soffermeranno su questo dato che vede schizzare di 61 punti percentuali in più la povertà nel Nord Est. Altro che Grexit, questa è una Nordixit.

Segretario Indipendenza Lombarda

 

Di seguito la sintesi del rapporto Inps 2014

La crisi ha colpito tutta la popolazione, ma ha gravato maggiormente sulle fasce già deboli. I poveri in 6 anni sono passati dal 18 al 25 per cento della popolazione, ovvero da 11 a 15 milioni. E’ quanto emerge dal Rapporto Inps 2014. Il 10 per cento piu’ povero della popolazione ha sperimentato tra il 2008 e il 2013 una riduzione reale del proprio reddito vicino al 30%. Inoltre, la continua perdita di posti di lavoro e la mancanza di una vigorosa ripresa economica stanno aumentando i tassi di poverta’ anche per quei gruppi solitamente poco esposti a tale rischio, come le coppie senza figli, le persone tra i 40 ed i 59 anni e le famiglie del Nord Italia. – REDDITI: In termini reali il reddito disponibile equivalente del 10 per cento piu’ povero della popolazione italiana si e’ ridotto di oltre il 27% rispetto al 2008, mentre quello del 10 per cento piu’ ricco ha subito una caduta significativamente inferiore, pari a poco piu’ del 5%. Inoltre, il decile mediano, ovvero il 10 per cento della popolazione collocato al centro della distribuzione dei redditi, ha subito una riduzione simile a quella del decimo piu’ agiato. La quota di persone povere e’ aumentata significativamente, passando in soli 6 anni dal 18 al 25 per cento della popolazione, ovvero da 11 a 15 milioni. Allo stesso tempo, la diseguaglianza dei redditi e’ cresciuta a tassi sostenuti, con un incremento dell’indice pari al 39% tra il 2008 e il 2013. Non solo il numero di poveri e’ aumentato drasticamente ma il loro reddito disponibile si e’ ridotto in termini reali di quasi il 30 per cento, un valore molto piu’ alto rispetto al resto della popolazione. Un terzo dei poveri in Italia si trova in una condizione di grave deprivazione materiale.

CINQUANTENNI: Le persone povere che nel 2013 hanno avuto difficolta’ a mantenere l’abitazione sufficientemente calda sono aumentate di 12 punti percentuali rispetto al 2008 (dal 25 al 37 per cento), mentre la quota di persone povere che non riesce a permettersi una alimentazione adeguata e’ aumentata di oltre 10,4 punti percentuali (dal 17 per cento al 28 per cento) cosi come e’ in forte aumento la quota di persone povere che non riesce piu’ a far fronte a spese impreviste anche di piccola entita’. Nel 2013 il profilo di rischio e’ invece diverso, la crisi economica ha, infatti, aumentato proporzionalmente di piu’ i poveri nella fascia di eta’ tra i 40 e i 59 anni (con incrementi percentuali di oltre il 70% nella fascia 50-59), mentre le persone gia’ fuori dal mercato del lavoro, tipicamente le persone con piu’ di 70 anni, sono quelle che hanno sofferto meno gli effetti della crisi. – FAMIGLIE: Le tipologie familiari maggiormente a rischio di poverta’ sono quelle monoparentali, le persone sole con piu’ di 60 anni e le coppie con piu’ di 2 figli. Il rischio di poverta’ invece e’ relativamente basso tra le coppie senza figli con meno di 60 anni e tra quelle numerose di soli adulti. La presenza di figli aumenta il rischio di poverta’, come mostra la crescita dei tassi di poverta’ al crescere del numero di figli. – NORD E SUD: La distanza tra i tassi di poverta’ tra Nord e Sud era nel 2008 di 24 punti percentuali (11% al Nord e 35% al Sud). Tra il 2008 e il 2013 tale divario e’ ulteriormente aumentato, arrivando a circa 30 punti percentuali (14% al Nord e 43% al Sud). Tuttavia, osservando la variazione percentuale del numero dei poveri per area geografica si puo’ notare come sia soprattutto il Nord-Est l’area del paese che ha fatto registrare gli incrementi proporzionalmente maggiori del numero di poveri (+61 per cento), seguita dal Centro (+50 per cento) e dal Nord-Ovest (+33 cento).

DISOCUPATI CINQUANTENNI: Il rischio di poverta’ durante la crisi e’ peggiorato soprattutto per la categoria dei disoccupati. Tuttavia, tra questi, la classe di eta’ che ha subito l’aumento relativamente maggiore del numero dei poveri sono i disoccupati con piu’ di 50 anni, il cui numero e’ piu’ che triplicato nell’arco di 6 anni. Dopo i 55 anni la probabilita’ media di trovare una nuova occupazione per un disoccupato che beneficia di una indennita’ di disoccupazione/ ASpI a distanza di due mesi dalla perdita del lavoro e’ inferiore al 20% e tende a stabilizzarsi intorno al 45% dal decimo mese in poi di disoccupazione. Di conseguenza, quasi un disoccupato su due con piu’ di 55 anni finisce per diventare un disoccupato di lunga durata e – una volta esaurita la disoccupazione ordinaria/ ASpI – per queste famiglie il rischio di poverta’ non puo’ che, in assenza di altre forme di sostegno al reddito, aumentare a ritmi sostenuti. C’e’ una continua e prolungata perdita di posti di lavoro per i lavoratori con piu’ di 50 anni. Per questa fascia di eta’ il numero di disoccupati e’ aumentato proporzionalmente di piu’ rispetto alle altre classi: la variazione del tasso di disoccupazione nell’arco dei sette anni e’ pari al 250 per cento per i 55-59enni e a quasi il 300 per cento per i 50-54enni. – MEDIA PENSIONAMENTI: I comportamenti di partecipazione dei lavoratori in eta’ matura si sono modificati con le modifiche legislative degli ultimi anni e il pensionamento sta avvenendo ad eta’ medie via via piu’ elevate: nel 2007 ci si pensionava per vecchiaia o anzianita’ in media a 60,3 anni se dipendenti privati (circa 61 se autonomi), nel 2014 si accede alla quiescenza all’incirca a 62 anni (quasi 64 anni se autonomi).

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